di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
Accogliamo con piacere la risposta di Umberto De Giovannangeli al nostro articolo e il dibattito che ne è scaturito. Riconosciamo il suo impegno nel raccontare la Palestina e crediamo di condividere un obiettivo fondamentale: porre fine alla distruzione di Gaza e al genocidio del popolo palestinese, ottenere giustizia per le vittime e affrontare le strutture di occupazione, apartheid, colonialismo d’insediamento ed esproprio delle terre. Proprio perché perseguiamo lo stesso obiettivo, vale la pena discutere non soltanto di ciò che il mondo ha visto, ma di chi viene ascoltato e di ciò che dovrebbe seguire.
Umberto scrive: «Ma non applaudire NAZA è un clamoroso autogol, fatto a fin di bene ma che incrocia l’atteggiamento che la destra israeliana ha avuto contro il film documentario e i due registi, ebrei israeliani, accusati di essere traditori, antisemiti, indegni di avere ancora la cittadinanza israeliana, complici dei terroristi stupratori di Hamas».
È proprio questo passaggio a rivelare il problema. Il rifiuto di applaudire un film viene accostato agli attacchi contro i suoi autori, quasi che criticare la centralità accordata ai testimoni israeliani equivalga a minacciarli. Ma la destra israeliana attacca i registi per aver denunciato i crimini dell’esercito. Noi contestiamo la gerarchia culturale per cui quelle denunce ricevono un’autorevolezza e una consacrazione quasi sempre negate ai palestinesi che documentano gli stessi crimini. Non sono posizioni coincidenti; confonderle significa eludere il nostro argomento.
Umberto non sostiene che non possiamo parlare. Sostiene che sbagliamo, e chiama il nostro rifiuto un autogol. Su questo non attendiamo il consenso di nessuno. Abbiamo tutto il diritto di dire ciò che pensiamo e ciò che proviamo. E ciò che proviamo, davanti a una sala occidentale che resta in piedi ad applaudire per venticinque minuti chi racconta come ci ha uccisi, è rabbia. Quegli applausi sono andati a chi ha raccontato quelle morti dall’interno dell’esercito che le ha causate. Nessuno ci può chiedere di unirci a quell’ovazione, né di spiegare con toni misurati perché non lo facciamo.
E c’è un paradosso ancora più doloroso. Da decenni ai palestinesi vengono rivolte accuse di terrorismo, antisemitismo e complicità con la violenza, anche quando rivendicano i propri diritti. Dopo il 7 ottobre 2023, il linguaggio della disumanizzazione ha accompagnato la devastazione di Gaza. E ora proprio ai palestinesi, bersaglio di quelle accuse e di quella violenza, viene chiesto di mettere al centro della discussione la sofferenza dei registi israeliani, perché anch’essi sono stati insultati e minacciati.
Le minacce rivolte ai registi non sono l’oggetto di questo dibattito. Eppure sono diventate la preoccupazione principale, mentre il pericolo reale è il genocidio del popolo palestinese, che continua ogni giorno a Gaza e si estende alla Cisgiordania. Ancora una volta la luce si sposta dalle vere vittime a chi ne ha raccontato l’uccisione. Non chiediamo a nessuno di tacere le voci israeliane. Ci domandiamo perché le voci palestinesi, che parlano da un secolo, abbiano ancora bisogno di un garante.
La risposta di Umberto riconosce gran parte della nostra critica e tuttavia riporta ancora una volta il dibattito sul coraggio israeliano, sull’ostilità che i registi devono affrontare e sull’importanza di applaudirli. Persino in una conversazione sulla distruzione delle vite palestinesi, gli israeliani tornano a essere i protagonisti. La questione non è soltanto chi riceve un premio o una standing ovation, ma chi viene considerato un testimone attendibile e chi rimane una voce di parte.
Edward Said aveva individuato questa asimmetria in Permission to Narrate. Scriveva che i fatti non parlano da soli, ma hanno bisogno di una narrazione socialmente accettabile che li accolga, li sostenga e li faccia circolare. A oltre quarant’anni di distanza, dobbiamo chiederci perché la testimonianza palestinese sembri ancora dover passare attraverso un intermediario israeliano o occidentale per diventare socialmente accettabile.
