C'era una volta Ras Ghareb, cittadina sul Mar Rosso dove il destino si misurava in barili di petrolio. Oggi, a guardare l'orizzonte, il paesaggio è cambiato. File interminabili di pale eoliche tagliano il deserto, tracciando i contorni di una nuova economia. Non è solo uno scorcio suggestivo, come suggerisce il quotidiano cinese Global Times: è la fotografia nitida di una transizione che l'Egitto ha deciso di accelerare, e che trova in Pechino il suo principale alleato.
Mercoledì, nel segno dei settant'anni di relazioni diplomatiche, Cina ed Egitto hanno firmato una dichiarazione congiunta per blindare la loro partnership strategica. Il messaggio è chiaro: allineare la Nuova Via della Seta con la Visione 2030 del Cairo. Ma i tempi sono stringenti. Se fino a pochi mesi fa l'obiettivo era coprire il 42% del fabbisogno elettrico con le rinnovabili entro il 2030, ora l'asticella è stata alzata al 45% entro il 2028. Una fretta dettata dalla sicurezza energetica e dalle pressanti necessità economiche, ma resa possibile solo da un supporto esterno solido.
Sul campo, a fare la differenza sono le imprese cinesi. PowerChina, per esempio, è arrivata in Egitto nel 2012 costruendo centrali a gas e infrastrutture di trasmissione. Nel Golfo di Suez sta completando quello che non è solo il suo più grande parco eolico onshore all'estero, ma il più grande dell'intero continente africano: 1,1 gigawatt di potenza. Quando entrerà a regime, a metà del 2027, produrrà oltre 4,3 miliardi di chilowattora l'anno. Abbastanza per alimentare un milione di case e tagliare 2,2 milioni di tonnellate di CO2.
Il vero cambio di paradigma, tuttavia, non sta nelle dimensioni dei cantieri, ma nel modello di business. Pechino e il Cairo non si limitano più a firmare contratti per costruire un'infrastruttura e passare alla prossima. Stanno coltivando un'industria. I dati di PowerChina parlano di 2.000 posti di lavoro diretti e 10.000 indiretti. Ma il numero più interessante riguarda la formazione: oltre 350 professionisti locali specializzati in controllo qualità, logistica e sicurezza. Ingegneri e operai che prima lavoravano nell'estrazione fossile oggi sono i tecnici specializzati del settore eolico.
L'effetto moltiplicatore si vede guardando alle piccole e medie imprese locali. Come ad esempio la Elalamya General Contracting, attiva proprio a Ras Ghareb. Quando ha iniziato a collaborare con i cinesi nell'agosto del 2023, contava 23 dipendenti e otto macchinari. Tre anni dopo, grazie ai subappalti per le opere civili e le infrastrutture dei parchi eolici, l'azienda ha superato i 150 dipendenti, vanta una flotta di oltre venti mezzi e ha quadruplicato il suo fatturato, toccando i 200 milioni di sterline egiziane. Mahmoud, a capo dell'azienda, racconta di aver fatto un salto di qualità enorme e di aver trovato un'amicizia preziosa. Non è retorica: è la conseguenza di un modello che lascia sul territorio competenze e catene di approvvigionamento.
La collaborazione si sta ora spostando a valle. Ad agosto è iniziata la costruzione di uno stabilimento per la produzione di batterie di accumulo firmato Sungrow, un passaggio cruciale per stabilizzare la rete elettrica. E guardando al futuro, l'Egitto ha appena lanciato la sua strategia nazionale per l'idrogeno verde, puntando a conquistare fino all'8% del mercato globale entro il 2040. Le aziende cinesi sono già pronte a integrare eolico, solare, idrogeno e accumulo in un unico ecosistema, spingendo anche sulla digitalizzazione delle reti.
Per le imprese di Pechino, radicarsi in Egitto significa ormai fondere il proprio destino con la strategia nazionale del Cairo. Non si tratta più di esportare semplicemente tecnologia, ma di produrre in loco, formando una filiera manifatturiera autoctona. Nel deserto del Mar Rosso, il vento non muove solo le turbine. Sta spostando gli equilibri economici di un'intera regione e accelerando la costruzione di un nuovo ordine mondiale multipolare.
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