Riceviamo e pubblichiamo il testo dell'intervento tenuto dall'economista Loretta Napoleoni in occasione della VII Edizione Nazionale della festa Il Coraggio della Pace, organizzata da Disarma a Sesto Fiorentino.
Nel suo contributo, intitolato "Oltre le Guerre", l'autrice analizza il legame indissolubile tra l'aumento dei conflitti armati e l'esplosione delle disuguaglianze economiche mondiali dalla fine della Guerra Fredda a oggi. Attraverso i dati recenti sull'iper-concentrazione della ricchezza, Napoleoni individua le radici di questo divario in quattro driver neoliberisti: finanziarizzazione, globalizzazione asimmetrica, privatizzazioni e crollo della progressività fiscale. Sottolineando come l'elusione fiscale e la mobilità dei capitali privino gli Stati delle risorse per la sanità e i servizi, l'autrice sostiene che "disarmare il capitale" — con imposte globali, trasparenza e giustizia redistributiva — sia la vera precondizione per disinnescare i conflitti del futuro.
Di seguito il testo integrale dell'intervento.
Buongiorno, e grazie agli organizzatori di questa conferenza, a mio parere importantissima perché arriva in un momento storico estremamente complesso e pericoloso.
Parto dal titolo: Oltre le Guerre, ambiziosissimo e incoraggiante. Dalla fine della Guerra fredda, il proliferare delle guerre è andato a braccetto con l'aumento delle disuguaglianze. Secondo l'Uppsala Conflict Data Program, i conflitti armati sono saliti da circa 40 nel 1989 a 65 nel 2025. Un pianeta dove pochissimi possiedono quasi tutto e moltissimi non possiedono quasi nulla è un mondo destinato allo scontro.
L'alta concentrazione della ricchezza condiziona il potere politico e orienta le scelte di spesa militare: l'amministrazione Trump ha fatto capire apertamente che difenderà anche con la forza il primato tecnologico statunitense. Il grande capitale occidentale ha comunque le sue armi: paradisi fiscali, avvocati, algoritmi, lobby. Le usa per difendere il proprio primato e impedire che lo Stato democratico faccia ciò che dovrebbe, cioè redistribuire la ricchezza. Lo stesso vale per i mercati, oggi condizionati e controllati da una manciata di imprese globali.
Disarmare il capitale, dunque, non vuol dire abolire il mercato, ma liberarlo dalle catene degli oligopoli e ripristinare la libera concorrenza sotto la supervisione dello Stato, che è uno dei suoi compiti principali. In quest'ottica redistribuire la ricchezza non è un atto di carità, ma di giustizia sociale e democratica.
I dati confermano quello che ormai molti sanno: il meccanismo infernale delle disuguaglianze si è attivato dopo la caduta del Muro di Berlino. Alla radice c'è l'illusione neoliberista del trickle down effect: lasciate libero il mercato, e prima o poi la ricchezza scenderà verso il basso. I numeri ci dicono che non e’ cosi.
Partiamo dagli Stati Uniti. La Federal Reserve misura la ricchezza delle famiglie americane proprio dal 1989. Allora l'1 per cento più ricco possedeva circa il 23 per cento della ricchezza nazionale. Oggi siamo al 32,5 per cento, un record assoluto.
Allarghiamo lo sguardo al mondo. Secondo il World Inequality Report 2026, il 10 per cento più ricco del pianeta possiede tre quarti di tutta la ricchezza; la metà più povera, quattro miliardi di persone, ne possiede il 2 per cento.
Ancora più impressionante è la cima della piramide. Lo 0,001 per cento della popolazione, circa 56.000 persone, meno degli spettatori di un derby a San Siro, possedeva il 3,7 per cento della ricchezza mondiale nel 1995. Oggi ne possiede il 6,1 per cento: tre volte quello che possiede l'intera metà povera dell'umanità.
E l'accumulazione accelera. Secondo Oxfam, nel 2025 i miliardari hanno superato per la prima volta quota 3.000 e la loro ricchezza è cresciuta del 16 per cento, arrivando a 18.300 miliardi di dollari. In un solo anno hanno guadagnato 2.500 miliardi, quasi quanto possiede tutta la metà povera del mondo.
E l'Italia? I nostri miliardari sono passati da 71 a 79 in un anno, e il loro patrimonio è cresciuto di 54,6 miliardi di euro, 150 milioni al giorno. Nello stesso periodo, dice sempre Oxfam, la disuguaglianza dei redditi è peggiorata perché sono scesi i redditi più bassi.
