di Fabio Massimo Parenti
Ecco come la propaganda dem vi manda in guerra…
«Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono».
Guardiamo alcune immagini del nostro presente: reti pluridecennali di prostituzione minorile e pedofilia legate a Washington, Londra e Tel Aviv; palestinesi e libanesi massacrati; Maduro e Flores rapiti dopo bombardamenti; la guerra USA-Israele contro l’Iran.
E ancora parliamo di “democrazie da difendere”, puntando il dito contro il resto del mondo?
Il nostro pensiero funziona per immagini e semplificazioni. Esposti a flussi pseudo-informativi continui, perdiamo capacità di riflessione. L’opinione pubblica finisce così per fondarsi su slogan anziché sulla verifica e sull’interpretazione.
Lo sperimento da più di vent’anni studiando la Cina. Se provo a raccontare una Cina al di fuori degli schemi binari — democrazie-autocrazie e amici-nemici — e ricordo che Pechino privilegia investimenti, infrastrutture, multilateralismo, partnership invece di alleanze militari, divento immediatamente un bersaglio, perché intacco le narrazioni che sono fabbricate per giustificare la deriva bellicista in cui siamo immersi.
In questa fase interviene la propaganda scientifica dei regimi democratici.
Non è una novità. Nasce almeno con la Creel Commission durante la Prima guerra mondiale: trasformare una popolazione contraria alla guerra in una popolazione pronta ad accettarla. Da lì con personaggi come Lippmann, Lasswell, Bernays si sviluppa l’industria delle pubbliche relazioni.
Il meccanismo si ripete: si costruisce il nemico e si fabbrica il consenso e il dissenso.
Le incubatrici del Kuwait nel 1990. La fialetta di Powell nel 2003. Interviste inventate a persone inventate, dal Guardian, dalla CNN ecc. Storie false o manipolate diventano immagini potentissime che preparano l’opinione pubblica alla guerra o alla sua giustificazione.
Il risultato è una dem-oligarchia: una piccola élite specializzata che definisce i grandi orientamenti; alla maggioranza resta il ruolo di spettatrice, di “gregge disorientato”.
E allora la vera informazione dal basso serve proprio a rompere le immagini prefabbricate e restituirci la possibilità di pensare. Autonomamente e umilmente.
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