Tecnopolitica: la svolta totalitaria

di Giuseppe Giannini

La politica serve a governare e a decidere, quindi deve avere la capacità di interpretare e gestire gli eventi, oltre la mera autoreferenzialità. Quando il contributo avviene dall’esterno (l’associazionismo, fino ai movimenti rivoluzionari), oltre i partiti, con la partecipazione propulsiva delle varie anime presenti nella società essa si arricchisce culturalmente e socialmente.

Questo tipo di coinvolgimento, in larga parte, è morto da tempo. I partiti, a loro volta, dopo l’intrinseca crisi di riconoscimento a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, trasformati in qualcosa di diverso, attraversati da fenomeni di portata globale, e da essi dominati, rimangono gruppi di interesse particolare, distanti dalla materialità delle esistenze, e idonei solo a salvare forme anacronistiche mentre la sostanza cambia.

Con l’arrivo di personalità forti, che concentrano il potere economico e indirizzano la comunicazione, capaci, a modo loro, di interpretare lo spirito dei tempi e comunque di influenzare le masse (Berlusconi, Trump, i sovranisti), meglio di chi si erge dall’alto di un sapere tecnocratico (Draghi, Lagarde, von der Leyen, Cottarelli, et similia), post-democrazia e post-verità sono diventate la normalità da fronteggiare per salvare la democrazia e la politica stessa. Da quando la tecnologia ha fatto passi da gigante, rimodellando il quotidiano di ognuno, un presente inevitabile che avvilisce le facoltà umane, essa è diventata strumento di potere a disposizione del potere. Una nuova Weltanschauung.

Questo reazionari e tecnocrati lo sanno bene. Le innovazioni applicate in qualsiasi ambito economico, invece di snellire le attività non rappresentano altro che manifestazioni aggiornate di servilismo. E creano una nuova forma di burocrazia (digitale).

Da un lato chi le distribuisce e padroneggia (sviluppatori, datori di lavoro) e dall’altro chi le subisce (gli utenti, i lavoratori). Un processo di alienazione continua con in più l’ansia da prestazione e la dipendenza da contenuti e app. La tecnica al servizio di altri settori, come quello militare o legato alla gestione dell’ordine pubblico, diviene mezzo di annichilimento oltre le regole giuridiche nel primo caso, e corre il rischio di mutare, in senso autoritario, i rapporti tra i consociati, nel secondo caso. Se i soggetti che dovrebbero avere ruoli di autorevolezza e responsabilità (genitori, educatori, esponenti delle istituzioni e delle forze armate, operatori sanitari, titolari di azienda) abdicano al loro ruolo viene a crearsi un vuoto difficile da colmare. Questa è una ferita aperta che ci trasciniamo dal momento in cui certe incombenze sono state delegate, acriticamente, alla tecnica. E adesso vengono a galla tutte le distorsioni prodotte. Pensiamo all’uso dei telefonini sin dalla tenera età. Oramai il danno è fatto. Correre ai ripari, attraverso le limitazioni, anche se tardive, può servire a recuperare quelle facoltà cognitive disperse nel buco nero della rete informatizzata.

La crescita (anormale) velocizzata e mediata dalla tecnologia, ma che rallenta l’apprendimento, e modifica le relazioni e le esperienze di vita. Quando poi determinati episodi si verificano con una certa frequenza, sono i casi di bullismo, omofobia, intolleranza, accoltellamenti, risse, e chiamano in causa chi dovrebbe vigilare sui discenti, allora viene a concretizzarsi quella ibridazione con la macchina, che sopperisce all’affettività e trasforma le esistenze di quanti non sono in grado di padroneggiare gli stati d’animo. L’educazione, il rispetto, sembrano essere qualcosa di un’altra epoca, perdute nei meandri dell’odierna distopia. E con esse anche la prevenzione, l’invito al dialogo e all’ascolto. Sostituiti dall’uso della forza, che per mezzo delle leggi e dell’interventismo dei corpi dello Stato, disconosce le ragioni altrui, imponendo un modello che criminalizza e punisce ciò che è considerato devianza. Così, avviene in ambito di sicurezza e gestione dell’ordine pubblico.

Tutto appartiene al calderone securitario, che si tratti di singoli cittadini che vanno in escandescenza o di qualche fanatico religioso, fino alle manifestazioni dal basso e non eterodirette, che turbano maggioranza ed opposizione parlamentare, unite nel preservare il decoro dell’élite, e per questo incapaci di spiegare le ragioni delle lotte sociali. Per tale motivo il potere politico-mediatico tende a concentrarsi sui fatti di cronaca, per evidenziare la violenza dei sudditi (i manifestanti) ma non quella degli apparati e di chi dovrebbe tutelarli, ed oltre ad essere l’ennesima operazione di distrazione di massa con dati gonfiati (quanti agenti feriti) ed opinabili, approfitta del clima di tensione creato ad hoc per far passare provvedimenti legislativi di restrizione delle libertà. Fermi preventivi, misure cautelari, utilizzo di dispositivi e mezzi tecnologici (i droni, l’intelligenza artificiale, le telecamere, i controlli biometrici) che, da strumenti da utilizzare in via eccezionale per garantire la sicurezza, rendono normale, in nome di un astratto pericolo, l’osservazione delle masse.

Alla fine la tecnica serve a potenziare gli interessi che ci girano intorno: quelli economici, che da una società in pieno stato emergenziale (reale o creato) trovano beneficio (le tante piattaforme web, le strutture di tracciamento e quelle detentive), e quelli di una ridefinizione del fare politico pensato come reazione dell’uomo solo al comando. Dietro la retorica della sicurezza si delinea la svolta totalitaria che conduce alla dissoluzione della società.

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