Il Congresso del Perù ha destituito il presidente ad interim José Jerí, aprendo l’ottavo avvicendamento alla guida del Paese in meno di dieci anni. Il voto arriva a meno di due mesi dalle elezioni generali e approfondisce una crisi istituzionale che dura almeno dal 2016. Jerí, in carica da appena quattro mesi, è stato rimosso con un’ampia maggioranza parlamentare a seguito di indagini per presunti casi di corruzione: incontri opachi con imprenditori legati ad appalti pubblici e irregolarità nella nomina di funzionarie. La censura come presidente del Congresso ha comportato automaticamente la perdita dell’incarico di capo dello Stato.
La sua ascesa era avvenuta dopo la destituzione di Dina Boluarte nell’ottobre scorso, confermando un meccanismo di successioni fragili e provvisorie. Ora il Paese resta nuovamente senza presidente: il nuovo capo dello Stato ad interim sarà eletto dal Congresso nelle prossime ore, come annunciato da Fernando Rospigliosi. Sul piano geopolitico, la crisi si intreccia con tensioni esterne. Alla vigilia del voto, alcuni parlamentari hanno denunciato pressioni dell’ambasciatore statunitense Bernie Navarro, accusato di interferenze in un momento politicamente sensibile.
Secondo l’analista Ricardo Soberón, la caduta di Jerí è il sintomo di una “crisi terminale” del sistema politico: un Paese che cambia presidenti ma mantiene un modello economico aperto ai capitali stranieri e sostenuto dall’export di rame e oro. In questo quadro, figure come Keiko Fujimori e César Acuña continuerebbero a esercitare un’influenza decisiva sul Congresso, orientando le scelte più per calcolo elettorale che per rinnovamento istituzionale.
La destituzione di Jerí non segna quindi una svolta, ma l’ennesimo passaggio di una transizione permanente a seguito della destituzione del presidente eletto Pedro Castillo. Le elezioni di aprile restano l’ultima scommessa per ricostruire una legittimità politica oggi fortemente erosa.
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