Gaza non è stata distrutta per essere restituita

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Un territorio può essere ricostruito senza essere restituito. I piani per Gaza, presentati come ricostruzione, sicurezza e transizione, sono una pagliacciata.

I piani prevedono il disarmo dei palestinesi mentre lasciano intatta non solo la violenza dell'esercito israeliano, ma il controllo dei confini e il veto sul futuro del territorio. Una ricostruzione senza sovranità non pone fine alla guerra di genocidio: ne consolida l'esito.

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Le proposte oggi in discussione per Gaza vengono presentate come piani di ricostruzione, sicurezza e transizione politica. È un linguaggio deliberatamente rassicurante. Un ulteriore inganno, sale sulla ferita. Suggerisce che la distruzione sia stata temporanea, eccessiva ma giustificata, e che lo sfollamento verrà invertito, che i palestinesi torneranno a ricostruire le proprie case sotto una qualche forma migliorata di amministrazione. E che la distruzione fosse causata da un evento come risposta legittima, non come parte di un disegno, per la pulizia etnica e l'annessione.

Ciò di cui si discute somiglia sempre meno alla ricostruzione della Gaza palestinese e sempre più alla riorganizzazione politica e materiale di Gaza dopo la sua distruzione, dalle forze che occupano la Palestina da decenni e che da sempre dichiarano di voler svuotare la terra, per occuparla, insediarsi e colonizzarla.

Una distruzione intenzionale, da lungo pianificata, per uno scopo preciso, quello della conquista voluto dallo Stato e preteso dal violento movimento dei coloni e dall'estrema destra israeliana.

Il disarmo è preteso dai palestinesi, mentre il controllo della sicurezza è riservato ad altri, agli stessi occupanti, agli aggressori.

La ricostruzione dovrà essere finanziata dall'estero, progettata da potenze esterne e monitorata attraverso meccanismi sui quali i palestinesi non eserciteranno alcuna autorità reale. Le vittime resteranno solo pedine in un progetto più ampio.

Il territorio potrà essere ricostruito, ma questo non significa che verrà restituito, non verrà restituito ai suoi abitanti, al popolo nativo palestinese.

La distinzione è fondamentale. Nel diritto internazionale l'occupazione è per definizione temporanea: non conferisce sovranità e non attribuisce alcun titolo sul territorio occupato. Una ricostruzione priva di sovranità non è quindi un recupero. Una ricostruzione priva del ritorno garantito degli sfollati non è un ripristino. Una ricostruzione condotta sotto controllo militare di una forza occupante ed estera, con tutela dei donatori e veto israeliano, non è la fine o la conclusione della guerra o meglio della guerra di sterminio: è il consolidamento del suo esito.

L'assunto prevalente è che Gaza tornerà in qualche modo ai palestinesi una volta disarmato il movimento di Hamas, insediata un'autorità transitoria e raccolti i fondi internazionali sufficienti per permettere un nuovo inizio. Eppure quasi ogni elemento dell'assetto proposto indica la direzione opposta.

A Israele non viene richiesto un ritiro pieno e irreversibile del suo esercito, dei coloni o dalle aree occupate. Non viene obbligato a rinunciare al controllo sui confini di Gaza, sul suo spazio aereo, sulla costa, sul registro della popolazione, sulla circolazione delle merci e delle persone. La sua superiorità militare resta il fondamento dell'ordine proposto e si rafforza non solo in Palestina, ma anche fuori. Le armi palestinesi, al contrario, vengono trattate come l'ostacolo principale alla pace. Questo raccontano, ma la narrazione cancella il contesto di occupazione militare illegale.

Non è una smilitarizzazione neutra. È disarmo unilaterale in condizioni di occupazione.

Si obietterà che il disarmo di una fazione armata è una legittima esigenza di sicurezza di uno Stato. Ma non se questo paese occupa e opprime un altro popolo. La smilitarizzazione ha senso soltanto all'interno di un ordine che riconosca sovranità, statualità e garanzie per la popolazione occupata. Ciò che viene proposto è l'opposto: si pretende la resa. Un popolo bombardato, assediato, sfollato e privato di protezione politica si sente dire che deve deporre le armi prima ancora che i suoi diritti possano essere discussi. E riconosciuti. O protetti. Lo Stato che ha distrutto Gaza conserva una superiorità militare schiacciante, mentre chi è sopravvissuto al genocidio dovrebbe consegnarsi in modo permanente a chi lo ha massacrato per quasi tre anni, e dopo decenni di occupazione.

Non è un accordo di pace questo, ma la legalizzazione del sopruso, dei crimini di guerra e del furto della terra.

La distruzione di Gaza è stata spesso descritta come eccessiva, sproporzionata o indiscriminata. Evitando di usare il termine genocidio. Lasciando intendere che la devastazione sia stata il prodotto di un eccesso militare, conseguenza della violenza dei palestinesi. Ma il punto chiave è l'intenzione, che si può misurare con certezza, e che dimostra che era in atto ed è in atto un genocidio, è questa la funzione.

