L'Italia non può più rinviare il riconoscimento della Palestina

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

La posizione italiana sulla Palestina è ormai insostenibile. Roma si dichiara favorevole alla soluzione dei due Stati, condanna l'espansione delle colonie israeliane e l'annessione dei territori occupati, ribadisce il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione, e insieme continua a rifiutarsi di riconoscere lo Stato di Palestina. Quando i tribunali internazionali tentano di chiamare a giudizio alti responsabili israeliani, l'Italia esita e prende tempo. Prima o poi Roma dovrà decidere se i principi che proclama siano davvero principi, oppure semplici formule diplomatiche inapplicate, che non comportano alcun costo politico.

Il riconoscimento dovrebbe avvenire ora, accompagnato da un impegno netto sul terreno della responsabilità giuridica: rispetto del mandato d'arresto già emesso dalla Corte penale internazionale e, qualora l'Interpol accolga la recente richiesta turca di una Red Notice nei confronti di Benjamin Netanyahu, applicazione delle stesse regole che l'Italia applicherebbe a qualunque altro individuo ricercato.

Il rifiuto è ormai difficile da giustificare. Nel 2012 l'Italia votò a favore della risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite che attribuiva alla Palestina lo status di Stato osservatore non membro. Nel maggio 2024, quando la stessa Assemblea stabilì a larghissima maggioranza che la Palestina soddisfaceva i requisiti dell'articolo 4 della Carta per diventare membro a pieno titolo, l'Italia si astenne. La risoluzione passò con 143 voti favorevoli, nove contrari e 25 astensioni.

Da allora la contraddizione si è fatta ancora più evidente. Il 21 settembre 2025 Regno Unito, Canada e Australia hanno riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina, seguiti dalla Francia davanti all'Assemblea generale. L'Italia appartiene ormai a un gruppo sempre più ristretto di grandi Paesi europei che continuano a sostenere che la statualità palestinese debba attendere condizioni che Israele stesso sta sistematicamente rendendo impossibili.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ripetuto ancora nel luglio 2026 che l'Italia non può riconoscere la Palestina perché, in sostanza, non esisterebbe ancora uno Stato palestinese da riconoscere: bisognerebbe prima contribuire a crearlo. È un ragionamento che rovescia la logica stessa del riconoscimento.

Un popolo non perde il diritto alla statualità perché il suo territorio è occupato, frammentato o sottoposto al controllo militare di un'altra potenza. Il diritto internazionale non ha mai preteso confini definitivi o un controllo territoriale assoluto come condizione del riconoscimento. Se così fosse, molti Stati non sarebbero mai stati riconosciuti. Israele stesso fu riconosciuto nel 1948 mentre era in corso una guerra e i suoi confini erano tutt'altro che stabiliti. Croazia e Bosnia-Erzegovina furono riconosciute negli anni Novanta mentre forze ostili controllavano parti considerevoli del loro territorio.

Pretendere che la Palestina raggiunga prima una piena sovranità significa imporle una condizione impossibile. Le si dice che il riconoscimento arriverà quando avrà una sovranità effettiva, mentre occupazione, colonizzazione, annessione progressiva e frammentazione del territorio impediscono precisamente che quella sovranità si materializzi. È un circolo vizioso nel quale l'occupante finisce per esercitare, di fatto, un diritto di veto sulla statualità del popolo che occupa.

Il riconoscimento, del resto, non è un premio da consegnare ai palestinesi al termine di un negoziato, qualora si siano comportati secondo le aspettative altrui. Una volta riconosciuta la Palestina come Stato, la questione non è più se ai palestinesi debba un giorno essere concesso uno Stato, ma come due Stati, Palestina e Israele, titolari dello stesso diritto alla sovranità, debbano definire confini, sicurezza e rapporti reciproci. È per questo che il riconoscimento conta: corregge, almeno in parte, una struttura negoziale nella quale per decenni una potenza occupante è stata lasciata libera di stabilire se il popolo occupato fosse abbastanza qualificato o meritevole per diventare sovrano.

