Alle 6:49 del mattino, ora di New York, di lunedì 23 marzo, in appena sessanta secondi, qualcuno è intervenuto pesantemente sul mercato globale del petrolio. Circa 6.200 contratti futures, per un valore vicino ai 580 milioni di dollari, sono stati scambiati senza alcuna notizia, dato macroeconomico o intervento della Federal Reserve a giustificarlo. Solo una scommessa gigantesca – evidenzia Al Mayadeen - perfettamente sincronizzata: il prezzo del greggio stava per scendere.
Quindici minuti dopo, alle 7:04, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump pubblicava su Truth Social un messaggio destinato a scuotere i mercati: Washington e Teheran avevano avuto “conversazioni molto buone e produttive” per porre fine alla guerra. Nel giro di un’ora il petrolio crollava del 15%, mentre i mercati azionari globali guadagnavano circa 1.700 miliardi di dollari. Chi aveva aperto quella posizione pochi minuti prima aveva già vinto.
5 minutes before Trump’s announcement:
— Adam Cochran (adamscochran.eth) (@adamscochran) March 23, 2026
* $1.5B notional worth of S&P500 (ES) futures are bought in a single clip.
* $192M notional of oil futures (CL) sold.
More than 4x-6x any other trade size during the market close.
Insiders profited from his lies in broad daylight! pic.twitter.com/RhE3hiC0lj
Il problema è che quelle conversazioni, come riferito dall’Iran, non sono mai esistite. E infatti, nel giro di ventiquattro ore, il prezzo del petrolio tornava a salire. Un copione che, a fine marzo, non sorprendeva più nessuno a Wall Street.
Gli operatori lo hanno ribattezzato con un acronimo tanto ironico quanto rivelatore: “TACO”, “Trump Always Chickens Out”. Uno schema che si ripete: escalation verbale, panico dei mercati, improvvisa apertura diplomatica, rimbalzo degli asset. Nel mezzo, una finestra di poche ore in cui chi conosce in anticipo la sequenza può guadagnare miliardi.
Il contesto è esplosivo. Lo stretto di Hormuz, arteria vitale per il commercio energetico globale, è di fatto chiuso. Più a lungo resta bloccato, più i prezzi del petrolio tendono a salire. Ma basta un segnale di distensione, anche solo verbale, per invertire temporaneamente la rotta. È in questo spazio temporale, tra l’ennesimo annuncio USA e la smentita iraniana, che si gioca una partita finanziaria enorme.
Non è la prima volta. Il 9 marzo, quando Trump dichiarò che la guerra era “praticamente conclusa”, il petrolio perse oltre il 6% in meno di un’ora. Il giorno dopo, un post - poi cancellato - del segretario all’Energia statunitense annunciava falsamente un’operazione navale nello stretto, facendo crollare i prezzi di oltre il 17% in pochi minuti. Episodi che hanno progressivamente eroso la credibilità politica come fattore di mercato. E che probabilmente indicano volontà speculative della dirigenza statunitense.
A fine marzo, analisti come Jim Bianco hanno sancito quello che molti già sospettavano: le dichiarazioni presidenziali non sono più informazioni, ma rumore. I mercati reagiscono ormai solo a conferme indipendenti, in particolare da parte iraniana. È il segnale di una rottura profonda: la parola del presidente degli Stati Uniti ha perso valore finanziario.
Dietro questa strategia c’è una logica politica. Secondo fonti interne citate da Reuters, la Casa Bianca teme che l’aumento dei prezzi dell’energia possa avere effetti devastanti sulle elezioni di medio termine. Il sentiment dei consumatori è ai minimi da oltre un decennio, mentre gli indici azionari hanno perso terreno rispetto ai livelli precedenti alle elezioni.
Ma questa gestione “verbale” dei mercati produce un paradosso. Come osserva l’analista Bob McNally, mantenere artificialmente bassi i prezzi del petrolio riduce la pressione che potrebbe spingere verso una vera soluzione del conflitto. In altre parole, la manipolazione rischia di prolungare la guerra stessa.
Nel frattempo, qualcosa di più profondo si sta incrinando. Il mercato obbligazionario statunitense, tradizionalmente rifugio sicuro nelle crisi, sta dando segnali opposti: gli investitori vendono titoli di Stato invece di acquistarli. I rendimenti salgono, indicando sfiducia. È una dinamica insolita in tempo di guerra e suggerisce che il problema non è temporaneo, ma strutturale.
Tre fattori si intrecciano: inflazione in aumento, debito pubblico già elevato e margini di manovra ridotti per la Federal Reserve. Il risultato è un aumento del costo del denaro proprio mentre la spesa militare cresce. Una spirale che mette sotto pressione l’intero sistema finanziario.
E mentre la finanza cerca di adattarsi, l’economia reale presenta il conto. I prezzi della benzina e del diesel negli Stati Uniti sono saliti rapidamente, incidendo direttamente sulle famiglie e sulle imprese. A differenza dei futures, questi non rispondono ai post sui social: riflettono la scarsità fisica di carburante.
Il divario tra prezzo del greggio e prodotti raffinati si allarga, segno che la crisi non è solo speculativa ma concreta. Le scorte diminuiscono, la logistica si complica, e l’inflazione torna a correre.
Intanto, sullo sfondo, si muove un altro protagonista: la Cina. Meno esposta al blocco di Hormuz grazie a una strategia di diversificazione costruita negli anni, Pechino affronta la crisi con relativa stabilità. Le sue riserve strategiche, le forniture via pipeline, i rapporti con Teheran e l’incremento delle importazioni dalla Russia le garantiscono un vantaggio competitivo.
Non solo. Il conflitto potrebbe accelerare un cambiamento storico: l’erosione del cosiddetto petrodollaro. Secondo analisti di Deutsche Bank, l’ipotesi di scambi petroliferi denominati in yuan - il cosiddetto “petroyuan” - non è più teorica. Se si concretizzasse, metterebbe in discussione uno dei pilastri del potere economico statunitense.
E poi resta la questione più scomoda, quella che aleggia tra le righe ma che sempre più osservatori iniziano a porre apertamente: il confine tra gestione politica e speculazione. Quando dichiarazioni ufficiali sono in grado di spostare centinaia di miliardi in pochi minuti, e quando queste arrivano in sequenze ormai prevedibili, il sospetto che qualcuno possa trarne vantaggio diretto diventa inevitabile. Non si tratta più soltanto di volatilità dei mercati, ma di un problema etico e istituzionale. Se figure vicine al potere, o in grado di anticiparne le mosse, operano sui mercati beneficiando di queste oscillazioni, il rischio è quello di trasformare la guerra stessa in un’opportunità finanziaria. In questo scenario, la credibilità politica non è l’unica vittima: a essere messa in discussione è la tenuta stessa delle regole che dovrebbero separare l’interesse pubblico dal profitto privato.
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