Colonialismo semantico. I confini iniziano dalle parole

09 Agosto 2025 12:00 Maylyn López

Foto: Poster sovietico del 1983


di Maylyn López

“Le parole camminano sulle gambe dei potenti”, diceva Eduardo Galeano. E sottolineava con una geniale sintesi: “Le mappe mentono. Mentono sempre. Non dicono mai tutto quello che vedono i nostri occhi, e ci nascondono quello che non vogliono mostrarci”. Non servono nuove mappe per ridisegnare i confini. Basta cambiare una parola.

Nella storia, i nomi attribuiti a luoghi, popoli e continenti hanno orientato percezioni, giustificato conquiste e normalizzato gerarchie. E oggi, in un’epoca in cui la geopolitica è sempre più guerra di narrazioni, le parole continuano a essere armi strategiche. Roland Barthes parlava di “miti”: parole che, ripetute abbastanza, perdono la loro origine storica e diventano “natura”. È ciò che accade quando termini come “Medio Oriente” o “America” passano inosservati: non li percepiamo più come scelte linguistiche, ma come descrizioni oggettive. Con questo articolo, vorrei riflettere con voi su come il linguaggio guidi il potere e le nostre percezioni.

America o Stati Uniti? L’egemonia del nome. Geograficamente l’America è un continente. Nel lessico globale è diventata - per metonimia egemonica - un paese, creando così un frame geopolitico egemonico. Chiamare “America” uno Stato rafforza un’immagine di centralità naturale, spostando i restanti popoli delle Americhe nella periferia semantica.

Quando nei telegiornali, nei libri e perfino nell’università si parla di “America” riferendosi agli Stati Uniti, assistiamo a un atto linguistico di appropriazione. Come lo denunciava lo scrittore Edoardo Galeano nel 1971: “Adesso l’America è, per il mondo, nient’altro che gli Stati Uniti: noi abitiamo in una sub-America, un’America di seconda classe, difficile da identificare. È l’America Latina, la regione delle vene aperte”. Galeano sosteneva che rinominare un’area è già un atto di dominio. “La geografia è un’arte politica: disegna il mondo secondo chi lo governa”. La terminologia coloniale sopravvive nel linguaggio mediatico contemporaneo, spesso senza che ne percepiamo l’origine.

Medio Oriente, Estremo Oriente: la bussola coloniale. “Vicino”, “Medio”, “Estremo” Oriente: queste etichette non nacquero da coordinate geografiche neutrali, ma dal punto di vista di Londra e Parigi nell’Ottocento. La distanza è calcolata in rapporto all’Impero britannico, non alla realtà dei luoghi. Come lo denunciava con straordinaria efficacia la scrittrice e medico egiziana Nawal al Saadawi: “Medio rispetto a chi? La mappa e il nome “Medio Oriente” ci sono stati dati dai vecchi colonizzatori britannici. L’Egitto era “Medio Oriente” in relazione a Londra, l’India era “Estremo Oriente” sempre in relazione agli stessi governanti britannici. Questo linguaggio coloniale falso continua ancora oggi, sotto i neocolonizzatori”.


Indo-Pacifico: la geopolitica delle nuove parole.
Negli ultimi anni, i documenti strategici di Washington, Tokyo, Canberra e Nuova Delhi hanno sostituito “Asia-Pacifico” con “Indo-Pacifico”. Non è un vezzo lessicale: è un cambio di frame che sposta l’India al centro dell’architettura di sicurezza e ridefinisce le priorità geopolitiche.

Le parole non seguono la strategia: sono la strategia. Teun A. van Dijk, padre dell’Analisi Critica del Discorso, spiega che il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, ma la organizza attraverso “modelli mentali condivisi” che plasmano la nostra visione del mondo. In questo modo, il discorso pubblico riproduce le ideologie selezionando cosa dire, come dirlo e cosa tacere. Le parole agiscono come valvole cognitive: aprono e chiudono possibilità di pensiero e di azione.


Dal Terzo Mondo al Sud Globale: emancipazione o nuova etichetta
? L’espressione “Sud Globale” è nata per superare il linguaggio gerarchico della Guerra Fredda (“Primo”, “Secondo”, “Terzo” mondo). Ma, come nota la scrittrice al Saadawi, anche i termini apparentemente progressisti possono mascherare rapporti di potere: “Rinominare senza cambiare le strutture è come verniciare le sbarre di una prigione”. Il rischio è che, sotto l’ombrello del “Sud Globale”, si nascondano differenze enormi tra paesi e contesti, producendo una visione monolitica e funzionale a nuove logiche di blocco.

Noam Chomsky e Edward S. Herman, nel loro Propaganda Model, spiegano come i media selezionino e filtrino le notizie secondo cinque criteri: proprietà, pubblicità, fonti, “flak” (pressioni da parte di aziende e gruppi di interesse) e ideologia dominante. Questo sistema non solo trasmette, ma filtra e normalizza certe parole e prospettive. Del resto, Marshall McLuhan ci aveva avvertiti: “Il medium è il messaggio”. Non è solo cosa si dice, ma come e attraverso quale canale. I mass media massificano in frazioni di secondi qualunque frame vogliano diffondere.


Gaza e il vocabolario del genocidio.
Come ho esposto in un mio precedente articolo, “Genocidio in Palestina: le tecniche con cui i media normalizzano l’orrore”, oggi, nel racconto mediatico su Gaza, vediamo all’opera la chirurgia linguistica della geopolitica: “blocco” diventa “assedio”, “pausa umanitaria” sostituisce “cessate il fuoco”, “danni collaterali” nasconde vittime civili. Il “quadrato ideologico” di van Dijk è evidente: Noi difendiamo / Loro attaccano. Noi colpi precisi / Loro terroristi. Questa semantica selettiva modella la percezione internazionale e influenza persino le decisioni diplomatiche. Il carnefice diventa vittima. E oggi l’annunciata occupazione di Gaza viene venduta come “liberazione”.

La realtà, del resto, è solo il “racconto mediatico” di chi domina e controlla il potere della parola. Le parole disegnano il mondo e il linguaggio diventa lo strumento più potente della geopolitica.

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