Energia, rotte marittime e geopolitica: il nodo di Hormuz

07 Marzo 2026 07:00 La Redazione de l'AntiDiplomatico

La crisi militare tra Stati Uniti, Israele e Iran sta producendo conseguenze che vanno ben oltre il campo di battaglia. Lo Stretto di Hormuz, uno dei punti strategici più importanti per il commercio mondiale, è di fatto paralizzato: il traffico marittimo è crollato del 90% rispetto alla settimana precedente, secondo i dati della società di tracciamento navale MarineTraffic. Le immagini satellitari mostrano decine di petroliere e navi gasiere ferme appena fuori dalle acque dello stretto. Molti comandanti hanno preferito gettare l’ancora piuttosto che tentare il passaggio in una zona ormai considerata una trappola militare. La decisione è arrivata dopo che il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana ha annunciato il controllo totale del passaggio, avvertendo che qualsiasi nave che tenterà di attraversarlo rischia di essere colpita.

Non si tratta di una minaccia simbolica. Hormuz rappresenta il principale “collo di bottiglia” energetico del pianeta: attraverso quelle acque passa circa un quarto del commercio mondiale di petrolio via mare e quasi il 20% del gas naturale liquefatto. Ma la portata della crisi va oltre l’energia. Secondo diverse società di analisi, nello stretto transitano anche grandi volumi di fertilizzanti, zolfo, ammoniaca e materie prime fondamentali per l’industria globale. Il risultato è un effetto domino sull’economia internazionale. Gli analisti avvertono che, se il blocco dovesse protrarsi per settimane, il prezzo del petrolio potrebbe salire rapidamente oltre i 100 dollari al barile, con possibili picchi tra i 120 e i 130 dollari in caso di attacchi diretti alle infrastrutture energetiche o alle petroliere. Il primo impatto è già visibile in Europa. Il prezzo del gas nel continente è salito ai livelli più alti dal 2023, con un aumento di oltre il 50% dall’inizio dell’escalation militare. La situazione è particolarmente delicata perché circa il 10% del gas naturale liquefatto importato dall’Unione Europea proviene dal Qatar e attraversa proprio lo Stretto di Hormuz.

A complicare ulteriormente il quadro è stato anche l’attacco con drone al grande complesso di Ras Laffan, che ha costretto QatarEnergy a sospendere temporaneamente parte della produzione di GNL. La crisi energetica ha immediatamente riacceso il confronto politico tra Mosca e Bruxelles. Alcuni esponenti russi hanno accusato l’Unione Europea di aver aggravato la propria vulnerabilità energetica dopo aver deciso di eliminare gradualmente le importazioni di gas russo entro il 2027. La strategia europea di diversificazione delle forniture rischia ora di scontrarsi con una realtà geopolitica sempre più instabile. Allo stesso tempo, la situazione potrebbe creare nuove opportunità per il settore energetico russo. Con le esportazioni iraniane potenzialmente ridotte e le rotte del Golfo Persico paralizzate, la domanda di petrolio russo potrebbe aumentare, riducendo lo sconto con cui il greggio Urals viene venduto sui mercati internazionali. Alcuni analisti non escludono inoltre che, in caso di ulteriori interruzioni delle forniture di gas dal Golfo, anche il gas naturale liquefatto russo possa tornare al centro delle discussioni europee.

Le ripercussioni non riguardano però solo l’Europa. Negli Stati Uniti, l’aumento dei prezzi dell’energia rischia di minare una delle principali promesse economiche dell’amministrazione Trump: il mantenimento di carburanti a basso costo. Gli analisti prevedono che il prezzo medio della benzina possa salire nelle prossime settimane fino a 3,50 dollari al gallone, con effetti a cascata sul trasporto aereo e sull’intera filiera logistica. Uno dei settori più vulnerabili è l’agricoltura. Circa il 30% della produzione mondiale di ammoniaca - componente essenziale dei fertilizzanti - è coinvolta direttamente o indirettamente nelle rotte che passano dal Golfo Persico. Un blocco prolungato dello stretto potrebbe quindi tradursi in un aumento dei costi agricoli e in nuove pressioni sui prezzi alimentari globali. Lo Stretto di Hormuz si conferma così una delle leve strategiche più potenti nelle mani di Teheran. Se il conflitto dovesse trasformarsi in una guerra prolungata, il controllo di questo passaggio potrebbe diventare uno strumento di pressione capace di colpire simultaneamente mercati energetici, filiere industriali e stabilità economica globale. Nel frattempo, decine di navi restano ferme ai margini dello stretto, in attesa che la crisi militare trovi una via d’uscita. Ma con l’escalation ancora in corso, la sensazione crescente nei mercati è che la crisi di Hormuz potrebbe essere solo all’inizio.


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