di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano, 7 luglio 2026
Ha un bel dire Crosetto che “i presidenti passano, il rapporto con gli Usa resta”: nei prossimi due anni e mezzo, salvo sorprese, gli Usa saranno ancora sinonimo di Trump, con cui chi governa dovrà continuare a fare i conti. Possibilmente facendo gl’interessi dell’Italia, anzi iniziando a farli, visto che finora ha fatto quelli degli Usa. Essendo impossibile cambiare Trump, bisognerebbe cercare di capirlo. Checché se ne dica, non è un pazzo, anche se gli piace farlo. È un bullo egomane che capisce solo i rapporti di potere: forte coi deboli e debole coi forti. Finora tutti i leader occidentali, tranne il canadese Carney e lo spagnolo Sànchez, hanno pensato che il miglior modo per affrontarlo sia adularlo e compiacerlo. Lo disse lui stesso all’inizio del secondo mandato: “Ho la fila di leader ansiosi di baciarmi il culo”. Poi li insultò, li derise e li umiliò a uno a uno: Starmer, Merz, Macron, von der Leyen, Rutte, ora la Meloni. Nessuno gli ha fatto sgarbi particolari, anzi gli hanno detto di sì quasi su tutto ciò che davvero gli interessava: dazi, 5% di Pil alla Nato, Gnl americano al quadruplo del metano russo, armi comprate dagli Usa per regalarle a Kiev, niente tassa sulle big tech, zero sanzioni a Israele, pigolii sulle guerre illegali in Venezuela e in Iran. L’unico no a Trump è stato sul piano di pace per l’Ucraina concordato con Putin in Alaska. Ma lì per lui è un win-win, mentre per l’Ue è un lose-lose: gli Usa ingrassano pure sulla guerra, vendendoci le armi e lucrando sull’harakiri dell’economia europea che si svena da sola per una causa strapersa.
Fateci caso: gli unici ad aver detto dei no, Carney e Sànchez, hanno subìto da Trump attacchi e minacce (dazi fantasmagorici, mai applicati), ma – almeno finora – mai disprezzo. Come Mamdani, il giovane sindaco socialista di New York: Trump lo considera un pericolo pubblico (ampiamente ricambiato), ma l’ha ricevuto nella Sala Ovale con rispetto e qualcosa di simile alla simpatia: perché ha molti voti, quindi è forte. E Trump teme solo la forza: perciò rispetta Putin, Xi e – ora che l’ha visto all’opera a sue spese – l’Iran. Gli “alleati” Nato, se volessero spiazzarlo e farsi rispettare al vertice di Ankara, anziché scodinzolargli appresso nel terrore di esser bullizzati un’altra volta, si rialzerebbero in piedi, drizzerebbero la schiena, ritrarrebbero la lingua e gli comunicherebbero quanto segue: “Il 5% di Pil in armi te lo scordi, il gas lo ricompriamo dalla Russia, con Putin ci trattiamo anche noi con la Merkel mediatrice, i patti sulle basi in casa nostra li rinegoziamo nel rispetto del diritto internazionale e partiamo subito con le sanzioni a Israele e la tassa digitale sulle big tech”. Ovviamente non lo faranno e continueranno a subire il suo disprezzo. Peraltro, pienamente meritato.
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