L'opzione “simul stabunt” di Trump contro l'Europa

20 Marzo 2026 09:00 Giuseppe Masala

di Giueppe Masala per l'AntiDiplomatico

A dare il segno che qualcosa non stava andando per il verso giusto nell'operazione militare israelo americana contro l'Iran, era stata la “folle” dichiarazione di Trump che chiedeva aiuto ai suoi storici alleati europei (ma anche al Giappone e all'Australia) per riaprire lo Stretto di Hormuz alle petroliere e alle gassiere dirette verso l'Occidente dalle Petro-monarchie del Golfo.

Immediatamente - e all'unisono - tutti gli alleati degli americani avevano risposto picche rendendosi conto che la missione richiesta dagli statunitensi era da ritenersi suicida o quasi. Un vero e proprio fuoco di sbarramento che aveva indispettito non poco dalle parti di Washington, basti pensare al falco Luttwak che con un tweet raggelante che evocava la vendetta americana contro la Meloni, rea di non aver assecondato i desiderata di Trump, si spingeva sino al punto di paragonare la Premier italiana al Premier giapponese Abe, ucciso in un attentato mai del tutto chiarito. Certo può essere un grave infortunio verbale non voluto; ma in un tweet di una persona di alto rango, non si può evocare la vendetta e anche fare un parallelo con un politico assassinato! Segno questo, comunque degli animi surriscaldati presenti nella élite statunitense.

Ieri sera, improvvisamente, e assolutamente fuori agenda, la Premier giapponese Sanae Takaichi è volata a Washington per non meglio precisati colloqui con Trump.

A distanza di poche ore, la bomba, fatta esplodere con un comunicato ufficiale congiunto: Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone hanno dichiarato di essere pronti a contribuire agli sforzi per garantire un passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz.

La frase chiave del comunicato - a mio modesto avviso - è quella nella quale i governi dichiaranti si impegnano a fare «sforzi appropriati per garantire un passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz». E' chiaro, che in una situazione di conflitto, dove peraltro l'Iran, il contendente che sta bloccando lo stretto, non sta minimanente dando il segno del minimo cedimento e che rifiuta qualunque proposta di trattativa, gli sforzi appropriati sono da ritenersi di natura militare. A rigor di logica questo pare palese.

Inviare contingenti militari di qualunque tipo in quella specifica area di conflitto sarà peraltro interpretato dagli iraniani come un atto di guerra. E questo, del tutto indipendentemente dagli espedienti dialettici che gli occidentali adotteranno per sopire le proprie opinioni pubbliche. Concetto questo che è ampiamente conosciuto dagli occidentali. Per rimanere a casa nostra lo stesso Ministro degli Esteri italiano Tajani, che appena qualche giorno fa diceva che “Intervenire nello stretto di Hormuz significa entrare in guerra”. Ora certo inizierà la sagra delle giravolte e delle contorsioni dialettiche ma che cosa stia succedendo lo sanno benissimo anche i nostri governanti.

Il dato più interessante, per come la vedo io, sta però nella chiamata alle armi proveniente da Washington. Gli americani stanno dicendo che i paesi che hanno fatto parte dell'impero, che in questi decenni hanno ottenuto benefici, ora non possono tirarsi indietro e devono partecipare alla lotta. La scelta di Trump sembra un vero e proprio simul stabunt vel simul cadent rivolto agli alleati: insieme staremo o insieme cadremo. A nessuno sarà concesso di sganciarsi dall'Impero per accasarsi da un'altra parte.

E per evitare che l'Impero cada gli USA chiedono agli alleati di impegnarsi con loro nel mantenimento del controllo del Golfo Persico. Ovvero del ganglo vitale per il mantenimento del Dollaro come moneta standard dei commerci internazionali e dunque per la sopravvivenza dell'Impero. A Washington hanno deciso: o si vince o si cade ma lo si farà insieme ai propri alleati, che a loro piaccia o no!

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