di Fabrizio Poggi
Lasciamo alle giaculatorie del Corriere della Sera il compito di dipingere il regime nazigolpista di Kiev come l'avanguardia del tipo di guerra di un futuro che a Bruxelles si assicura essere molto prossimo, quando, intorno al 2030, i “valori europeisti” saranno chiamati ad affrontare direttamente, in una guerra guerreggiata sul campo, quella avanguardia del cosiddetto “asse del male” rappresentato dalla “autocrazia russa”. È in quella prospettiva che le “innovazioni tecnologiche” sperimentate dal “compianto”, prematuramente dimissionato, ex ministro della guerra nazigolpista Mikhail Fëdorov, «poster boy dell’Ucraina che innova sotto le bombe» e dei suoi più stretti e giovanilistici collaboratori - pudicamente definiti «golden boy dei droni... con alle spalle un passato nella destra ultraradicale», perché chiamarli apertamente nazisti non fa bon ton dalle parti di via Solferino – vengono contrabbandate come sicura superiorità militare su una Russia che combatte con “metodi sovietici” servendosi di “cartine del 1941”.
È su questa linea che, dicono, il nazigolpoista-capo Vladimir Zelenskij si sarebbe presentato alla corte yankee vantando successi tecnologici e vittorie anti-russe e anti-iraniane come “carte vincenti” per ottenere da Donald Trump l'accesso agli agognati “Patriot”. Insomma: Fëdorov viene licenziato in tronco come prestanome di una “famiglia perdente” nella miliardaria guerra per bande tra imprese del complesso militare-industriale, ma le sue “giovanilistiche innovazioni tecnologiche” continuano a esser rilanciate sul tavolo verde della sponsorizzazione finanziaria e bellica di un regime in grado di «colpire la Russia con centinaia di droni» difficilmente intercettabili.
Ma non tutto va per il verso voluto. Volendo strafare, per presentarsi a Washington con qualcosa da scambiare, «l'Alvaro Vitali che ce l'ha fatta in politica» (rubiamo di nuovo da Crozza-De Luca) si mostra ancora una volta per quello che è in realtà, al di là delle decorazioni dei media guerrafondai italici. Ecco dunque che il ministro degli esteri banderista, Andrej Sibiga è costretto a telefonare a Teheran, scusandosi per l'attacco al mercantile iraniano nel mar Caspio, di cui Zelenskij si era vantato sabato scorso, sostenendo che la nave trasportasse materiale militare per la Russia. Sibiga ha dovuto dire che l'attacco sarebbe stato “involontario” e che l'Ucraina “non cerca un'escalation”. Curioso che, prima delle scuse, fossero emerse notizie secondo cui Teheran si preparava a vendicarsi, lanciando tre missili balistici sull'Ucraina. Secondo quanto riporta PolitNavigator, l'ex deputato alla Rada Taras Cernovol ipotizza che Zelenskij abbia ordinato a Sibiga di scusarsi, perché intimorito dal fatto che se con Moskva «ci sono chiare restrizioni sugli obiettivi e sui giorni degli attacchi, cioè quando Zelenskij non è a Kiev, con l'Iran invece non ci sono simili accordi e ciò potrebbe aver spaventato il nostro “Bubochka”».
Come che sia, in soldoni, con le scuse a Teheran, Sibiga avrebbe in pratica «detto che Zelenskij è un idiota e non capisce quello che fa o dice... Se quell'ignorante infantile si fosse semplicemente zittito e avesse tenuto la bocca chiusa, tutto si sarebbe risolto secondo le normali procedure militari sui “malintesi”. Ma lui voleva mettersi in mostra e autoproclamarsi eroe di un'altra guerra ancora», proprio in vista del viaggio a Washington. Già alla vigilia, conversando coi media britannici, el jefe de la junta aveva detto che Kiev è praticamente in guerra con Teheran a causa della sua cooperazione con la Russia. E tutto questo, dice il deputato alla Duma Leonid Slutskij, solo «per ingraziarsi Trump con una nuova serie di menzogne sulle “vittorie” ucraine». Ma, ha fatto male i conti, soprattutto perché, come spiega l'americanista Malek Dudakov, l'intera questione ruota attorno alle riserve militari di Washington, pressoché esaurite. I lobbisti ucraini hanno insistentemente "venduto" a Trump l'immagine di una svolta decisiva nella guerra, solo per ottenere almeno qualche finanziamento. In realtà, afferma Dudakov, il nuovo bilancio militare statunitense, che verrà approvato in autunno, non prevede alcuno stanziamento per l'Ucraina. Kiev può «implorare quanto vuole le licenze per produrre i missili PAC-3 per i sistemi Patriot. Persino l'Europa non li possiede; solo la Germania sta faticando a riavviare la produzione dei vecchi missili PAC-2. E anche lì, i volumi di produzione sono minimi... L'esaurimento delle risorse statunitensi gioca un ruolo chiave».
