Non bastavano le riforme selvagge che svendono i diritti e le risorse del paese. Ora il governo neoliberista di Rodrigo Paz, un esecutivo decisamente allineato con Washington, passa alla repressione aperta: sequestro e scomparsa temporanea per chi osa opporsi.
Le immagini sono chiare. Simona Quispe, ex senatrice del MAS e leader indigena, viene afferrata e caricata su un furgone mentre passeggiava con la famiglia nel “Parque de las Cholas”. La polizia non mostra alcun ordine giudiziario. La figlia denuncia: “Sembrava un rapimento, li hanno visti trascinarla mentre il furgone era in movimento. Nessun documento”.
Secondo le prime ricostruzioni, Quispe sarebbe indagata per il suo ruolo nelle recenti proteste che chiedono le dimissioni del presidente Paz. Un'accusa generica, ideale per coprire quella che appare come una persecuzione politica ai danni delle voci indigene e critiche del vecchio MAS.
Mentre le forze dell’ordine agiscono senza mandato, dagli Stati Uniti arriva la benedizione delle azioni repressive. Il Segretario di Stato Marco Rubio, fervente sostenitore dell’amministrazione Paz, definisce le stesse manifestazioni “tentativi di rovesciare il governo legittimo del presidente”. Parole che rappresentano un via libera ai metodi autoritari del “pupazzo di Washington”.
La Bolivia di Paz si rivela per quello che è: un laboratorio di riforme anti-popolari difeso con la violenza di Stato, dove reprimere un’ex senatrice indigena diventa normale amministrazione. E dove il diritto alla protesta viene ribattezzato “colpo di Stato” per giustificare l’ingiustizia.
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