di Leonardo Sinigaglia
La principale ragione del successo del marxismo in Cina va ricercata anche nella sua progressiva “sinizzazione”, portata avanti dai comunisti cinesi.
Rifiutando l’applicazione meccanica del modello russo e, allo stesso tempo, l’idea che la costruzione del Socialismo fosse impossibile nel proprio Paese a causa della sua arretratezza, Mao Zedong e gli altri dirigenti del Partito Comunista Cinese utilizzarono gli strumenti del marxismo per analizzare concretamente e scientificamente la realtà cinese e per elaborare una teoria rivoluzionaria adeguata alle sue specifiche condizioni storiche, economiche e sociali. In questo modo furono poste le basi per un adattamento nazionale del Comunismo, che cessò di essere percepito come un elemento estraneo alla società cinese e come patrimonio esclusivo di una ristretta élite di intellettuali occidentalizzati, per divenire invece uno strumento politico capace di parlare alle masse, interpretarne le condizioni materiali e collegarsi alla storia e alla cultura del Paese.
Il marxismo non venne dunque utilizzato soltanto per analizzare scientificamente le particolarità della situazione nazionale, ma fu anche posto in relazione con il millenario sviluppo della cultura e del pensiero cinesi. Mao Zedong fece infatti ampio riferimento a figure, concetti e categorie appartenenti alla tradizione culturale nazionale, reinterpretandoli alla luce della propria concezione marxista. È il caso, ad esempio, dello Yin e dello Yang, richiamati in relazione al principio della contraddizione e alla concezione dialettica; degli insegnamenti militari di Sun Tzu, utilizzati nell’elaborazione della strategia della guerra rivoluzionaria; e del principio dell’unità tra conoscenza e azione, sviluppato nella tradizione neoconfuciana e posto da Mao in relazione al rapporto marxista tra teoria e pratica.
Quella operata da Mao Zedong fu una vera e propria “traduzione” del marxismo, intesa come opera di mediazione culturale e filosofica, nella quale gli elementi della tradizione cinese non svolsero una funzione meramente comunicativa, ma divennero parte attiva di un processo di adattamento del marxismo a una peculiare realtà nazionale, fondato sulla loro rielaborazione e integrazione. L’unità dialettica di continuità storica e rottura rivoluzionaria permise così al marxismo di acquisire quel carattere nazionale necessario alla sua reale internazionalizzazione: senza tale processo, la sua diffusione sarebbe rimasta confinata alla mera riproposizione, in contesti differenti, di schemi intellettuali propri della realtà europea.
Il processo di sinizzazione del marxismo iniziato da Mao Zedong fu la base della costruzione del Socialismo con Caratteristiche Cinesi portata avanti dalle generazioni successive della dirigenza del PCC. È proprio in tale fondamentale operazione politica che si trovano le radici del successo dei comunisti cinesi: fondando la propria prassi sull’analisi oggettiva della propria realtà nazionale, essi seppero contrastare efficacemente qualsiasi forma di dogmatismo; concependo il proprio ruolo come culmine storico del percorso di sviluppo della civiltà cinese, essi si garantirono una forte legittimità agli occhi delle masse, delle quali furono in grado di comprendere bisogni e sentimenti, potendo così ambire al ruolo di avanguardia della classe lavoratrice e dell’intera nazione cinese.
La necessità della nazionalizzazione del marxismo
Processi analoghi a quello intrapreso dai comunisti cinesi furono condotti in tutti i Paesi nei quali il marxismo riuscì a trasformarsi in una forza politica reale, capace di mobilitare le masse e di guidarne l’azione. Il successo del processo di nazionalizzazione del marxismo fu strettamente legato alla forza dei partiti comunisti e, nei Paesi socialisti, alla stabilità dei relativi regimi: laddove tale processo riuscì, il Socialismo poté radicarsi profondamente nella società e i partiti comunisti acquisirono una solida legittimità politica; laddove invece fallì, il Socialismo rimase in larga misura estraneo alla coscienza delle masse, mentre i partiti comunisti furono progressivamente relegati a posizioni minoritarie o andarono incontro a processi di degenerazione politica.
Il caso italiano è emblematico di cosa può accadere quando il processo di nazionalizzazione viene interrotto: da un lato, il Partito Comunista Italiano abbracciò progressivamente l’europeismo e le coordinate ideologiche del progressismo occidentale, aprendo le porte alla trasformazione che avrebbe portato alla genesi dell’attuale Partito Democratico; dall’altro, le correnti radicali esterne al PCI, reciso qualsiasi legame organico con la realtà nazionale, regredirono nell’utopismo e in una critica unilaterale e sterile, con l’elaborazione di teorie quali l’operaismo e l’autonomismo. In entrambi i casi venne così meno la capacità di concepire il marxismo come strumento universale da tradurre concretamente nella specifica realtà storica italiana: da una parte esso venne progressivamente subordinato a categorie politiche di matrice occidentale negatrici di qualsiasi volontà trasformatrice dell’esistente; dall’altra venne separato dalle condizioni storiche, culturali e nazionali entro cui avrebbe dovuto tradursi in una concreta prassi di massa, portando a “marxisti apolidi” capaci di guadagnare seguito solo all’interno del sottoproletariato e del ribellismo giovanile.