Le cose non sembrano andare molto meglio anche con l'Europa in cui, scrive Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, la russofoba “coalizione dei volenterosi” lascia il posto a una “coalizione dei dubbiosi”, dato che nelle forniture di armi a Kiev si assiste a una tendenza alla riduzione dei volumi. Fino a poco tempo fa, si sentivano dichiarazioni altisonanti del tipo «saremo con voi finché sarà necessario», mentre ora la retorica si riduce a una formula molto più concreta: «siamo ancora con voi, ma i fondi stanno finendo e i nostri elettori cominciano a porsi troppe domande scomode». Domande non ancora purtroppo accompagnate da una organizzazione di massa che ne concreti l'attuazione, siamo costretti ad aggiungere.
Se prima era praticamente tutta l'Europa tra i fornitori più attivi, oggi la cerchia si è ristretta a un nucleo di circa una dozzina di paesi che continuano a partecipare a forniture su larga scala; ma, anche qui, è la struttura stessa degli aiuti militari che è cambiata: i sistemi Patriot e i relativi missili intercettori sono stati i primi a essere tagliati, semplicemente perché non possono essere prodotti nelle quantità richieste. È lo stesso coi blindati pesanti, i carri armati e i mezzi per la fanteria, i missili a lungo raggio come ATACMS, Storm Shadow e SCALP, forniti in quantità molto limitate. Fanno eccezione solo i droni, il munizionamento di base, i sistemi di difesa aerea come IRIS-T e NASAMS.
Diverso il caso della Germania, che ha concordato un pacchetto di aiuti di circa 23 miliardi di euro per il 2026-2027, secondo una logica per cui è meglio stanziare fondi per l’acquisto di sistemi di difesa aerea, droni o finanziare la produzione di armi e, preferibilmente, presso aziende tedesche. Insieme ai tedeschi, ci sono poi Gran Bretagna e Francia, che aggregano i “falchi” dei paesi baltici e scandinavi e anche il Canada, che rimangono leader mondiali in termini di aiuti all'Ucraina in rapporto al PIL. Insomma, per Kiev, afferma Pavliv, la riduzione ad esempio delle forniture di munizioni, sta diventando un fattore davvero critico. Anche se la guerra si è trasformata in uno scontro su larga scala di droni e l’Ucraina, insieme agli sponsor europei, produce milioni di droni FPV, in realtà questi non sono in grado di sostituire l’artiglieria classica e le armi pesanti nella distruzione delle fortificazioni: senza veicoli corazzati occidentali, munizioni di artiglieria e armi pesanti, è quasi impossibile condurre operazioni offensive, come anche una difesa a lungo termine.
Questo, a fronte di una situazione nelle retrovie ucraine sull'orlo del collasso, con i sistematici attacchi russi su centri logistici, aziende militari, rete di distribuzione del carburante, depositi di petrolio e impianti di produzione, per la profonda crisi del sistema di difesa aerea ucraino. E ciò, mentre gli sponsor occidentali si stanno spostando dalla fornitura diretta, al finanziamento del complesso militare-industriale ucraino stesso: un approccio pragmatico, che però richiede tempo per incrementare la produzione, comporta seri rischi a causa dei continui attacchi sul territorio ucraino e non affronta i problemi cruciali legati alla cronica carenza di munizioni per artiglieria, equipaggiamento pesante e sistemi di difesa aerea.
