Cortina 2026, la neve e i Nativi “invisibili”

10 Febbraio 2026 06:00 Raffaella Milandri

di Raffaella Milandri

C’è un’immagine che le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 non mostrano quasi mai. Non è quella delle piste, né delle medaglie. È quella dei popoli che, per millenni, hanno vissuto sulla neve — e che oggi, nello sport globale costruito su quella stessa neve, restano marginali.

Cortina d’Ampezzo, febbraio 2026. La neve scricchiola sotto gli scarponi dei tecnici, le telecamere cercano volti da trasformare in icone, la retorica olimpica si rimette in moto: eccellenza, sacrificio, gloria. Eppure c’è un dettaglio che resta quasi sempre fuori campo, come una presenza che non conviene inquadrare troppo: i popoli indigeni nordamericani, che con l’inverno hanno una relazione antica e concreta, oggi appaiono nei Giochi invernali con una rarità quasi simbolica. E non perché manchi la neve nei loro mondi. È che, da un secolo, la neve “olimpica” è un’altra cosa: infrastrutture, costi, circuiti federali, accesso. Un sistema. Proprio per questo, quando una presenza indigena emerge, non è folklore. È cronaca.

Chi c’è davvero a Cortina: i nomi confermati

Team Canada: tre atleti Métis nel perimetro olimpico (due a Cortina, una sul ghiaccio dell’hockey)

Trinity Ellis (Métis) – slittino (Women’s Singles) È nel gruppo di Team Canada nello slittino a Milano-Cortina 2026; la sua identità Métis è riportata anche da fonti giornalistiche indigene.

Eden Wilson (Métis) – bob, alternate (riserva) Nominata riserva: la sua presenza è documentata e seguita anche dai profili ufficiali di Milano-Cortina.

Jocelyne Larocque (Métis) – hockey su ghiaccio Tre volte medagliata olimpica, indicata come atleta Métis e presente a Milano-Cortina 2026 con Team Canada.

Team Denmark (Groenlandia): due biatleti Inuit ai Giochi

Ukaleq Slettemark (Inuk) – biathlon Sondre Slettemark (Inuk) – biathlon Sono due fratelli groenlandesi (Inuit) che competono nel biathlon sotto la Danimarca: la loro partecipazione è stata raccontata anche da Reuters.

Team Stati Uniti: il problema non è “se ci sono”, ma “se vengono riconosciuti”

Per Team USA, la verifica più solida al momento è questa: i responsabili olimpici USA non hanno fornito a ICT (Indian Country News) i nomi di eventuali atleti indigeni e la testata non è riuscita a identificarne.

Questo rende facile l’equivoco: scambiare il silenzio per assenza, oppure “riempire” con nomi non verificabili. Qui è più onesto (e giornalisticamente corretto) dire la verità: senza fonti primarie o biografie ufficiali che lo dichiarino, non si attribuisce identità indigena a singoli atleti USA.

Ed è già una notizia, questa: l’invisibilità non è sempre un caso; talvolta è una regola implicita del racconto.

Perché sono così pochi: la neve non basta

Gli sport invernali sono, storicamente, gli sport dell’accesso: servono piste, piste costose; attrezzature costose; tempo; federazioni; sponsor. Per molte comunità indigene nordamericane — segnate da marginalizzazioni economiche e geografiche — entrare in questi circuiti è stato (ed è) più difficile rispetto ad altri sport.

Non è la neve ad aver escluso. È il sistema che ci corre sopra.

Grandi campioni olimpici indigeni: quando la storia non poteva ignorarli

Se i Giochi invernali mostrano spesso presenze ridotte, le Olimpiadi (soprattutto estive) hanno avuto figure indigene statunitensi e canadesi capaci di piegare la narrazione dominante con la forza dei fatti.

Jim Thorpe (Sac and Fox Nation)

Oro nel pentathlon e decathlon a Stoccolma 1912: uno dei casi più celebri di grandezza sportiva e ingiustizia istituzionale.

Billy Mills (Oglala Lakota)

Oro nei 10.000 metri a Tokyo 1964: una delle vittorie più incredibili dell’atletica olimpica.

Alwyn Morris (Mohawk di Kahnawake)

Oro nella canoa a Los Angeles 1984, simbolo di identità e memoria sul podio.

Waneek Horn-Miller (Mohawk di Kahnawake)

Olimpica nella pallanuoto e figura simbolica per l’intreccio tra sport e diritti.

Le Olimpiadi Indigene

Le cosiddette “Olimpiadi indigene”, ufficialmente World Indigenous Games, sono un evento internazionale nato per riunire atleti e delegazioni dei popoli originari di diversi continenti in uno spazio sportivo e culturale autonomo rispetto al movimento olimpico tradizionale. La prima edizione si è svolta a Palmas, in Brasile, nel 2015, con la partecipazione di migliaia di rappresentanti di nazioni indigene impegnati sia in discipline sportive globali sia in giochi tradizionali legati alle proprie culture. L’obiettivo non era solo competere, ma affermare identità, lingue, pratiche rituali e visioni del mondo, mostrando lo sport come continuità culturale e non come semplice performance. Una seconda edizione si è tenuta in Canada nel 2017, confermando il carattere politico e culturale dell’iniziativa: più che un’alternativa alle Olimpiadi, un luogo in cui le nazioni indigene potevano rappresentarsi secondo i propri codici e non soltanto sotto le bandiere degli Stati. Purtroppo non ci sono state altre edizioni, poiché sono mancati sponsor importanti (nonostante dallo sfruttamento occidentale delle risorse delle terre dei Popoli Indigeni vengano enormi ricchezze).

Cortina, oggi: la presenza che non fa rumore (ma conta)

A Milano-Cortina 2026, nel cuore di Cortina, la presenza indigena nordamericana documentabile non è una folla: è una traccia, sottile ma reale.

  • una slittinista Métis in gara sul ghiaccio di Cortina;
  • una bobbista Métis nel team come riserva, dentro la logistica olimpica e dentro la selezione;
  • una campionessa Métis sul ghiaccio dell’hockey, dove la visibilità è enorme ma l’etichetta “indigena” spesso sparisce dal racconto generalista.

Non basta a “cambiare i Giochi”. Ma basta a incrinare un’abitudine: quella di pensare che i popoli indigeni appartengano al passato o alle cerimonie, mai al presente competitivo.

E forse il punto è tutto qui: non chiedere agli atleti indigeni di diventare simboli, ma chiedere al sistema di smettere di renderli eccezioni.

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