Le ragioni della cautela italiana sono note. Il governo di Giorgia Meloni ha mantenuto rapporti politici stretti con Israele, e Roma ha sempre attribuito grande peso all'allineamento transatlantico e alla preferenza di Washington per una statualità palestinese frutto di un negoziato. A questo si aggiunge l'argomento ripetuto senza sosta dopo il 7 ottobre, secondo cui riconoscere la Palestina significherebbe “premiare Hamas”. Sono argomenti sempre meno credibili.

L'allineamento occidentale non comporta più necessariamente il rifiuto del riconoscimento. Regno Unito, Canada e Australia, tutti stretti alleati di Washington, hanno riconosciuto la Palestina. L'Italia non sta difendendo una posizione occidentale comune: sta rimanendo indietro rispetto alla stessa evoluzione dei suoi alleati e si sta allontanando anche da una propria tradizione politica che, soprattutto negli anni Ottanta, la collocava tra i Paesi europei più sensibili al diritto palestinese all'autodeterminazione.

Quanto ad Hamas, l'argomento confonde deliberatamente uno Stato con un governo o con una fazione. Riconoscere la Palestina non significa riconoscere Hamas, così come riconoscere Israele non ha mai significato approvare ogni suo governo, ogni coalizione, ogni guerra o ogni decisione delle sue forze armate. La statualità appartiene a un popolo, non alla fazione che in un dato momento esercita il potere su una parte del suo territorio. Un riconoscimento accompagnato da una chiara richiesta italiana di istituzioni palestinesi democratiche rafforzerebbe anzi il principio opposto: la legittimità politica palestinese viene dal popolo palestinese, non da Hamas, non da Israele, non da una tutela internazionale permanente.

C'è poi un'altra ragione per cui Roma non può continuare a rinviare, ed è il tempo. L'Italia dice di voler salvaguardare la soluzione dei due Stati e, allo stesso tempo, riconosce che l'espansione delle colonie e le politiche di annessione ne stanno distruggendo le fondamenta materiali. Il 30 luglio 2026, al Senato, Tajani ha definito inaccettabili la politica degli insediamenti e la violenza dei coloni, si è opposto all'annessione e ha ammesso che queste politiche compromettono gravemente la prospettiva dei due Stati. Ma se il territorio su cui dovrebbe sorgere lo Stato palestinese viene sottratto pezzo dopo pezzo, rinviare il riconoscimento a un futuro accordo non è una posizione neutrale: significa assistere alla distruzione materiale della soluzione dei due Stati continuando a dichiararsene sostenitori.

Riconoscere oggi la Palestina avrebbe conseguenze concrete. Affermerebbe che i territori occupati dal 1967 non sono territorio sovrano israeliano, che l'autodeterminazione palestinese è un diritto e non una concessione israeliana, che i fatti compiuti prodotti da colonizzazione e annessione non possono predeterminare unilateralmente i futuri confini.

Viene poi la seconda prova della coerenza italiana, quella della responsabilità penale. Il 21 agosto 2026 la Turchia ha annunciato l'intenzione di chiedere all'Interpol una Red Notice nei confronti di Netanyahu per l'intercettazione israeliana della Global Sumud Flotilla. Alla base della richiesta ci sono mandati d'arresto turchi emessi il 14 luglio, per accuse che comprendono crimini contro l'umanità, genocidio, tortura e altri gravi reati.