Un territorio è stato reso materialmente inabitabile. Le sue istituzioni sono state frantumate. Università, ospedali, abitazioni, archivi, strade, reti municipali e fondamenta economiche sono stati distrutti. Gran parte della popolazione è stata sfollata più volte. Il risultato non è soltanto una catastrofe umanitaria: è un territorio reso tabula rasa per essere ridisegnato. A piacimento delle forze di occupazione che mirano alla colonizzazione. Questo si deve ricordare.

È per questo che il linguaggio della riqualificazione è un linguaggio menzognero e ingannevole.

Adesso che la distruzione è stata compiuta, arrivano i pianificatori. Compaiono gli investitori. Si propongono architetture di sicurezza. Le capitali straniere discutono di corridoi, zone, organismi amministrativi e autorità per la ricostruzione. Gaza viene trattata come un sito vuoto, non come una patria i cui abitanti possiedono diritti inalienabili. Eppure il trasferimento forzato dei civili e la modifica dell'assetto demografico o territoriale a opera della potenza occupante sono vietati dal diritto internazionale umanitario, e il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione vale erga omnes. Nessun piano di ricostruzione può cancellare questi vincoli.

La domanda, dunque, non è se Gaza verrà ricostruita, ma chi possiederà la Gaza ricostruita, chi la controllerà, chi sarà autorizzato ad abitarla e sotto quale autorità la vita riprenderà.

La risposta non si ricava da disegni architettonici, impegni d'investimento o dichiarazioni diplomatiche. Si misura attraverso la politica, il rispetto del diritto.

Chi stabilirà dove i palestinesi potranno tornare?

Chi deciderà quali aree resteranno zone militari?

Chi approverà i piani abitativi?

Chi governerà i valichi di frontiera?

Chi deciderà se le famiglie sfollate potranno recuperare i propri beni?

Se la risposta a queste domande è Israele, i donatori stranieri o un'amministrazione scelta dall'esterno, allora Gaza non sarà stata restituita al suo popolo. Sarà stata ricostruita sopra di esso.

L'impunità che ha circondato la distruzione permetterà questo esito. Israele ha appreso che un genocidio, una devastazione di questa portata non ha prodotto conseguenze, e quindi tutto è possibile. La condanna non ha certo interrotto il sostegno militare. Misure cautelari, procedimenti giudiziari e ammonimenti diplomatici non si sono per nulla tradotti in azioni. Perfino il parere consultivo del 2024, con cui la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegittima la presenza israeliana nei territori occupati e ne ha affermato l'obbligo di porvi fine, è rimasto senza seguito. I governi che definiscono intollerabile la situazione continuano a offrire a Israele protezione politica, cooperazione militare e relazioni economiche.

L'impunità non è semplice assenza di sanzione. È stato un incentivo, ha dato l'ok a piani di esproprio.

Insegna a chi esercita un potere schiacciante che i fatti creati con la forza possono in seguito essere accettati come realtà politiche. Accetta la distruzione togliendo ogni responsabilità a chi commette crimini contro l'umanità.

Il piano del dopoguerra va quindi compreso in questo contesto. L'appello al disarmo palestinese è centrale in questo processo, viene presentato come la condizione indispensabile per ricostruire Gaza, ma nella pratica è una resa imposta ai palestinesi, che resteranno senza sovranità, senza statualità e senza garanzie né protezione.

Il disarmo prima della liberazione non pone fine al conflitto. Ne fissa lo squilibrio che lo ha generato.

Nessun ordine politico serio può fondarsi sulla supremazia armata permanente dell'occupante e sull'impotenza obbligatoria dell'occupato. Eppure è esattamente la formula che si sta normalizzando. Israele conserva esercito, aviazione, servizi d'intelligence, capacità di blocco e libertà d'intervento militare. Ai palestinesi si chiede di consegnare le armi in cambio di promesse amministrate da Stati che hanno ripetutamente mancato di proteggerli.

Il ruolo regionale merita uguale scrutinio.

La Turchia ha prodotto una retorica potente, ma poco capace di alterare l'equilibrio strategico. Il Qatar ha finanziato l'assistenza, ospitato negoziati e mantenuto canali diplomatici, senza però tradurre questi ruoli in diritti palestinesi esigibili. L'Egitto ha mediato ripetutamente, ha controllato il principale varco arabo verso Gaza ed è rimasto indispensabile ai negoziati, ma ha anche preso parte a un sistema regionale che gestisce il confinamento di Gaza senza porvi fine.

Insieme possono produrre un accordo. Non hanno ancora prodotto libertà, protezione o sovranità.

Questa differenza conta.

L'attività diplomatica non equivale al risultato politico. La mediazione può sospendere temporaneamente la violenza lasciando intatta la struttura che ne garantisce il ritorno. I fondi per la ricostruzione possono evitare la carestia istituzionalizzando la dipendenza. Le amministrazioni transitorie possono rinviare indefinitamente l'autodeterminazione. Un cessate il fuoco può diventare il ponte amministrativo tra la distruzione e il controllo permanente.

Il fallimento non è soltanto palestinese, ma regionale. Ed è la regione che dovrà contrastare questi piani, per il bene della regione.

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