di Giuseppe Giannini
Quando vale la vita di una persona nelle nostre democrazie in via di disfacimento? Due recenti fatti di cronaca - l’incarcerazione del killer gioielliere Roggero, e il brutale omicidio del cittadino di origine marocchina Abderrahim Fakir - ci interrogano sull’opportunità delle misure adottate e sul significato dello Stato di diritto.
Dietro di essi si muovono le immancabili ed insopportabili speculazioni politiche, che attraverso la propaganda di regime (e degli affiliati) trasformano ruoli e responsabilità degli operatori istituzionali, all’interno di una deriva sociale e legale, che separa invece di unire i cittadini. Che non trovano più spazi di riconoscimento. La disaffezione verso la rappresentanza politica e gli apparati della giustizia (dalle forze dell’ordine ai modi in cui essa viene amministrata) è figlia di decenni di abusi e privilegi, di impunità dell’élite, e di una diseguale applicazione del meccanismo sanzionatorio. Situazione aggravata dalle esperienze di governo berlusconiano, che hanno mutato antropologicamente gli italiani, il sentire comune, ponendo dei limiti agli argini della legalità e, al contempo, grazie alla componente reazionaria e razzista degli alleati (la Lega e i postfascisti) inventato e sanzionato oltre misura nuove fattispecie delittuose. I comportamenti considerati devianti sono quelli che turbano l’ordine precostituito. Quello basato sulle gerarchie, la disciplina, l’ordine capitalistico proprietario.
Dalla criminalizzazione abnorme delle occupazioni degli immobili al reato di devastazione e saccheggio, fino ai decreti sicurezza. La marginalità sociale come colpa da espiare e condannare aprioristicamente. La lotta di classe rovesciata. Inasprita e calata dall’alto.
Nel contro bilanciamento degli interessi tra tutela della persona, del diritto alla vita, e protezione della proprietà, in tutte le sue forme e manifestazioni, c’è, evidentemente, qualcosa che non torna. Nel caso del fanatico gioielliere la vita altrui diventa qualcosa da sacrificare. E l’eccesso nella spropositata reazione viene giustificato da tutti coloro che si sentono toccati nell’intimo di una coscienza violata nell’io possessorio più che nella violazione di domicilio, attività, affetti. Il tribunale si è già espresso, ed è stato anche benevolo considerando tutte le attenuanti, non potendo però sorvolare su ciò che è evidente (documentato anche dalle telecamere): la chiara intenzione di uccidere, anche quando l’immanenza del pericolo, la sua attualità era venuta meno. Altro che legittima difesa! E, in considerazione del passato del nostro amante delle armi, poteva andargli, decisamente peggio.
Bisognerebbe però chiedere ai difensori di questo crimine (quando si tratta di figuracce Salvini è in prima linea), ma il nostro giustiziere non ha pensato che inseguendo i delinquenti, essendo in tre ed armati avrebbero potuto ucciderlo? O si è accorto di esser stato gabbato da una pistola giocattolo e questo lo ha fatto andare su tutte le furie? E se tale comportamento fosse stato opera di un cittadino straniero, tipo un imprenditore cinese o nordafricano i fascio-leghisti avrebbero avuto il coraggio di chiedere la grazia ed una possibile candidatura? E’ chiaro che i soggetti al governo non hanno alcun rispetto dei diritti, tanto delle vittime che degli autori dei reati.
A meno che non siano della loro parte o utili a diventare arma di sciacallaggio politico. La bocciata riforma della Magistratura, le vicende di Delmastro e Santanchè, e , quelle più gravi concernenti la violazione dei diritti umani ad opera di Almasri , e in Palestina, confermano la visione di questi suprematisti speculari a Trump e Netanyahu.
La seconda vicenda è, forse, ancora più triste. Non è il primo caso di abusi in divisa. Considerati gli episodi simili accaduti in America (George Floyd su tutti), e le alte temperature di questi giorni in cui diventa difficile respirare, ammanettare in tal modo il povero Fakir, impedendogli di muoversi, soffocandolo, e con la colpevole inerzia dei presenti operatori sanitari, delinea una “superficialità”, che merita, al più presto l’accertamento delle responsabilità. Tuttavia si sa, mandare a processo un militare non è cosa semplice. Ed ecco pronto, ancora una volta, l’immancabile uomo dalle felpe campanilistiche, che prende le difese, in maniera astratta, delle forze dell’ordine. Come se qualunque cosa provenga da una divisa sia implicitamente immacolata.
Proprio per preservare l’onore e i sacrifici di tanti di loro da anni si chiede l’introduzione del numero identificativo, invece la risposta è lo scudo penale. Siamo alla follia! È inutile negarlo, è presente, da sempre, all’interno dei corpi armati un atteggiamento ideologico di sopraffazione, che viene alimentato da forze partitiche aliene ai principi costituzionali. Che si nutre di disciplina e di intolleranza. Avrebbero bisogno, invece, di formazione professionale ed empatia, per combattere alla radice quel male che si è appropriato delle loro menti e che ha reso acefalo un corpo dello Stato.
di Alessandro Volpi* L'ineffabile presidente della più grande democrazia del mondo, che fa allusioni sessuali persino ai figli, torna a irridere la presidente del Consiglio italiana,...
di Laura Ruggeri* Al vertice NATO di Ankara, il Lussemburgo si è posizionato come uno dei più accesi sostenitori dell'accelerazione del riarmo europeo. Per un paese di...
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha scritto un articolo intitolato "Ucraina, Europa e sicurezza globale". All'ultimo momento la redazione europea di Politico ha deciso di censurarlo...
L'astro e leggenda del calcio mondiale, il compianto Diego Armando Maradona, fece una previsione sorprendente sui Mondiali di quest'anno, che si stanno svolgendo in Messico, Stati Uniti e Canada. Nel...
Copyright L'Antidiplomatico 2015 all rights reserved
L'AntiDiplomatico è una testata registrata in data 08/09/2015 presso il Tribunale civile di Roma al n° 162/2015 del registro di stampa