Come evidenziato in quest'ampia analisi di Jonathan Cook per Middle East Eye, le ultime elezioni generali in Israele hanno dissolto definitivamente il mito, tanto caro alle diplomazie occidentali, di uno Stato "ebraico e democratico". Per decenni le istituzioni internazionali hanno chiuso gli occhi sull'occupazione militare illegale, sulla pulizia etnica e sul trattamento riservato ai palestinesi, giustificando la condotta di Tel Aviv sotto il pretesto delle esigenze di sicurezza e continuando a descrivere il Paese come l'unica democrazia del Medio Oriente.
L'illusione che la cittadinanza e il diritto di voto concessi alla minoranza palestinese rappresentassero la prova di una democrazia di stampo occidentale è crollata di fronte all'esito delle urne. La massiccia partecipazione elettorale dei cittadini palestinesi d'Israele e la conquista di un numero record di seggi alla Knesset hanno generato una reazione di netto rifiuto in tutto lo spettro politico ebraico. Pur detenendo l'ago della bilancia in un parlamento spaccato a metà, i parlamentari palestinesi restano trattati alla stregua di intoccabili: sia il blocco di governo guidato da Benjamin Netanyahu sia l'opposizione rifiutano categoricamente ogni forma di alleanza o dialogo con loro, ritenendo inammissibile che la minoranza araba possa esercitare un'influenza politica reale.
Il testo dimostra come questa dinamica non sia una deriva recente, bensì una caratteristica strutturale risalente al 1948. La nascita dello Stato ebraico fu resa possibile dall'espulsione forzata dell'80% della popolazione autoctona palestinese, una colossale operazione di ingegneria demografica. Solo dopo aver garantito una maggioranza ebraica schiacciante e aver bloccato il diritto al ritorno con la Legge del Ritorno del 1950, Israele concesse il voto ai sopravvissuti. Per i primi vent'anni, tuttavia, questa minoranza è vissuta sotto una dura legge marziale, confinata in enclave, privata della libertà di movimento e spogliata delle proprie terre, trasformando il diritto di voto in un mero elemento decorativo per l'opinione pubblica estera.
Negli ultimi anni, l'incitamento razzista della destra e l'approvazione della Legge sullo Stato-nazione del 2018 hanno blindato la sovranità esclusiva del popolo ebraico, rispondendo ai tentativi dei partiti palestinesi di chiedere una democrazia paritaria per tutti i cittadini. Nel frattempo, la società ebraica israeliana si trova spaccata internamente tra settori laici e religiosi, ma rimane profondamente unita nell'escludere la minoranza araba e nel sostenere una linea d'azione militarista e ultranazionalista verso i territori occupati e i Paesi vicini.
L'editoriale conclude che l'ostinazione dei media e dei leader occidentali nel considerare i crimini e il razzismo sistemico di Israele come una semplice anomalia legata alla figura di Netanyahu è un errore di prospettiva. Qualsiasi alternativa politica interna condivide la medesima impostazione suprematista, dimostrando che il problema risiede nella logica stessa del sionismo e nelle fondamenta costitutive dello Stato.
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