Mohammed El-Kurd, in Perfect Victims, contesta a sua volta la pretesa che i palestinesi dimostrino continuamente la propria innocenza e umanità per meritare solidarietà. È questa la gerarchia orientalista che denunciamo: la sofferenza palestinese viene messa alla prova, mentre chi appartiene alla società responsabile di quella sofferenza acquista un’autorità morale particolare nel momento in cui decide di riconoscerla. Quando diventa sistematico, questo squilibrio costituisce una forma di razzismo antipalestinese.
Da oltre un secolo i palestinesi documentano la propria storia di colonialismo d’insediamento, esproprio delle terre, espulsione e resistenza. Da quasi tre anni trasmettono sui nostri telefoni, in diretta, la distruzione di Gaza: ospedali sotto attacco, bambini sepolti sotto le macerie, famiglie annientate, giornalisti uccisi mentre documentavano ciò che accadeva. Quelle immagini non avevano bisogno di una traduzione israeliana per essere comprese.
Eppure quasi nessuno parlava della violenza genocida che si è estesa alla Cisgiordania, né della repressione dei cittadini palestinesi di Israele. La storia non è cominciata nell’ottobre 2023, e non riguarda un solo gruppo né un solo territorio. È un genocidio contro il popolo palestinese, usato come mezzo per un fine: la pulizia etnica e la sostituzione. È questo il contesto. E allora la domanda diventa inevitabile: qual è, oggi, lo scopo di NAZA?
Informare? Confermare? Denunciare? Oppure contribuire concretamente alla giustizia?
Se lo scopo è informare, il destinatario non è certo il pubblico israeliano, che sapeva e sosteneva il genocidio. Lo dimostrano le dichiarazioni di politici, giornalisti ed esponenti della società civile, e i filmati diffusi dai soldati e da comuni cittadini di una società militarizzata, che impone il servizio militare a tutti i suoi cittadini tranne che ai palestinesi con cittadinanza israeliana. Non li turbavano nemmeno le notizie sulla fame a Gaza, la fame usata come arma di genocidio: c’era chi bloccava l’ingresso dei camion di aiuti e chi derideva i palestinesi, mentre l’esercito sparava su chi era in fila per il cibo. È quanto accaduto nella cosiddetta «strage della farina» del 29 febbraio 2024, lungo Al-Rashid Street, quando le truppe israeliane aprirono il fuoco sulla folla in attesa dei camion di aiuti umanitari, uccidendo oltre cento persone e ferendone centinaia. L’espressione è poi passata a indicare anche le successive «stragi del pane», legate alla disperata distribuzione di cibo a Gaza.
Resta il pubblico occidentale. Quali informazioni gli mancavano?
Se lo scopo è confermare le testimonianze palestinesi, perché serve la parola di un soldato israeliano perché diventino credibili? Non sono bastati i corpi, le immagini e i video diffusi dai palestinesi stessi?
Se lo scopo è denunciare i crimini, che cosa dovrebbe accadere dopo la denuncia? E quali responsabilità hanno le istituzioni che applaudono, quando i loro governi dispongono già di un’enorme quantità di prove?
Se i soldati israeliani intervistati dispongono davvero di informazioni sulle decisioni operative, sulle catene di comando e sulle responsabilità individuali, quelle informazioni non possono esaurirsi nell’emozione del pubblico in sala. Sono dichiarazioni che fanno rabbrividire, non verità da applaudire. Vanno conservate e messe a disposizione di investigatori e magistrati indipendenti: della Corte internazionale di giustizia, nel procedimento per genocidio avviato dal Sudafrica, e della Corte penale internazionale, che giudica le responsabilità individuali.