Al fine di rilanciare una progettualità socialista in Italia, cosa resa impellente dalla necessità di salvare il Paese dalla catastrofe data dalla crisi del sistema egemonico statunitense e propiziata proprio dalle grandi trasformazioni internazionali in atto, è fondamentale riprendere il cammino per la nazionalizzazione del marxismo e il suo adattamento alla realtà italiana.
L’italianizzazione del marxismo è dunque un compito imprescindibile per i comunisti del nostro Paese. Solo attraverso di essa sarà possibile dare vita a un vero e proprio “Socialismo con caratteristiche italiane”.
Occorre quindi ripartire da colui che per primo tentò di intraprendere questa strada: Antonio Labriola.
Antonio Labriola
Nato a Cassino nel 1843, Antonio Labriola era figlio di Francesco, insegnante di lettere al ginnasio e nipote del rivoluzionario giacobino lucano Mario Pagano. Trasferitosi a Napoli con la famiglia, compì qui gli studi universitari, entrando in contatto con l’insegnamento del grande filosofo hegeliano Bertrando Spaventa. Nel 1874 ottenne a Roma la cattedra di Filosofia morale presso l’Università La Sapienza, cui si sarebbe aggiunto successivamente l’insegnamento della Pedagogia.
Seguendo inizialmente l’impostazione politica del suo maestro, Labriola fu vicino alla Destra storica, sostenendone le politiche laiciste e il progetto di consolidamento di un forte Stato
nazionale, influenzato dalla visione hegeliana dello Stato Etico. Divenuto progressivamente scettico circa la capacità della Destra di portare avanti le proprie istanze di modernizzazione e di costruzione nazionale, si avvicinò all’opposizione radicale e democratica. In questi anni entrò inoltre in contatto sempre più diretto con le condizioni delle classi lavoratrici, in particolare durante la grave crisi edilizia che colpì Roma negli anni Ottanta dell’Ottocento. Per rivolgersi a questi nuovi interlocutori tenne diverse lezioni e conferenze pubbliche, a Roma come in altre città, venendo fatto oggetto di forti critiche all'interno del mondo accademico.
Proprio nel corso di questi anni maturò progressivamente anche il suo avvicinamento al marxismo, entrando anche in corrispondenza epistolare con Friedrich Engels. Nonostante ciò, Labriola si mantenne sempre a una certa distanza dal neocostituito Partito Socialista Italiano, lamentando come esso rischiasse di scadere nell’irrilevanza settaria o di veder venir meno il proprio orientamento marxista a causa della scarsa preparazione della sua dirigenza, contaminata intellettualmente dal determinismo economico e l’evoluzionismo positivista.
È proprio per affermare la piena autonomia filosofica del marxismo e renderlo in grado di trionfare nel contesto italiano che Labriola conduce una serrata battaglia polemica fondata sul tentativo di “tradurre” in italiano il marxismo stesso, non solo in senso linguistico tramite il confronto con i testi originali in lingua tedesca, ma soprattutto come mediazione filosofica e culturale di esso nel contesto italiano.
Reinterpretando la tesi del suo maestro Spaventa sulla circolarità del pensiero europeo, per la quale la filosofia moderna sarebbe nata in Italia con Bruno, Campanella e Vico, e in Italia avrebbe dovuto tornare dopo aver raggiunto la sua maturazione con l’idealismo tedesco, Labriola vedeva nel marxismo il compimento di tale percorso e lo strumento atto non solo a ricollegare l’Italia allo sviluppo generale del pensiero, ma anche a completare quel processo di modernizzazione che la borghesia non era riuscita a portare a termine.
Nel tentativo di giungere alla formulazione di una filosofia marxista, di una “Lebens-und Weltanschauung, ossia concezione generale della vita e del mondo” [1], a partire da quanto presente alla base dell’opera del filosofo di Treviri, Labriola arrivò all’individuare il nocciolo del materialismo storico nella “filosofia della praxis”.
Con “praxis” Labriola identificava il superamento dell’apparente contrapposizione tra teoria e azione all’interno del lavoro umano, ossia degli sforzi coscienti dell’uomo come soggetto sociale e storico per la trasformazione della realtà. Per quanto possa essere sperimentato solo dal singolo, tale processo si realizza solo in maniera socialmente e storicamente determinata. E sono proprio i prodotti e gli strumenti di tale dimensione a dare “materia e incentivi” della “formazione interiore” degli individui, i quali concretamente si manifestano come parte “di un modo di vivere, di un costume, di una istituzione, di uno stato, di una chiesa, di una patria, di una tradizione storica, e così via” [2]. Questi non sono quindi né enti eterni ed immutabili, né semplici invenzioni arbitrarie dell’uomo, ma forme storicamente determinate della vita sociale, nelle quali l’opera umana si esprime sul piano ideologico, culturale, istituzionale e identitario.
