di Fabrizio Poggi
«L’Ucraina è il punto politico sul quale il G7 ha segnato il maggior ravvicinamento fra Washington e gli europei» scrive il signor Stefano Stefanini su La Stampa del 18 giugno, commentando in via generale il vertice di Evian; anche se, dice sconsolato, attenendosi alla visione del convinto filisteo liberale, Donald Trump «continua a mettere aggressore e aggredito sullo stesso piano». In conclusione, comunque, le cancellerie europee possono dirsi soddisfatte, dal momento che gli USA «hanno aderito alla dichiarazione congiunta geopolitica con un linguaggio molto fermo sul sostegno a Kiev». Sia reso grazie al signore; americano.
Pare così messo nero su bianco l'abbecedario dei programmi furfanteschi di Bruxelles sulla condotta per i prossimi quattro-cinque anni, quando si prevede di arrivare allo scontro militare diretto con la Russia. Nell'immediato, si delineano intanto le mosse con cui si intende assestare il “colpo di grazia” alla Russia, nel periodo in cui la si dà per agonizzante, con tanto di certificato medico sottoscritto dai “dissidenti” russi che, ancora su La Stampa, accreditati di patenti di “obiettività”, assicurano della natura “truffaldina” di un “regime” russo «basato sulla propaganda, sull’adulazione e la bugia», quando la “realtà” è invece di tutt'altra natura. Una “realtà” ben delineata da quella “storica obiettiva” di Anne Applebaum che, su The Atlantic, assicura che «ci sono però segnali che indicano che almeno alcuni a Mosca si stanno preparando alla fine della guerra... Descrivono un piano per "vendere" la fine della guerra al paese: dichiarare la vittoria, descrivere l'esercito russo come quello dotato di "più efficienza bellica al mondo", presentare le piccole conquiste territoriali come un enorme successo, affermare che l'Europa ha subito un colpo economico devastante, dal quale non si riprenderà, e che l'Ucraina presto si disintegrerà». Mentre invece, assicura la signora americano-polacca, sappiamo bene quanto sia vicina la fine della Russia.
Su questa linea, l'Europa deve dunque attrezzarsi per assestare un fendente decisivo al Cremlino, fornendo ancora più armi all'Ucraina: in nome della pace, ca va sans dire. Ecco quindi che il 16 giugno, tra le acque termali sul lago Lemano, sono state all'ordine del giorno le guerre condotte attualmente dai “paesi democratici industrializzati”, scrive Arnold Schölzel sulla tedesca Die junge Welt che, a differenza dei media di regime, si porta dietro il “peccato originale” di esser stata, a suo tempo, organo della Gioventù socialista della DDR. Il vertice di Evian è stato un riflesso della parabola economica dei paesi del G7 e del loro nuovo ruolo mondiale: quota nominale del 44% nella produzione economica globale, scesa a meno del 30% se corretta per potere d’acquisto, contro paesi BRICS che se nel 2000 generavano circa l’8% del PIL globale nominale, oggi raggiungono il 30%, aggiustato per il potere d’acquisto intorno al 40%. In compenso, scrive Schölzel «il G7 può ancora affliggere l’umanità con la guerra, la fame, il rifiuto delle medicine e altre piaghe controllate dai valori occidentali». Per il momento, i signori del G7 si sono accordati principalmente, per la soddisfazione degli articolisti dei media di regime, su sanzioni più severe contro la Russia e su maggiori forniture di armi all'Ucraina, così che il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha potuto declamare di «una vera e propria grande unità transatlantica ed europea», a partire dall'accordo quadro sul nucleare iraniano, santificato nella dichiarazione del G7 come una «svolta» che offre «un'opportunità storica per impedire all'Iran di acquisire armi nucleari» e per contrastare le minacce poste dalle sue attività nella regione e dal suo programma missilistico. Come da copione: da una parte si lancia la maledizione sulle “autocrazie” del cosiddetto “asse del male”, che passa per una «linea ferma» contro «qualsiasi tentativo unilaterale e forzato di modificare lo status quo nello Stretto di Taiwan» e dunque per la libertà del naviglio occidentale di fare quello che vuole nelle acque cinesi; l'allarme per il «programma nucleare nordcoreano»; beatificazione per il divieto sul nucleare imposto all'Iran a suon di aggressione yankee-sionista; e ovviamente ancora più soldi e armi ai nazigolpisti di Kiev, ampliando le forniture di armi a lungo raggio e di difesa aerea, insieme a “fermezza democratica” contro la Russia, con l'inasprimento delle sanzioni anche nel settore petrolifero e del gas. Dall'altra parte, di contro: benedizione della rinata “diplomazia delle cannoniere”, applicata allo Stretto di Hormuz, cui parteciperanno anche cacciamine italici.
