Il "gigante dai piedi di argilla" è una narrazione, non un fatto


di Mario Pietri

Continuo a leggere analisi che descrivono la Russia come un sistema ormai senza ossigeno, un’economia di guerra arrivata al capolinea, costretta a divorare il proprio futuro per sopravvivere al presente, ma quando si entra davvero nel merito dei dati e dei meccanismi reali – non degli slogan – questa rappresentazione si sfilaccia rapidamente e rivela una funzione più propagandistica che analitica.

Si cita, come prova definitiva, il calo delle entrate fiscali da petrolio e gas di gennaio 2026, scese a circa 393 miliardi di rubli, quasi la metà rispetto all’anno precedente e ai minimi dal 2020, ma si omette che un dato di gettito mensile riflette soprattutto prezzi più bassi, sconti più elevati e un rublo più forte, non la scomparsa delle vendite; e infatti, mentre si parla di “ossigeno finito”, i flussi energetici continuano a muoversi: a gennaio 2026 il gas russo verso l’Europa tramite TurkStream è aumentato di circa il 10% su base annua, e nello stesso mese le esportazioni di LNG russo sono cresciute del 7,7% rispetto a dicembre, con oltre 1,69 milioni di tonnellate provenienti da Yamal dirette in Europa, pari a più del 90% dell’export di quel progetto, e in aumento di circa 8% rispetto a gennaio 2025.

Anche sul fronte petrolifero e dei prodotti raffinati la narrativa del “crollo” regge poco, perché le esportazioni continuano verso Asia e mercati intermedi, con Cina, India e Turchia tra i principali sbocchi, a dimostrazione che il tema non è l’assenza di flussi ma la riconfigurazione delle rotte, con margini ridotti ma volumi che non scompaiono; confondere deliberatamente prezzo e volume serve solo a costruire l’immagine di un collasso imminente che viene annunciato da tre anni e puntualmente rimandato al trimestre successivo.

Lo stesso vale per inflazione e tassi: si parla di inflazione intorno al 6% e di tassi al 16% come se fossero il segnale di una crisi improvvisa, quando in realtà il tasso chiave è stato ridotto al 16% già a dicembre 2025 dopo essere stato anche più alto, e questo regime di credito restrittivo accompagna l’economia russa dall’inizio dell’operazione speciale; non è la prova che il sistema “ha finito l’ossigeno”, ma la conseguenza di un’economia sotto sanzioni, con spesa pubblica elevata e priorità militari, che paga costi reali ma resta operativa.

Ancora più fragile è la tesi della “svendita dei gioielli di famiglia”, perché Lukoil è una società privata, non un campione statale sacrificato per finanziare la guerra, e le dismissioni di cui si parla riguardano prevalentemente asset esteri, diventati onerosi o ingestibili sotto il regime sanzionatorio; trasformare un riassetto forzato in “canarino nella miniera” significa travisare i fatti per sostenere una narrazione precostituita.

C’è poi un dato che disturba profondamente il racconto del collasso e che infatti viene quasi sempre ignorato: il mercato del lavoro. La Russia registra una disoccupazione intorno al 2,1%, un minimo storico, e una carenza strutturale di manodopera tale da spingerla ad aumentare massicciamente i permessi di lavoro per stranieri; nel solo 2025 i permessi concessi a lavoratori indiani hanno superato quota 56.000, contro circa 5.000 nel 2021, con un totale di oltre 240.000 permessi di lavoro rilasciati a cittadini stranieri, inclusi lavoratori da Sri Lanka, Bangladesh e Cina. Un’economia realmente al collasso non importa lavoro, lo esporta.

Nel frattempo, mentre si continua a raccontare il “crollo imminente” di Mosca, negli Stati Uniti i dati sul lavoro mostrano segnali tutt’altro che rassicuranti: a gennaio 2026 sono stati annunciati oltre 108.000 tagli di posti di lavoro, il peggior gennaio dal 2009 secondo i report specializzati, mentre le assunzioni annunciate si sono fermate a poco più di 5.000, un minimo storico per il mese; in Europa, intanto, l’industria continua a soffrire energia cara, tassi elevati e perdita di competitività, il tutto mentre si insiste nel sostenere che il prezzo più alto lo stia pagando solo la Russia.

La realtà, per quanto meno spettacolare, è molto più chiara: la Russia non è un gigante dai piedi di argilla senza ossigeno, ma un sistema sotto stress che ha riconfigurato flussi energetici, rotte commerciali e priorità interne, pagando costi reali ma restando in piedi; il vero gigante fragile è la narrazione atlantista, che ha bisogno di un collasso imminente per non dover ammettere che la guerra economica ha prodotto danni profondi soprattutto a chi l’ha promossa e sostenuta.

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