L’attività dell’Uomo si svolge sempre all’interno di un preciso contesto storico e sociale, e qualsiasi “atto di pensiero”, ossia “lavoro nuovo”, non può che fondarsi, principalmente, sui “materiali dell'esperienza depurata, e gl'istrumenti metodici, resi familiari e maneggevoli dal
lungo uso” [3]. È quindi dai “rapporti pratici” che derivano “le comuni correnti, per le quali il pensiero individuo, e la scienza che ne deriva” come “funzioni sociali” [4]. Non ha quindi senso pensare a un’applicazione meccanica e universale del marxismo, ma anzi è naturale una sua declinazione su base nazionale, fondata sul comune riconoscimento del “nocciolo” filosofico di questo: “Il materialismo storico si allargherà, si diffonderà, si specificherà, avrà esso stesso una storia. Forse da paese a paese avrà modalità e colorito diverso. E ciò non sarà gran male; purché rimanga in fondo il nocciolo, che n'è, come a dire, tutta la filosofia” [5].
Per permettere al marxismo di diffondersi e acquisire autorevolezza in Italia, è necessario “tradurlo”: non deve essere meccanicamente importato, non dev’essere inquinato dall’ideologia borghese, ma deve essere sviluppato a partire dalle peculiarità della situazione italiana, e ricollegato alla Storia, alla cultura e alla tradizione del nostro Paese. Queste non sono dei dati accessori che possono essere semplicemente rimossi in nome dell’applicazione di schemi assoluti e astratti, ma la reale manifestazione della praxis umana, di una sua traiettoria peculiare che, come tale, deve essere analizzata. Solo questa prospettiva consente di far dispiegare al marxismo la sua capacità rivoluzionaria.
Nella sua “traduzione” italiana del marxismo, Labriola innesta questo nella tradizione politica e filosofica italiana. Il realismo politico di Machiavelli, “primo grande scrittore politico dell’epoca capitalista” [6], e il verum ipsum factum di Giambattista Vico, ossia alla capacità dell’Uomo di conoscere la Storia in quanto ne è l’artefice, pensiero che l’autore ricollega peraltro al pensiero dell’antica Italia latina [7], e la riforma della dialettica hegeliana operata da Spaventa, fondata orientata a sottrarre quest’ultima all’astrattezza e a ricondurla alla concretezza del processo storico e dell’attività umana, forniscono alcuni dei principali presupposti filosofici attraverso i quali Labriola elabora originalmente il marxismo.
In Spaventa, in particolare, l’autocoscienza si presenta come attività, come rapporto attivo dell’uomo con la realtà e come processo attraverso il quale il soggetto acquista coscienza di sé nella propria azione storica, e non come semplice contemplazione. È proprio questo problema che, attraverso l’incontro con Marx, Labriola trasferisce dal terreno dell’idealismo a quello della praxis sociale: l’uomo è artefice della propria storia, ma la fa entro condizioni sociali e storiche determinate. Ciò significa che la trasformazione storica necessità non solo di determinate condizioni oggettive, ma dell’azione volontaria e deliberata degli uomini: l’idea positivista tipica della Seconda Internazionale per la quale il Socialismo sarebbe apparso quasi come risultato di un processo “naturale” viene quindi negata a favore di una più corretta comprensione del rapporto tra libertà e necessità storica.
L’italianizzazione del marxismo
Il processo iniziato da Labriola è proseguito con Rodolfo Mondolfo e Antonio Gramsci, per poi interrompersi progressivamente a partire dal secondo dopoguerra e la crisi di quella “via italiana al Socialismo” proposta da Togliatti.
È impossibile non vedere la stretta connessione di tale interruzione con la degenerazione del marxismo in Italia, ridotto oramai a un’identità estetica patrimonio di insignificanti minoranze prive di qualsiasi reale capacità d’azione politica.
Le grandi trasformazioni in corso, dall’affermazione di un mondo multipolare al pieno dispiegarsi della Quarta Rivoluzione Industriale, rendono necessaria la ripresa di questo cammino: solo attraverso l’italianizzazione del marxismo nel contesto del XXI Secolo sarà possibile affrontare quei problemi di sviluppo aggravati dal processo euro-federale e dalle dinamiche socioeconomiche proprie del regime egemonico statunitense.
Italianizzare il marxismo non significa dunque adattare meccanicamente una dottrina elaborata altrove alle condizioni italiane, ma riprendere il principio stesso della filosofia della praxis: comprendere la realtà concreta nella quale si opera, individuarne le specificità storiche e sociali e, sulla base di esse, elaborare gli strumenti teorici e politici necessari alla sua trasformazione.
Davanti alla crisi dell’egemonia, l’italianizzazione del marxismo è necessaria per tentare di garantire la sopravvivenza dello Stato italiano come soggetto storico unitario, altrimenti messa in discussione da forze centrifughe difficilmente controllabili da un’autorità sempre meno dotata di legittimità e di capacità d’azione.
La partecipazione italiana alla costruzione di una Comunità umana dal futuro condiviso, e quindi delle basi preliminari per la costruzione del Socialismo su scala internazionale, dipende dall’affermazione questa praxis. Senza l’edificazione di un Socialismo con caratteristiche italiane, è impossibile pensare a un’Italia capace di esistere nella fase storica che si sta aprendo.
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