Il tutto, ancora una volta, in attesa del crollo definitivo della Russia, prospettato nell’ultimo rapporto del Kiel Institut für Weltwirtschaft, che lo scorso 11 giugno titolava “Fine dei giochi: l'economia di guerra russa si scontra coi propri limiti”. Punti centrali: riserve fiscali in gran parte esaurite; economia che mostra chiari segni di esaurimento strutturale; i contorni della vera fine economica della Russia si stanno delineando sempre più chiaramente; le fondamenta strutturali dell'economia militare russa si stanno erodendo costantemente; il sistema macroeconomico mostra i classici segni di crescenti squilibri; la crescita economica si è arrestata.
Ora, ironizza Kirill Strel'nikov su RIA Novosti, una qualsiasi ricerca con la parola chiave "morte dell'economia russa" restituisce migliaia di risultati degli ultimi anni, in cui l'economia russa e il paese in generale sono sono stati calati nella tomba. Ma la cosa strana è che, dopo ogni funerale, compaiono nuove pubblicazioni in cui la Russia, per qualche ragione, si ostina a rifiutarsi di farsi seppellire. Proprio di recente, il think tank britannico Bloomsbury Intelligence and Security Institute (BISI) ha pubblicato un rapporto, "La guerra in Iran e l'economia russa", che contiene alcuni significativi passaggi: «Sebbene l'economia russa si sia gradualmente indebolita dall'inizio della guerra in Ucraina, ha dimostrato una sorprendente stabilità: ci sono pochi motivi per aspettarsi un suo crollo quest'anno o, tantomeno, il prossimo... L'economia russa, pur non essendo sostenibile a lungo termine, dispone di risorse sufficienti per continuare la guerra in Ucraina; ci sono pochi motivi per aspettarsi un suo collasso». E anche la Stockholm School of Economics ha recentemente descritto la situazione in termini pressoché identici: «Le sanzioni stanno mettendo a dura prova l'economia russa, ma le crepe (per qualche ragione) non sono visibili». E, a giudicare dall'attività e dai programmi del governo guidato da Mikhail Mišustin per il futuro prossimo, scrive Strel'nikov, sembra proprio che quelle “crepe” non siano all'orizzonte. Si va dalle decisioni a sostegno delle regioni, per riequilibrare i bilanci locali, sviluppare i trasporti, costruire infrastrutture e proseguire diversi programmi sociali; si passa allo sviluppo della rete stradale regionale e locale, con traguardi fissati entro il prossimo anno; si programmano obiettivi per l'espansione dei programmi sociali, con sostegno alle famiglie e miglioramento della qualità della vita degli anziani. L'11 giugno, poi, il governo ha esaminato i risultati del bilancio federale 2025 e dei relativi programmi statali: le entrate del tesoro hanno superato i 37 trilioni di rubli e il tasso medio di raggiungimento degli obiettivi per i programmi statali si è avvicinato al 100%. Nel complesso, osserva RIA, la dinamica economica per i primi quattro mesi del 2026 è tornata in positivo, con una crescita dello 0,2% e una crescita nel mesi di aprile del 1,3%.
Dunque, tornando alla questione del colpo da assestare alla Russia sostenendo militarmente il regime nazigolpista di Kiev, su Ukraina.ru l'osservatore Pavel Volkov ipotizza l'apertura di una nuova finestra di possibilità per la conclusione della pace in Ucraina, contrapponendo il cosiddetto “spirito di Anchorage”, cui si appella Moskva, alla “realtà militare sul campo”, oggi evocata dalle cancellerie europee. Intanto, la situazione generale vede che, con l'annunciata firma dell'accordo con l'Iran, il breve periodo di prezzi elevati del petrolio sta per concludersi, senza aver modificato sostanzialmente il bilancio russo, sia perché è stato di breve durata, sia perché Kiev ha sistematicamente distrutto le infrastrutture petrolifere russe.
