A poche ore dal voto che deciderà il futuro politico dell'Ungheria, l'atmosfera a Budapest è quella sospesa e carica di sospetti che precede un responso atteso non solo nelle case magiare, ma nei palazzi del potere di mezza Europa e oltre. La contesa tra Viktor Orbán e Péter Magyar da normale sfida elettorale, si è traformata in un evento attraverso cui osservare le crepe sempre più profonde tra l'Unione Europea e i suoi Stati membri più riottosi.
A squarciare il velo dell'ipocrisia diplomatica ci ha pensato, con il piglio diretto che contraddistingue la nuova amministrazione USA, il vicepresidente J.D. Vance. Atterrato nella capitale ungherese per una visita ufficiale, Vance non si è limitato ai convenevoli, ma ha puntato l'indice contro quello che ha definito senza mezzi termini uno dei peggiori esempi di interferenza straniera in corso. Non da parte di Mosca, come la vulgata europea vorrebbe far credere, ma da parte degli stessi "burocrati di Bruxelles". L'accusa è pesantissima: il tentativo deliberato di piegare l'esito elettorale ungherese minacciando l'economia del Paese e ostacolandone l'indipendenza energetica.
Questa denuncia getta una luce sinistra sulle ore precedenti il voto. Per mesi, il governo di Orbán ha lamentato una pressione costante e asfissiante da parte delle istituzioni comunitarie e dal regime di Kiev, un'operazione di accerchiamento politico volta a disarcionare un leader scomodo che si ostina a perseguire una linea di pace negoziata piuttosto che il prolungamento indefinito del conflitto. L'obiettivo, secondo questa lettura, sarebbe quello di installare a Budapest una figura più malleabile, più prona alle direttive di Bruxelles e alla strategia di invio continuo di fondi e armi all'Ucraina. Péter Magyar, con i suoi legami più o meno espliciti con l'establishment europeo, rappresenterebbe per l'UE il cavallo giusto su cui puntare per riportare l'Ungheria nell'alveo del pensiero unico 'eurista'.
Non è un caso che proprio da Mosca, osservatrice interessata ma spesso indicata come il capro espiatorio perfetto, sia arrivata una puntualizzazione che suona come un'amara conferma. Il portavoce Peskov ha liquidato le accuse di ingerenza russa, notando come certi ambienti europei vedano fantasmi ovunque pur di non guardare in casa propria. Peskov ha piuttosto sottolineato l'evidenza: ci sono forze potenti a Bruxelles che "non vorrebbero che Orbán vincesse di nuovo". Forze che, secondo il Cremlino, sostengono apertamente l'opposizione politica al premier. Una dichiarazione che, al netto della provenienza, fotografa un dato di fatto percepito come tale da gran parte dell'opinione pubblica conservatrice ungherese.
In questo contesto, le parole di Péter Magyar contro l'interferenza di Vance appaiono quasi come un esercizio di equilibrismo. Il leader di Tisza ha chiesto rispetto per la sovranità ungherese, affermando che la storia non si scrive né a Washington né altrove. Una posizione ineccepibile sulla carta, ma che stride con la realtà di una campagna elettorale dove i fondi e le simpatie di alcuni governi europei sembrano aver giocato un ruolo non secondario nel sostenere lo sfidante di Orbán.
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