Bisogna essere precisi. Ankara non può emettere da sola una Red Notice: può richiederla, e spetta all'Interpol stabilire se la domanda rispetti le proprie regole, compreso il divieto di intervenire in questioni di carattere prevalentemente politico. L'esito non è automatico. Ma è proprio qui che si pone la questione di fondo, perché le regole dell'Interpol contemplano espressamente genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra tra i gravi crimini internazionali che possono rientrare nelle sue procedure. Se la richiesta turca supererà quel vaglio, l'Italia non potrà liquidarla semplicemente perché la persona indicata si chiama Benjamin Netanyahu. Una Red Notice non equivale a un mandato d'arresto internazionale e non impone automaticamente l'arresto: è una richiesta formale agli Stati membri di localizzare la persona e, secondo il proprio ordinamento, procedere eventualmente alla detenzione provvisoria in vista di un'estradizione o di altre procedure previste dalla legge.

Per l'Italia, però, c'è già una questione più seria. Nel novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d'arresto nei confronti di Netanyahu. L'Italia è uno Stato parte dello Statuto di Roma, il trattato che ha istituito la Corte. Quando il mandato fu emesso, l'allora ministro della Difesa Guido Crosetto riconobbe apertamente che, quali che fossero le sue riserve politiche, l'Italia avrebbe dovuto arrestare Netanyahu se fosse entrato nel territorio italiano.

È qui che la responsabilità italiana assume un peso particolare. L'Italia non è uno Stato aderente qualsiasi. Il trattato su cui poggia l'architettura contemporanea della giustizia penale internazionale è stato adottato a Roma e porta il nome della capitale italiana. È difficile immaginare una contraddizione più netta di quella di un Paese che dà il proprio nome a questo sistema, ne invoca l'autorità quando a essere perseguiti sono gli avversari dell'Occidente, e comincia a scoprirne limiti, dubbi e complessità quando a essere coinvolto è un cosiddetto alleato. Questi doppi standard non sono più giustificabili.

La questione, del resto, va ben oltre Netanyahu. L'Europa ha passato decenni a sostenere che il diritto debba vincolare il potere, che i crimini di guerra non siano affari interni degli Stati, che le decisioni dei tribunali internazionali non possano essere ignorate quando diventano politicamente scomode. La Corte penale internazionale ha emesso un mandato d'arresto contro Vladimir Putin, e l'Italia ne riconosce l'autorità. La stessa Corte, sulla base dello stesso Statuto e dello stesso principio, ha emesso un mandato contro Benjamin Netanyahu. Se la regola cambia quando cambia l'imputato, non è più Stato di diritto, ma politica di potenza allo stato puro.

È il punto in cui riconoscimento e responsabilità si incontrano. Riconoscere la Palestina significa affermare che i diritti politici dei palestinesi non dipendono dal consenso israeliano. Dare seguito ai legittimi procedimenti della giustizia internazionale significa affermare che nemmeno le loro tutele giuridiche svaniscono quando il presunto responsabile appartiene a uno Stato potente e alleato.

L'Italia non può sostenere un principio di integrità territoriale per l'Ucraina e un altro per la Palestina, né riconoscere la Corte penale internazionale quando il mandato riguarda Putin e discuterne l'autorità quando riguarda Netanyahu. Non può condannare l'acquisizione di territorio con la forza in Europa e trasformarla in una questione da rinviare a negoziati indefiniti quando avviene nei territori palestinesi occupati. Non si chiede all'Italia di scegliere tra israeliani e palestinesi, ma tra coerenza e doppio standard, tra giustizia e illegalità.

Roma invoca di continuo autodeterminazione, integrità territoriale, diritto internazionale umanitario e responsabilità per i crimini più gravi. Se questi principi sono davvero universali, la Palestina non può restare l'eccezione. Riconoscere lo Stato di Palestina è ormai urgente.

L'Italia deve ritrovare quell'anima politica che un tempo la distingueva, quella capacità di affermare con autonomia e coraggio il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione. È l'Italia di Sandro Pertini che vale la pena ricordare, quella del Presidente della Repubblica che, nel suo messaggio di fine anno del 31 dicembre 1981, affrontò con straordinaria forza morale la questione palestinese.

Riascoltiamolo.

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