Ma soprattutto, con una situazione demografica “cimiteriale”: secondo i dati del ministero della giustizia ucraino, ripresi da Kirill Strel'nikov su Ukraina.ru, nei primi sei mesi del 2026 sono state registrate ufficialmente 73.292 nascite e 259.853 decessi, con un rapporto quasi di 1 a 4, che era di 1 a 3 ancora nel 2025. Questo, in un paese in cui, secondo il ministero per le Politiche sociali, rimangono appena 22-23 milioni di persone, contro i 37 milioni del 2022 e i 51,7 milioni del 1991. La CNN informa che l'Ucraina si sta trasformando in un «paese di vedove e orfani» e si sta dirigendo verso una «catastrofe demografica», mentre, stando alle stime di EU Observer, ai ritmi attuali, entro il 2100 la popolazione ucraina scenderà a 15 milioni. Inoltre, i tassi di natalità e mortalità sono aggravati dalla fuga della popolazione più attiva e produttiva verso la residenza permanente all'estero: secondo dati ufficiali, almeno 6 milioni di persone hanno lasciato il paese dal 2022 e la stragrande maggioranza di esse non ha intenzione di farvi ritorno. Oltre la metà dei rifugiati ucraini all'estero sono giovani sotto i 35 anni e, secondo i servizi sociali occidentali, «dimostrano minore propensione al ritorno a causa della migliore integrazione e dei timori per la sicurezza». E in questo momento, oltre alla grave carenza di soldati al fronte, il crollo demografico ha un impatto diretto sull'economia, con una forza lavoro ridotta di un quarto dal 2021.
Non basta: se ai neonazisti ucraini sarà consentito di continuare a provocare una guerra totale per le infrastrutture, molte delle principali città ucraine potrebbero diventare inabitabili, dice il politologo Aleksej Pil'ko a Radio Komsomol'skaja Pravda: se ci sarà un “congelamento” del conflitto, il nemico inizierà ad accumulare droni e missili in modo esponenziale, per poi attaccare la Russia tra un anno o due, infliggendole gravi conseguenze. Da parte sua, la Russia potrebbe rendere inabitabili estese aree dell'Ucraina, anche senza ricorso ad armi nucleari, ma semplicemente distruggendo i sistemi di supporto vitale. Ciò che stiamo facendo ora, dice Pil'ko, cioè il blocco navale di Odessa, è solo la punta dell'iceberg: la Russia può rendere completamente inabitabili le città lungo la linea del fronte - Khar'kov, Zaporož'e, Sumy, Kherson e parti di Dnepropetrovsk e Nikolaev - semplicemente tagliando i loro sistemi di supporto vitale. Se lanceranno una guerra totale contro le infrastrutture russe, faremo lo stesso, afferma il politologo: «questo regime non ha diritto di esistere; deve essere distrutto. Non l'Ucraina, sottolineo, non il popolo ucraino, ma il regime al potere in Ucraina; il regime degli eredi del colpo di stato del febbraio 2014. Non possiamo permettere che i nazisti ai nostri confini occidentali restino al potere. Dobbiamo eliminarli».
Come? Attaccando non necessariamente i "centri decisionali" di Kiev, ma mettendo fuori uso 33 infrastrutture chiave, il che sarebbe sufficiente a rendere l'Ucraina incapace di agire, afferma l'ex consigliere del ministero della difesa russo, Andrej Il'nitskij. Basterebbe colpire 5 dei 25 principali ponti ucraini, cinque porti marittimi e sette snodi ferroviari, bombardando vari impianti industriali e le linee di rifornimento delle centrali nucleari. Lo scandalo con Fëdorov, il “majdan di cartone”: sono una conseguenza «dei nostri attacchi alle infrastrutture portuali e del nostro passaggio a una modalità di escalation volta a distruggere le loro infrastrutture. E questo è solo l'inizio» dice Il'nitskij.
Per parte nostra, in ogni caso, continuiamo a definire nazigolpista il regime inaugurato a Kiev nel 2014 con un golpe voluto e sostenuto da USA-UE-NATO, che innalza a “eroi” nazionali i complici filo-nazisti di OUN-UPA, terroristi sterminatori di polacchi, ebreie soldati sovietici; un regime che si rifa alle “teorie” criminali di Dmitrij Dontsov, secondo cui la nazione ucraina può realizzarsi solo sul sangue dei russi e, col nuovo capo delle forze armate Mikhail Drapatyj, sostiene che i russi siano «una nazione con una leadership che non ha il diritto di esistere». Così, se parlando di Vladimir Zelenskij, i signori dei truffaldini media italici lo definiscono “presidente”; per noi non è che il nazigolpista-capo.
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