Petrolio, gas e grano: perché la chiusura di Hormuz è una bomba per tutti
Il 25% del petrolio mondiale e il 20% del gas liquefatto sono in trappola nello Stretto di Hormuz. Ma il blocco imposto dall'Iran minaccia anche i fertilizzanti e il grano, con conseguenze a catena su prezzi, raccolti e inflazione globale. Ecco cosa sta succedendo
Il proditorio attacco di USA e Israele contro l'Iran si è trasformato in un tappo che blocca una delle arterie vitali dell'economia mondiale. Il traffico di merci attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato del 90% rispetto alla scorsa settimana. A certificarlo sono i dati di MarineTraffic, in un contesto di escalation sempre più preoccupante.
Le immagini satellitari e i tracciamenti mostrano una flotta di petroliere e navi gasiere ferma, ammassata appena fuori dalle acque dello stretto. L'oro nero e il gas liquefatto galleggiano senza meta, con i comandanti che hanno ordinato di gettare l'ancora piuttosto che avventurarsi in quella che oggi è considerata una trappola mortale. Il timore di essere trascinati nel conflitto armato è diventato concreto lunedì, quando il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha dichiarato il passaggio chiuso, con un avvertimento gelido: "Qualsiasi nave tenti di attraversarlo verrà incendiata".
Mercoledì, Teheran ha rincarato la dose, confermando il "controllo totale" dello Stretto e diramando un messaggio alla rete marittima globale: tutto il tratto è in condizioni di guerra, e le navi rischiano di essere colpite da missili o droni "erranti".
L'arma segreta di Teheran
Lo Stretto di Hormuz non è solo un punto sulla mappa. È il vero e proprio scudo strategico dell'Iran, il collo di bottiglia attraverso cui passa il 25% del commercio marittimo mondiale di petrolio e il 20% del gas naturale liquefatto. Ma non solo. Secondo la società di analisi Kpler, attraverso quelle acque transita anche un terzo dei fertilizzanti del pianeta, come zolfo e ammoniaca, oltre a rotte chiave per alluminio e zucchero.
Un blocco prolungato non significherebbe solo benzina più cara, ma una reazione a catena sull'intera economia globale. "Se il blocco totale dura un mese o più, dovremo assistere a una distruzione della domanda tale da spingere il prezzo del greggio ben oltre i 100 dollari al barile", ha spiegato Hakan Kaya, senior manager di Neuberger Berman. Il rischio è quello di risvegliare lo spettro del 2022.
L'Europa trema (e paga)
Il Vecchio Continente è già in trincea. Secondo il Financial Times, il conflitto ha fatto balzare il prezzo del gas in Europa ai livelli più alti dal 2023, con un incremento del 53% dal 28 febbraio. Un rincaro che coglie l'UE con le riserve energetiche riempite a meno del 30%, mentre il 10% del suo GNL arriva proprio dal Qatar, passando per Hormuz.
Sulla situazione è intervenuto anche il presidente russo Vladimir Putin, che non ha perso occasione per sottolineare le difficoltà europee. "Ora si stanno aprendo altri mercati. Forse per noi è più vantaggioso sospendere immediatamente le forniture al mercato europeo e spostarci lì", ha dichiarato, aggiungendo che la crisi è "il risultato della sbagliata politica delle autorità europee nel settore energetico. Qui non c'è politica, solo affari".
Il conto salato anche per Trump
Le onde d'urto del blocco rischiano di infrangersi anche sugli Stati Uniti, andando a minare una delle promesse elettorali più care all'amministrazione Trump. Tom Kloza, analista di Gulf Oil, prevede che il prezzo medio nazionale della benzina possa salire tra i 3,25 e i 3,50 dollari al gallone nelle prossime settimane, con il carburante per aerei destinato a rendere i viaggi sempre più costosi.
Un rincaro che rappresenta una minaccia concreta per l'agenda economica della Casa Bianca. Solo una settimana fa, nel suo discorso sullo stato dell'Unione, Trump vantava i prezzi bassi ottenuti: "La benzina costa meno di 2,30 dollari al gallone nella maggior parte degli Stati, e in alcuni posti 1,99 dollari". Numeri che oggi sembrano un miraggio.
A pagare il prezzo più alto, però, potrebbero essere gli agricoltori nordamericani. Secondo Veronica Nigh, economista del Fertilizer Institute, quasi il 30% della produzione mondiale di ammoniaca è già coinvolta o a rischio a causa del conflitto. L'Arabia Saudita, da sola, fornisce il 40% delle importazioni USA di fosfati, fondamentali per le colture estensive come mais, soia e grano. Con il blocco di Hormuz, la guerra arriva direttamente nei campi.
Nel frattempo, decine di navi restano arenate a entrambi i lati dello Stretto, in attesa di un segnale.

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