L'Impero tra fronte interno, terzo fronte e dedollarizzazione

18 Marzo 2026 00:00 Alex Marsaglia

di Alex Marsaglia

Due settimane di Epic Fury hanno mietuto ingenti vittime non solo tra gli iraniani, in prevalenza civili. Anche gli statunitensi stanno pagando il loro dazio e non risulta affatto da poco. Secondo le fonti ufficiali dell’Impero in pochi giorni e senza boots on the ground, siamo a 13 soldati americani uccisi, 200 feriti di cui 10 in condizioni gravi. Ancora peggio se ci basiamo su fonti non americane, secondo le quali i soldati statunitensi morti durante i bombardamenti delle basi nel Golfo Persico sarebbero 200 e i feriti ammonterebbero a 3000. Secondo il funzionario iraniano, le fonti extra-regionali hanno fornito una valutazione completa delle perdite americane che ammonta a: un esaurimento “molto grave” delle scorte di difesa aerea della Coalizione Epstein; la perdita di 150 piattaforme di lancio missilistico e 23 sistemi di difesa aerea Patriot; un totale di 37 aerei ed elicotteri distrutti e il 43% delle scorte di armi statunitensi annientate (https://www.presstv.ir/Detail/2026/03/17/765498/us-suffered-3200-casualties-staggering-equipment-losses-first-week-war).

Questi i costi diretti umani e materiali delle perdite, ma se approfondiamo si scopre che al momento 15 giorni di guerra dall’altra parte del mondo sono costati 12 miliardi di dollari agli Stati Uniti. Con lo stesso budget il Governo dell’Impero avrebbe potuto costruire tra le 600 e le 1000 cliniche sanitarie comunitarie per provvedere a decine di milioni di visite annuali, ma l’Impero vive di guerra e l’unica politica che conosce è ormai basata sull’aggressione violenta e l’espropriazione delle risorse altrui per alimentare il proprio sistema energivoro. Si tratta infatti di un apparato su cui grava l’enorme bolla di 39.000 miliardi di dollari di debito pubblico, la più grande di sempre. Un debito che è raddoppiato in meno di 10 anni e che non accenna a sgonfiarsi, ma sa solo aumentare con i suoi 1000 miliardi di deficit in 5 mesi. Da quando è ripartita la politica espansionista e predatoria verso i BRICS e il Sud Globale la mega-macchina del debito è tornata ad accelerare a ritmi vertiginosi ed inarrestabili: il cumularsi di un interesse sul debito di 1300 miliardi l’anno (equivalenti grossomodo al Pil della Turchia) rende l’idea dell’insostenibilità del debito americano. E l’unica prospettiva di crescita economica viene individuata nel complesso militare-industriale, di qui la politica di incremento del budget militare del 50% a 1500 miliardi di dollari l’anno. Neanche a dirlo, le big corporation hanno festeggiato la guerra in Iran con boom di borsa da capogiro che ammontano al momento a: +40% la Lockheed Martin, +46% la Northrop Grumman, +35% ETF. Senza contare quanto si sta lucrando sull’oro nero, sempre lui. La risorsa primaria che alimenta il sistema economico energivoro dell’Impero ha subito un incremento del 40% nel cuore stesso degli Stati Uniti, spingendo la cittadinanza ad un sovraindebitamento.

Si consideri che gli statunitensi vivono una condizione di incremento vertiginoso di debito al consumo, che ben si esprime nel grafico sulla crescita del saldo del debito delle Carte di Credito (immagine 1).



