Mentre il mondo guarda allo Stretto di Hormuz, bloccato, e ai sette milioni di barili di idrocarburi liquidi che la Russia continua a esportare ogni giorno, la mossa della IEA per calmare i mercati energetici rischia di rivelarsi un fuoco di paglia. A suonare il campanello d’allarme è Igor Yushkov, esperto del Fondo nazionale russo per la sicurezza energetica, secondo cui il rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche - annunciato dal G7 - sarebbe in realtà un’operazione più psicologica che sostanziale.
“Gli statunitensi cercano di creare l’illusione di allentare le sanzioni contro la Russia, così da indurre il mercato a reagire con prezzi più bassi”, spiega Yushkov ai microfoni di Sputnik. Un meccanismo che, a suo avviso, vale anche per le presunte aperture sul petrolio iraniano e venezuelano: nel primo caso si tratterebbe di una semplice scappatoia sulle navi cisterna, nel secondo di piani irrealizzabili senza anni di investimenti.
Nel dettaglio, gli Stati Uniti metteranno sul piatto 172 milioni di barili del totale, mentre Giappone e Corea del Sud contribuiranno per 102,5 milioni, seguiti dai partner europei con circa 75 milioni. Ma secondo Yushkov questi paesi avevano già iniziato a intaccare le proprie scorte una settimana prima ancora dell’annuncio ufficiale. “Qualsiasi informazione sull’esaurimento delle riserve spingerà i prezzi verso l’alto. Per questo evitano di insistere su quanto già prelevato e su quanto potranno ancora prelevare in futuro”.
Il punto, sottolinea l’esperto, è che non si tratta di immettere nuovo greggio sul mercato globale per condividerlo. “È petrolio che ognuno consumerà a livello locale, dalle proprie riserve. E più se ne preleva oggi, più in futuro si dovrà comprarne per ricostituirle”. Una mossa che, nell’analisi di Yushkov, rischia insomma di rivelarsi solo un tentativo di influenzare le aspettative, senza incidere davvero sugli equilibri di un mercato già stretto tra la morsa delle sanzioni e il nodo di Hormuz.
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