L'Iran non nutre ottimismo nei confronti degli Stati Uniti e si accosta a qualsiasi tavolo negoziale mossa da una profonda e radicata diffidenza. A confermarlo è una fonte ufficiale coperta da anonimato che, parlando all'agenzia di stampa iraniana Tasnim, ha chiarito la postura geopolitica di Teheran: anche nell'eventualità in cui si giungesse a un'intesa preliminare, il governo iraniano non considererà vincolanti né affidabili gli impegni assunti da Washington.
"L'Iran non nutre alcuna benevolenza nei confronti degli Stati Uniti", ha spiegato la fonte. "Lo scambio di messaggi, facilitato dalla costante mediazione del Pakistan, avviene in un clima di totale e reciproca sfiducia verso l'amministrazione statunitense".
I nodi da sciogliere restano complessi: secondo quanto trapelato, non è ancora stato siglato alcun accordo definitivo e permangono marcate divergenze su diverse clausole chiave. "Un'eventuale intesa iniziale non sancirebbe un mutamento d'opinione da parte dell'Iran, né una ritrovata fiducia nell'adempimento degli obblighi da parte di Washington", ha ribadito l'emissario, sottolineando come i precedenti storici condizionino pesantemente l'andamento dei colloqui. Teheran ha già fatto sapere che monitorerà rigorosamente le azioni americane nella fase post-accordo: in caso di inadempienze, l'Iran manterrà intatti i propri strumenti di pressione per una reazione immediata.
La smentita sui beni congelati e il nodo nucleare
L'apparato informativo di Teheran ha parallelamente respinto le indiscrezioni circolate sui media israeliani, secondo cui i funzionari statunitensi avrebbero vincolato lo sblocco dei beni finanziari iraniani al preventivo trasferimento delle scorte di uranio arricchito. Tasnim ha bollato tali ricostruzioni come "completamente false", negando fermamente qualsiasi correlazione tra lo sblocco dei fondi congelati e i dossier relativi al materiale nucleare.
La linea diplomatica dell'Iran resta inflessibile: i beni dovranno essere resi pienamente accessibili subito dopo la firma dell'accordo, per evitare il ripetersi di quelli che Teheran definisce i "sabotaggi e i ritardi" che hanno caratterizzato le esperienze passate. Qualsiasi pre-accordo, conclude il rapporto, dovrà focalizzarsi in via esclusiva sul "cessate il fuoco e la fine delle ostilità". Se il rilascio dei fondi dovesse saltare, per l'Iran verrebbe superata una linea rossa invalicabile, decretando il fallimento della trattativa.
La prudenza di Trump e la mediazione di Islamabad
Sul fronte opposto, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato la linea della massima prudenza, dichiarando di aver dato precise disposizioni ai propri negoziatori affinché non accelerino i tempi: "Il tempo è dalla nostra parte", ha scritto Trump sui suoi canali social, ribadendo che l'embargo e il blocco navale rimarranno pienamente in vigore fino a quando non si giungerà a un accordo formalmente certificato e firmato da entrambe le parti.
In questo delicato scacchiere, il Pakistan continua a giocare un ruolo di primo piano come facilitatore del dialogo. Il Primo Ministro Shehbaz Sharif ha espresso il forte auspicio che Islamabad possa ospitare "molto presto" un nuovo e decisivo round di colloqui tra le delegazioni dei due Paesi, dopo la prima sessione di contatti avviata nel mese di aprile.
La diplomazia si muove sul filo del rasoio, nel tentativo di stabilizzare una regione sconvolta dal conflitto esploso il 28 febbraio scorso, a seguito degli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano. A quell'offensiva Teheran aveva risposto massicciamente con le ondate missilistiche dell'Operazione True Promise 4. Nonostante il fragile cessate il fuoco concordato a inizio aprile, la tensione resta ai massimi storici e il blocco navale statunitense sui porti iraniani continua a soffocare l'economia della Repubblica Islamica.
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