C’è anche una domanda sulla cornice storica del film. La denuncia dei massacri e dello sterminio di massa a Gaza aiuta a comprendere il sistema più ampio di colonialismo d’insediamento, occupazione, discriminazione ed esproprio delle terre che colpisce i palestinesi dal fiume al mare? Oppure presenta la devastazione come un episodio eccezionale di brutalità militare, separato dalle strutture politiche che la precedono? Non chiediamo a ogni documentario di raccontare un secolo di storia. Pretendiamo che non si confonda la conferma israeliana di un genocidio con la spiegazione complessiva della questione palestinese.
È qui che Palestine 36, di Annemarie Jacir, offre una prospettiva diversa. Restituisce ai palestinesi la soggettività politica e la continuità della propria storia. Non sono comparse nel risveglio morale di qualcun altro, ma protagonisti di una società e di una lotta per l’autodeterminazione che esistevano ben prima dell’ottobre 2023, e prima ancora della creazione dello Stato di Israele in Palestina.
Non applaudire NAZA non significa rifiutarsi di vederlo. Significa domandarsi perché venga applaudito e celebrato così, mentre tutto ciò che i palestinesi hanno già detto e documentato resta in secondo piano. E non accettiamo che la solidarietà con i registi israeliani diventi la misura della legittimità delle obiezioni palestinesi. Rivendicare la parola palestinese non significa mettere a tacere gli israeliani.
Abbiamo già visto questo meccanismo nella celebrazione internazionale del cosiddetto movimento israeliano per la pace, piccolo e ormai quasi inesistente. Il dissidente viene ammirato come la prova che quel paese non è soltanto violento e razzista. La sofferenza palestinese viene riconosciuta solo quando a raccontarla è un israeliano. E alla fine le rivendicazioni politiche e le strutture che hanno prodotto l’ingiustizia restano intatte. Una standing ovation non è un atto di giustizia, ma viene trattata come se lo fosse. Intanto il genocidio prosegue, davanti a un pubblico distratto da documentari e premiazioni.
Nel pieno della distruzione di Gaza, la questione decisiva non è celebrare il coraggio degli israeliani dissidenti. È trasformare testimonianze e prove in strumenti concreti di giustizia, affinché i responsabili dei crimini siano identificati, indagati e, ove ne ricorrano i presupposti, processati. Ora. Subito. È sostenere indagini indipendenti, esigere dai governi il rispetto dei propri obblighi giuridici e affrontare le strutture dell’occupazione e dell’apartheid.
Questa responsabilità riguarda registi, giornalisti, istituzioni culturali e tutti coloro che oggi applaudono. Il loro compito non può esaurirsi nell’informare un pubblico che ha già visto la distruzione di Gaza attraverso la documentazione dei palestinesi stessi. Deve comprendere la domanda più scomoda: che cosa siamo disposti a fare con ciò che sappiamo? E come devono rapportarsi le nostre istituzioni a uno Stato che commette un genocidio, attacca altri Stati sovrani e dichiara apertamente di volersi espandere, creando un clima pericoloso per la regione e per il mondo?
Non abbiamo bisogno di nuovi salvatori israeliani elevati al rango di eroi morali dell’Occidente. La narrazione della storia palestinese spetta ai palestinesi. Le testimonianze dei soldati non sono uno spettacolo, nemmeno quando offrono al pubblico il racconto, visto dall’interno, dei sistemi di intelligenza artificiale che hanno reso lo sterminio rapido ed efficiente.
Un documentario sulla macchina della morte non può diventare uno strumento di normalizzazione del genocidio. Il sostegno non si misura dalla durata degli applausi, ma da ciò che quel film contribuisce a cambiare nel sistema che ha prodotto tutto questo.
Umberto, riteniamo che il nostro obiettivo sia condiviso. Proprio per questo non possiamo tacere che quegli applausi, nel mezzo di un genocidio ancora in corso, sono sale sulla ferita: tolgono la luce ai palestinesi e distolgono l’attenzione dalla carneficina e dal loro sacrificio. Per questo non accettiamo che la parola palestinese, quando rifiuta di passare per un garante, venga reinterpretata come un attacco ai registi israeliani. Ancora una volta, la colpa ricade sui palestinesi.
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