Perché è successo?
Come accennavo, l'allargarsi della forbice è il prodotto di scelte politiche precise, nate negli anni Ottanta e diventate dogma dopo il 1989. Ne indico quattro.
La grande fuga
La globalizzazione ha regalato al capitale un'arma formidabile: la mobilità. Prima l'hanno usata le multinazionali; oggi la usano anche i grandi patrimoni, che scelgono il paese dove pagare le tasse come si sceglie un albergo.
Secondo il Tax Justice Network, ogni anno le multinazionali spostano 1.420 miliardi di dollari di profitti nei paradisi fiscali, e gli Stati perdono circa 350 miliardi di gettito: scuole, ospedali, pensioni che non vedremo mai. Il caso più noto è Apple in Irlanda, che nel 2014 pagava circa 50 euro di tasse su ogni milione di utili europei.
E noi in Italia non siamo innocenti. Dal 2017 abbiamo una flat tax per i ricchi che trasferiscono qui la residenza: un forfait fisso sui redditi esteri, qualunque sia la cifra. Era di 100.000 euro, oggi è di 300.000. Facciamo un conto: chi ha 20 milioni di redditi esteri paga l'1,5 per cento. Un insegnante che supera i 50.000 euro lordi paga il 43 per cento sull'ultimo euro. Risultato: l'Italia è il secondo paese europeo per miliardari residenti, e Milano una calamita per i patrimoni in fuga da Londra dopo l'abolizione del regime dei non-dom.
Ogni paese abbassa le tasse ai ricchi per rubarli al vicino. Londra li perde, Milano li prende, Dubai e Monaco li aspettano, e alla fine nessuno li tassa davvero. È una guerra fiscale tra Stati, e come tutte le guerre la pagano i civili: i lavoratori e i pensionati che non possono trasferirsi.
Una tassazione globale
Se il capitale è globale, la tassazione deve diventare globale. Un singolo Stato che alza le tasse ai ricchi li vede partire; cento Stati che si accordano non lasciano vie di fuga.
Abbiamo già cominciato. Nel 2021 circa 140 paesi hanno firmato in sede OCSE una tassa minima globale del 15 per cento sulle grandi multinazionali. Ma il 5 gennaio di quest'anno, sotto la pressione di Washington, le multinazionali americane sono state esentate dalle regole principali: proprio quelle che spostano più profitti. Le regole globali esistono solo se c'è la volontà politica di difenderle.
Il secondo passo riguarda le persone. Al G20 di Rio, nel 2024, il Brasile ha proposto, sulla base del lavoro dell'economista Gabriel Zucman, un'imposta minima del 2 per cento sui patrimoni dei miliardari: circa 3.000 persone, tra 200 e 250 miliardi di dollari l'anno. Il 2 per cento, quando l'anno scorso i loro patrimoni sono cresciuti del 16.
Servono tre cose: un registro pubblico dei patrimoni, per sapere chi possiede cosa dietro società schermo e trust; un'imposta minima sui grandi patrimoni coordinata almeno in Europa, con una tassa d'uscita per chi trasferisce la residenza pur di non pagare; e una convenzione fiscale delle Nazioni Unite, oggi in negoziato, in cui decidano tutti i paesi, compresi quelli del Sud del mondo. L'Italia può cominciare da casa sua: abbandonare la flat tax per i super ricchi e mettersi alla testa di questa battaglia in Europa.
Oltre le Guerre
Torno al titolo. L'anno scorso, all'Aia, i paesi della NATO si sono impegnati a portare la spesa per la difesa al 5 per cento del PIL entro il 2035. Ci dicono che non ci sono soldi per la sanità, la scuola, la casa. Ma i soldi ci sono: nei 18.300 miliardi dei miliardari, nei 1.400 miliardi di profitti che ogni anno scivolano verso le Cayman, il Lussemburgo, l'Irlanda. Il problema non è la scarsità, è la distribuzione.
Una società dove dodici persone possiedono più di quattro miliardi di esseri umani è una polveriera. La rabbia sociale cerca un bersaglio, e la storia ci insegna che troppo spesso quel bersaglio diventa un nemico da combattere.
Per questo disarmare il capitale non è un tema separato dalla pace: è la stessa battaglia. Togliere al capitale le armi della fuga e dell'opacità, e restituire agli Stati la capacità di redistribuire, significa togliere benzina alle guerre di domani.
Grazie.
Fonti dei dati
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