La frana che in questi giorni ha colpito Niscemi, costringendo all’evacuazione centinaia di persone, non può essere ridotta a un evento meteorologico né archiviata come fatalità.
Niscemi è da anni una cartina di tornasole delle fragilità che possono caratterizzare alcuni territori: spopolamento progressivo, consumo di suolo, abbattimento di alberi, assenza di investimenti produttivi, infrastrutture inesistenti o abbandonate, trasporti precari dovuti a una rete ferroviaria inesistente, a una rete stradale cronicamente a rischio e all’assenza di trasporto pubblico.
A questo si aggiunge l’assenza strutturale di una seria pianificazione territoriale e di interventi organici di prevenzione del dissesto idrogeologico.
Opere frammentarie, manutenzioni episodiche, interventi emergenziali sostituiscono da decenni qualsiasi strategia di messa in sicurezza.
È significativo che una delle strade provinciali oggi chiuse per frana fosse già stata interdetta nei giorni precedenti a causa di un precedente movimento franoso piuttosto esteso.
Il dissesto non nasce in una notte.
È il prodotto di scelte politiche stratificate, di un modello di sviluppo che considera alcune aree sacrificabili.
Dentro questo quadro generale si inserisce un elemento strutturale e determinante: la militarizzazione permanente del territorio.
Niscemi è da molti anni uno dei luoghi simbolo dell’occupazione militare statunitense del territorio italiano. Ospita una delle più grandi basi militari statunitensi presenti nel Paese, la Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) della US Navy, all’interno della quale è stato installato il MUOS (Mobile User Objective System), sistema globale di telecomunicazioni militari degli Stati Uniti, ad uso esclusivo della Marina militare statunitense.
Parliamo di un complesso militare che, per estensione, è paragonabile al sedime dell’intero aeroporto internazionale Leonardo da Vinci di Fiumicino, collocato dentro e ai margini di un’area naturale protetta come la Sughereta di Niscemi.
Fin dall’inizio, il Movimento No MUOS ha denunciato l’incompatibilità radicale tra la fragilità geologica e idrogeologica del territorio, il valore ambientale dell’area e la presenza di un’infrastruttura militare di queste dimensioni, basandosi su studi, perizie, osservazioni tecniche e documentazione pubblica.
A queste argomentazioni lo Stato ha risposto non con prevenzione, monitoraggi indipendenti o politiche di tutela, ma con centinaia di denunce e procedimenti giudiziari contro chi segnalava pubblicamente i rischi sociali, ambientali, sanitari e idrogeologici legati alla presenza della base NRTF e del MUOS.
Proprio oggi, mentre Niscemi affronta l’ennesima emergenza, alcune e alcuni attivisti ricevono un nuovo avviso di conclusione indagini preliminari relativo a una manifestazione dell’agosto 2025, con contestazioni che includono violazione di prescrizioni, imbrattamento e – in modo tanto fantasioso quanto inquietante – persino “istigazione a delinquere”.
Segnalare un pericolo, denunciare un rischio, difendere il proprio territorio continua a essere trattato come un reato.
Oggi quella fragilità negata si manifesta sotto forma di dissesto: come effetto concreto di un modello che ha imposto opere militari in aree inadatte, modificato assetti del suolo e regimi di drenaggio, favorito espansioni edilizie disordinate e rinviato sistematicamente interventi strutturali di messa in sicurezza.
Nelle comunicazioni ufficiali sull’emergenza non compare alcun riferimento alla stabilità dei versanti interni e limitrofi alla base militare, agli effetti delle opere militari sul quadro geologico complessivo, né a verifiche indipendenti sulle infrastrutture del MUOS.
Come se esistessero due territori separati:
quello civile, evacuabile; e quello militare, sottratto al discorso pubblico.
Ma la terra è una sola.
A rendere il quadro ancora più grave c’è un dato spesso rimosso: la US Navy effettua lavori di ampliamento all’interno del sito MUOS e ha annunciato ulteriori interventi infrastrutturali, proprio di messa in sicurezza della base, interessata da possibili smottamenti.
Ancora una volta il territorio è diviso:
quello civile, occupato, lasciato a sé stesso;
quello militare, occupante, messo in sicurezza.
La militarizzazione produce anche un effetto economico e sociale diretto: impedisce qualsiasi reale sviluppo.
Nessun soggetto economico serio investe in un territorio trasformato in “portaerei naturale al centro del Mediterraneo”, definizione usata per anni dalla retorica militarista italiana.
La desertificazione, in senso ampio, è conseguenza ma anche precondizione della militarizzazione.
Niscemi vive da anni in una condizione di sovranità sospesa:
decisioni imposte, territorio sacrificato, popolazione esposta ai rischi, dissenso criminalizzato.
La frana di oggi è anche il prodotto di questa storia.
Per questo chiediamo:
– verifiche geologiche e idrogeologiche indipendenti su tutta l’area, inclusa la base NRTF/MUOS
– pubblicazione dei dati su movimenti terra, opere di drenaggio e modifiche del suolo connesse alle installazioni militari
– sospensione immediata dei lavori di ampliamento della base NRTF in corso e di quelli progettati
– un piano straordinario di messa in sicurezza del territorio
– stop a nuove infrastrutture militari in aree fragili
– apertura di una discussione pubblica sulla presenza stessa della base e del MUOS a Niscemi.
Le comunità non possono continuare a pagare il prezzo di scelte strategiche prese altrove.
Quello che accade a Niscemi non è un incidente.
È un avvertimento politico, ambientale e sociale.
Massima solidarietà ai niscemesi, Movimento No MUOS
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