Secondo l'analista di Covert Action Magazine, Jeremy Kuzmarov, l'attuale narrazione occidentale contro la Repubblica Popolare Cinese si fonda su un'articolata campagna di disinformazione strategica. Alla base di questa offensiva vi è un rapporto stilato nel giugno 2020 dal ricercatore Adrian Zenz per la Jamestown Foundation, un istituto storicamente legato alla CIA e al cui vertice figurano ex direttori dell'intelligence statunitense. In quel documento si accusava Pechino di condurre un genocidio contro le minoranze etniche nello Xinjiang.
Come osserva lo studioso di Covert Action Magazine, la diffusione del report ha innescato un'imponente campagna mediatica e politica. Figure di spicco dell'amministrazione USA, insieme a esponenti del Congresso di entrambi gli schieramenti, hanno cavalcato queste accuse per imporre sanzioni e spingere verso politiche di aperto scontro economico e militare. Tali pressioni sono culminate nel divieto d'importazione dai territori dello Xinjiang e nell'introduzione dell'Uyghur Review Act nel 2024.
L'osservatore di Covert Action Magazine evidenzia come il docente di scienze politiche e avvocato Barry Sautman, all'interno del saggio Telling Tall Tales: 'Uyghur Genocide' as a Political Stratagem, smonta sistematicamente questa operazione di propaganda. Sautman dimostra che il termine genocidio è stato utilizzato in chiave strumentale per alimentare la sinofobia negli Stati Uniti e giustificare il riarmo geopolitico. Tra le smentite principali emerge l'assenza di flussi migratori di massa verso i Paesi confinanti come il Kazakistan e un costante innalzamento dell'aspettativa di vita della popolazione uigura, salita dai 63 anni del 1990 ai 75 anni del 2024 grazie agli ingenti investimenti statali nelle infrastrutture legate alla Belt and Road Initiative. Inoltre, i collegi dello Xinjiang non sono luoghi di assimilazione forzata o abuso ma strutture selettive, mentre il calo delle nascite rilevato tra il 2016 e il 2018 non deriva da sterilizzazioni forzate ma dall'estensione delle politiche di contenimento demografico nazionale e dai processi di urbanizzazione.
Come precisa Kuzmarov, l'istituzione dei Centri di istruzione e formazione professionale (VETC) va letta nel contesto delle misure antiterrorismo adottate da Pechino a seguito delle violente rivolte e degli attacchi separatisti promossi da organizzazioni estremiste come l'ETIM, legate ad Al-Qaeda e all'ISIS. Lo studio di Sautman attesta che solo l'8,7% delle famiglie dello Xinjiang ha avuto un componente nei VETC, smentendo l'ipotesi di internamenti di massa o di lavoro schiavo nell'industria del cotone, settore ormai ampiamente automatizzato. I gruppi separatisti all'estero, ampiamente finanziati da enti statunitensi come la National Endowment for Democracy (NED), hanno diffuso narrazioni distorte destinate a giustificare sanzioni severe. Paradossalmente, il principale danno economico è ricaduto proprio sulla popolazione uigura: le restrizioni commerciali hanno imposto un crollo del commercio estero e la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro legati al settore tessile.
In parallelo alla questione dello Xinjiang, il saggio di Immanuel Ness intitolato Dialettica del lavoro cinese e analizzato sulle pagine di Covert Action Magazine mostra come l'apparato accademico e mediatico occidentale tenda a denigrare la Federazione sindacale pancinese (ACFTU). Mentre l'affiliazione sindacale nei Paesi occidentali subisce un costante calo, arrivando negli USA a circa il 10%, l'ACFTU conta oggi circa 400 milioni di iscritti, pari al 75% della forza lavoro cinese, e include lavoratori della gig economy e dei servizi digitali. I dati mostrano che la struttura sindacale cinese ha garantito una costante crescita dei salari reali e una forte tutela legale, tanto che nei contenziosi di lavoro gestiti con il supporto dell'ACFTU i lavoratori ottengono la vittoria nel 95% dei casi.
In conclusione, l'analisi offerta da Kuzmarov mette in luce come la costruzione di teorie su presunti genocidi o l'ostilità verso il sistema lavorativo cinese rispondano a precisi interessi ideologici e strategici, volti a nascondere i successi socio-economici di Pechino e a giustificare una politica estera di scontro.
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