Non solo debito pubblico quindi, ma anche una condizione popolare di indebitamento diffuso ed elevato che rende la pace sociale un bene pubblico che la politica americana tenta di mantenere a costi sempre più elevati: scatenando guerre per alimentare il complesso-militare industriale ed espropriare risorse energetiche. D’altra parte la stessa amministrazione Trump ha ammesso di aver aggredito il Venezuela e l’Iran in pochi mesi eminentemente per ragioni di opportunismo economico, oltre che per arrivare preparati al dialogo con la Cina. I gangster infatti hanno dimostrato di non sedersi a nessun tavolo di trattative senza essersi assicurati di avere la pistola carica sotto al tavolo per sparare al momento opportuno della trattativa diplomatica. L’Iran ha capito molto bene questa lezione ed infatti rifiuta ogni cessate il fuoco ed ogni tipo di trattativa, decidendo tramite la sua arma più potente che consiste nel blocco allo Stretto di Hormuz quando far finire la guerra infliggendo dolori atroci al nemico imperialista. Agli Stati Uniti stavolta spetta dunque la gestione del caos che gli si sta ritorcendo contro, dal 28 Febbraio infatti non sono solo saltate le loro principali basi militari, riserve e pozzi di petrolio. I vassalli delle petromonarchie nel Golfo Persico hanno tagliato drasticamente la produzione, per via dei bombardamenti iraniani. Inoltre, hanno iniziato ad esplodere incendi anche nelle più grandi raffinerie del Texas, si veda l’incendio al petrolchimico Bayport Choate (LyondelBasell). Allo stesso tempo gli Stati Uniti devono fronteggiare un’ondata tra le più gravi di sempre di malcontento interno. Le città americane sono state tappezzate da manifesti con la scritta “Cody Khork non doveva morire” (immagine 2) e i mal di pancia per la svolta neocon di Trump diventano sempre più diffusi. Celebre lo scontro di Trump con il suo ex pupillo MAGA Tucker Carlson, esploso proprio in seguito all’intervista al neo-ambasciatore americano in Israele Huckabee e che sta virando in un processo penale diretto a carico del giornalista. Infine, la ribellione più grave, quella direttamente interna all’establishment e che ha portato il Direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo Joe Kent a rassegnare le dimissioni per disaccordo con la guerra di aggressione alla Repubblica Islamica dell’Iran: “non posso in buona coscienza sostenere la guerra in corso contro l’Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa della pressione di Israele e della sua potente lobby in America”, queste le parole di chi dirige la sicurezza dell’antiterrorismo statunitense e che si è visto sottrarre risorse per alimentare l’ennesimo conflitto in giro per il mondo, incrementando l’instabilità e la sicurezza interna.

Spesso si dice che l’apertura di più fronti di guerra sia un elemento da cui la Russia si guarda bene dal compiere, ed è vero. In quanto Stato accorto, lungimirante e non espansionista la Russia non si sognerebbe mai, neanche in via difensiva, di aprire un secondo fronte dopo quello ucraino. È piuttosto l’Impero sovraindebitato americano, con un fronte interno che ha ormai rotto gli argini, ad essersi avventurato nell’apertura di un secondo fronte che non è più in grado di gestire, nemmeno con l’aiuto dei suoi vassalli. Una delle lezioni fondamentali che ci sta dando la resistenza iraniana è che l’alleanza israelo-americana non regge il secondo fronte della Terza Guerra Mondiale a pezzi, trovandosi a dover sguarnire il terzo sul Pacifico. Trump si è infatti trovato costretto a minacciare direttamente i vassalli delle petromonarchie e della NATO per costringerli ad aiutarlo a sbloccare Hormuz, sinora senza gran successo. Inoltre, nonostante le portaerei di classe Nimitz siano tutte mobilitate, è stato necessario richiamare persino il Gruppo Anfibio Tripoli dal Mar Cinese per venire in soccorso dell’operazione Epic Fury, divenuta presto un Epic Fail. E non è passato inosservato alla Repubblica Popolare Cinese tale collasso dei fronti. Il Ministero della Difesa di Taiwan ha immediatamente rilevato l’intensificazione delle forze militari cinesi attorno all’isola: 26 aerei miliari hanno provveduto nelle scorse ore a circondare Taiwan.

In vista del pacchetto di armi più grande di sempre che Washington sta preparandosi a fornire a Taiwan e dell’incontro a cui Trump intende presentarsi dopo aver “caricato la pistola” disarticolando la Repubblica Islamica dell’Iran, la Cina ha provveduto a mettere sotto scacco l’avversario geopolitico sfruttando le sue carenze. Nello Stretto di Hormuz non sta solo morendo la NATO e tutto il vassallaggio delle petromonarchie all’Impero, si sta creando anche il principale catalizzatore del processo di de-dollarizzazione in atto da tempo. Infatti, sullo sfondo dei crescenti costi militari degli Stati Uniti, che potrebbero venir fatti esplodere nella più potente ondata inflazionistica di sempre, si è svolto il più potente attacco al petrodollaro che potessimo immaginare. Il 16 Marzo l’Iran ha fatto un vero e proprio test operativo di de-dollarizzazione, consentendo il passaggio della petroliera Karachi dell’alleato cinese pakistano, a fronte di un pagamento in Yuan

(come confermato dalle autorità pakistane qui: https://english.aaj.tv/news/330455029/pakistan-tanker-crosses-hormuz-after-oil-payment-made-in-chinese-yuan-mushahid).

L’idea di un’architettura finanziaria alternativa con lo Yuan come unità di conto sembra voler nascere tra le doglie di questa guerra in cui l’Occidente potrebbe perdere molto di più dei suoi avamposti militari nel Golfo: l’Iran, il Pakistan (entrato in guerra contro l’Afghanistan negli stessi giorni di fine Febbraio) e la Cina potrebbero infatti aver posto la pietra tombale sul petrodollaro lavorando ad un nuovo ordine energetico-finanziario.

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