Sul piano politico, il Ministro degli esteri Serghej Lavrov ribadisce che la Russia vuole sapere dagli americani come intendono "attuare gli accordi" raggiunti tra Trump e Putin in Alaska, e questo potrebbe diventare un problema, dato che, ricorda Volkov, Trump ha dichiarato esplicitamente di non essersi impegnato a "costringere" Zelenskij a ritirare le truppe dal Donbass. Tuttavia, secondo Ušakov, il presidente americano «ha espresso la volontà di influenzare Kiev e i partner europei degli USA», ma non è chiaro in cosa consista tale influenza. Da parte sua, Vladimir Putin ha nuovamente definito l'obiettivo primario dell'Operazione militare, che è quello del controllo russo del restante 15% del Donbass e ha affermato che la Russia è pronta a cessare le ostilità e ad avviare negoziati diretti dopo il ritiro delle forze armate ucraine dal Donbass. Ora, sostiene Volkov, la questione è se la Russia abbia la capacità di esigere il ritiro ucraino dal Donbass. Dal punto di vista di Trump, Moskva ha avuto quasi un anno, dopo l'incontro di Anchorage, per occupare il Donbass. Dato che ciò non è avvenuto e le elezioni di medio termine si avvicinano paurosamente, l'unica opzione realistica per raggiungere un accordo è quella di accordarsi su una soluzione di stallo lungo la linea del fronte che, in effetti, è quella da sempre sostenuta da Trump. Secondo questa logica, era previsto che al vertice del G7 gli europei avrebbero cercato di convincere Trump ad abbandonare lo “spirito di Anchorage”, aumentare gli aiuti all’Ucraina e premere su Moskva affinché accetti lo stop sulla Linea del fronte.
D'altronde, per Zelenskij è ovvio che non ha senso, allo stato delle cose, accordarsi sulle richieste russe prima delle elezioni USA d'autunno, con le cancellerie europee che si apprestato a inasprire il blocco energetico della Russia, rafforzando anche il sostegno a Kiev, che ha già ricevuto una nuova tranche di 2,8 miliardi di euro nell'ambito del programma Ukraine Facility e prevede di ricevere 5,9 miliardi di euro a giugno per l'acquisto di droni, prima tranche di un prestito di 90 miliardi di euro. Ma siccome gli aiuti attuali non coprono il deficit di bilancio di 270 miliardi di grivne, Kiev intende chiedere alla NATO ulteriori 20 miliardi di dollari al vertice di Rammstein del 18 giugno. Il tutto, per la soddisfazione delle masse popolari europee.
In definitiva, la Russia potrebbe probabilmente ancora schiacciare l'Ucraina; ma, scrive Volkov, al costo di una crisi economica e sociale tale da richiedere decenni per riprendersi ed è per questo che sta facendo tutto il possibile per ritardare decisioni "radicali", come una transizione completa verso un'economia militare, la mobilitazione o un attacco nucleare. L'Ucraina, tuttavia, non sconfiggerà la Russia nemmeno con l'aiuto della NATO, e sebbene potrebbe far precipitare la Russia in una crisi permanente, verrebbe a sua volta ridotta a un cumulo di macerie bruciate dalle armi nucleari. La quale prospettiva, aggiungiamo noi, non sarebbe poi vista male dalle “democrazie” europeiste e dai capitali occidentali.
D'altronde, l'Occidente riprenderà presto i suoi sforzi congiunti per la guerra a livello NATO. Il 28 e 29 giugno 2026 si terrà a Istanbul il vertice parlamentare della NATO che, secondo quanto emerso dagli annunci preliminari, sarà dedicato alla guerra e ai suoi preparativi. Nello specifico, si parlerà di un programma accelerato per l'acquisizione di droni al fine di proteggere il fianco orientale dell'Alleanza, inclusa la Romania; cioè, meno cripticamente: assistere l'Ucraina nel suo confronto con la Russia. Questo è quanto si può sintetizzare dalla riunione dei nani “politici” a capo di quei «comitati di milionari chiamati governi» in una Europa che vede nella guerra alla Russia la sola ragione di esistenza.
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https://www.jungewelt.de/artikel/524448.g7-gipfel-abstieg-in-eintracht.html
https://ria.ru/20260617/rossiya-2099325652.html
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