di Angelo d'Orsi
Qualche giorno fa a Torino, nel circolo Arci-Anpi “La Poderosa”, si è presentato un volume che ricostruisce il viaggio di Italo Calvino in Urss nel 1951, seguendo il resoconto che ne fece per l’Unità, nella cui redazione lavorava (una straordinaria redazione, con nomi come Paolo Spriano, Raf Vallone, Diego Novelli ecc.). Il volume (L’Urss di Italo Calvino) di Mario A. Curletto e Romano Lupi, ha una strana storia: composto e pronto per la stampa nel 2023 non venne mai pubblicato, o se ne fece una sorta di semi-edizione clandestina, e dopo vari ostacoli è stato ora consegnato all’editore Sandro Teti, che lo ha messo nel suo catalogo, specializzato in storia e attualità russa. Peccato che non tanto per ragioni di diritti d’autore, quanto per più o meno sotterranee pressioni, gli articoli di Calvino non siano stati raccolti nel libro, e gli autori li hanno dovuto parafrasare, contestualizzandoli, naturalmente.
Ne risulta un interessantissimo spaccato della Russia ancora staliniana (Stalin sarebbe morto due anni dopo, nel 1953), che può esser messo a confronto con un altro racconto di viaggio, coevo, quello celebre di Carlo Levi, pubblicato senza problemi da Einaudi nel fatidico 1956 con l’accattivante titolo Il futuro ha un cuore antico.
Al di là delle notevoli diversità stilistiche (la scrittura asciutta e geometrica di Calvino da un canto, quella rotonda e un po’ ampollosa di Levi), le differenze sono nell’atteggiamento con cui i due scrittori si ponevano davanti al “paese del socialismo”. I due erano uniti dallo schieramento a sinistra, e dalla militanza antifascista: Levi, militante di Giustizia e Libertà, era stato arrestato nel ’35 e fu confinato in Basilicata, dove trasse ispirazione per quel capolavoro che è Cristo si è fermato ad Eboli, scritto nel 1944, a Firenze, mentre era ricercato dalle SS (edito da Einaudi nel ’45); Calvino, iscritto al Pci, era stato partigiano combattente in Liguria, e ne diede conto nel suo primo libro, Il sentiero dei nidi di ragno, sempre edito da Einaudi, di cui diventò più avanti uno delle figure più importanti.
La differenza dei due reportage è data innanzi tutto dalla situazione storica: il viaggio di Calvino si svolge con Stalin vivo e imperante, quello di Levi solo quattro anni dopo, ma siamo già nella prima destalinizzazione, che avrebbe toccato il culmine col XX Congresso dell’autunno 1956: l’anno dopo lo scrittore avrebbe lasciato il Pci, in quella diaspora di intellettuali seguiti ai fatti d’Ungheria, ma anche allo stesso congresso, in particolare alla denuncia dei “crimini di Stalin”, fatta in quell’assise da Nikita Chruscev. Eppure lo sguardo di Levi è più empatico, a tratti encomiastico, di quello di Calvino, che, con qualche imbarazzo e reticenza, non nasconde le “criticità” del paese.
Ambedue sono colpiti dallo straordinario sforzo economico sovietico, specie industriale, e militare, ma soprattutto culturale: notano, l’uno e l’altro, come grazie al socialismo, la cultura sia diventata merce diffusa, fin dal 1917, in quel gigantesco sforzo corale di cui il fenomenale suscitatore era stato Anatolij Lunacarskij, ministro dell’Istruzione nel primo governo bolscevico. Quello sforzo di diffusione della cultura, a cominciare dall’alfabetizzazione primaria di milioni di contadini, è una delle costanti notate dagli osservatori occidentali, e ne hanno dato conto in un bell’intervento da remoto Luciano Canfora, e in presenza, dal Console generale della Federazione Russa, a Milano, Dmitry Shtodin, il quale in un italiano perfetto, ha ripercorso l’antico, costante interesse europeo e specie italiano per quel mondo lontano, la sua arte, la sua cultura. I viaggi di intellettuali, i servizi giornalistici, gli scambi d’ogni genere, tra “noi” e “loro”, anche con una sempiterna punta di vago razzismo occidentale. Eppure Shtodin, un classico intellettuale prestato alla politica, non ha avuto un solo cenno di polemica, e neppure di acrimonia, davanti a un atteggiamento dei media e della politica che, come vediamo quotidianamente, è oggi di stolta e totale chiusura verso l’arte e la cultura russe. In tutti i (numerosi) spettatori un senso di rabbia impotente era palese. In privato, il console mi ha confidato che Torino in particolare gli sembra uno dei luoghi meno recettivi verso proposte culturali attinenti la Russia, e lo ha detto con mestizia, non con rabbia. Una lezione di stile, oltre che una sferzata culturale.
Il mondo intellettuale libero (se esiste ancora) saprà trarne stimolo?
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