Loretta Napoleoni - Scacco matto al tecnocapitalismo made in Usa?

16 Aprile 2025 17:00 Loretta Napoleoni

di Loretta Napoleoni per l'AntiDiplomatico

Nel mondo globalizzato che abbiamo costruito negli ultimi trent’anni, la guerra dei dazi si gioca dovunque anche nel silenzio delle miniere e nei laboratori industriali. Non ci sono carri armati né missili, ma elementi chimici dai nomi sconosciuti: terbio, disprosio, gadolinio, samario... Sono le terre rare, il cuore pulsante del tecnocapitalismo. Non c’è smartphone, turbina eolica o jet militare che possa funzionare senza di loro. Ma soprattutto, non c’è autonomia industriale o sovranità geopolitica senza il controllo di questi elementi.

Il nome che gli e’ stato dato è ingannevole: non sono metalli rari perché difficili da trovare, ma perché e’ complesso isolarli, raffinarli e integrarli nelle catene produttive. Ed è qui che entra in scena la Cina. Quando l’Occidente delocalizzava, riduceva, smantellava intere filiere industriali in nome del profitto a breve termine, Pechino costruiva — pezzo dopo pezzo — un monopolio formidabile nel settore delle terre rare. Oggi la Cina controlla oltre l’80 per cento della capacità di raffinazione globale di questi metalli. Non è una dipendenza economica è una sudditanza strutturale.

La recente decisione di Xi di imporre restrizioni all’export negli USA su sette terre rare è solo l’ultima mossa di una strategia di lungo periodo. Di fronte ai dazi americani, Pechino agisce, verrebbe voglia di dire con eleganza, e dimostra che e’ in grado di bloccare interi settori industriali con un semplice decreto. Non servono guerre commerciali dichiarate, basta fermare l’export di un metallo chiave per mettere in difficoltà intere filiere tecnologiche occidentali.

La sudditanza è particolarmente drammatica negli Stati Uniti, che non dispongono di impianti di separazione operativi per la maggior parte dei metalli colpiti. L’unica miniera attiva, a Mountain Pass in California, è un’eccezione solitaria in un deserto industriale. E l’Europa? E’ ancora più indietro.

Ci voleva la lezione della terre rare per ricordarci che in un mondo globalizzato, la sovranità non si esercita più con la forza militare, ma con il controllo delle tecnologie e delle risorse che le alimentano. E oggi, le tecnologie del futuro — energia rinnovabile, intelligenza artificiale, difesa avanzata — si nutrono di questi materiali. Chi li possiede, o meglio, chi ne controlla la lavorazione, può influenzare l’economia globale quanto e più delle banche centrali o delle borse finanziarie.

La Cina lo ha capito da tempo. L’Occidente no. Troppo impegnato a inseguire profitti trimestrali, ha lasciato andare la manifattura, ha abbandonato le miniere, ha dimenticato il valore strategico delle materie prime. E ora si ritrova a fare i conti con questa realtà: il mondo che ha progettato, basato su una divisione del lavoro globale e gerarchica, si sta sgretolando. E’ una sorta di vendetta dell’Economia Canaglia che ha sprigionato con la caduta del Muro di Berlino? Forse si! Le terre rare non sono solo risorse. Sono un simbolo. Rappresentano la faglia tra due modelli di sviluppo capitalista: uno che costruisce strategicamente, l’altro che consuma e dipende.

In questo nuovo ordine mondiale, serve una rivoluzione industriale e politica. Serve ricostruire capacità produttive, investire nella ricerca, e soprattutto ripensare le alleanze in base a criteri non più solo ideologici, ma materiali. Le guerre del futuro non saranno per il petrolio. Saranno per il disprosio, lo scandio e il neodimio. E chi resta a guardare, rischia di spegnersi con la batteria del proprio smartphone.

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