Il pedaggio dell’impero


di Mario Pietri

La guerra, in realtà, non è più qualcosa che potrebbe arrivare nei bilanci di famiglie e imprese: ci è già entrata, perché l’aumento dei costi energetici, l’impennata dei premi di rischio, la tensione sui noli, le prime difficoltà logistiche e la ricaduta sui prezzi finali sono già visibili; il punto, semmai, è che il danno già in atto potrebbe cambiare rapidamente scala e natura, perché se lo stallo attuale a Hormuz , con transiti quasi paralizzati, porti iraniani di fatto bloccati, minacce di estensione al Mar Rosso e al Golfo e un’intera regione sospesa tra deterrenza fallita e possibile incendio generale , dovesse protrarsi anche solo per altri quindici giorni, allora non assisteremmo più a un semplice aggravamento di tensioni già in corso, ma a un’accelerazione violenta della crisi, capace di trasformare rincari ancora relativamente gestibili in uno shock inflattivo, ritardi contenibili in interruzioni di approvvigionamento, tensione sui mercati in stretta creditizia, difficoltà industriali in frenata produttiva e malessere diffuso in un logoramento sociale molto più serio, perché quando energia, trasporti, credito e fiducia si deteriorano simultaneamente il sistema non scivola gradualmente verso la recessione: comincia a perderne il controllo. Le perturbazioni su Hormuz vanno infatti già ben oltre la regione e incidono su energia, trasporto marittimo e catene globali di fornitura.

E questo, conviene dirlo con chiarezza, è ancora lo scenario meno distruttivo, quello che presuppone che il sistema continui in qualche modo a reggere, sia pure sotto sforzo; perché nel momento in cui si aggiungesse anche una sola vera variabile di escalation, l’estensione delle operazioni ai porti del Golfo, una chiusura effettiva e non più solo minacciata di Hormuz, un blocco coordinato del Mar Rosso con il coinvolgimento attivo di attori regionali, allora il quadro cambierebbe natura e velocità, smettendo di essere una crisi energetica grave ma gestibile per trasformarsi in un evento sistemico globale, cioè in una rottura capace di interrompere le forniture, far impennare petrolio e gas, comprimere simultaneamente la crescita delle principali economie, destabilizzare i mercati finanziari e scaricare sulle società una pressione tale da convertire il disagio economico in instabilità politica. Perché il punto strutturale, quello che viene evocato spesso ma quasi mai davvero metabolizzato, è di una semplicità brutale: da Hormuz transitano circa 20 milioni di barili al giorno, cioè uno dei più importanti choke point energetici del pianeta, e solo una quota limitata può essere deviata su infrastrutture alternative; il resto, in caso di blocco reale o quasi-blocco prolungato, non verrebbe magicamente rimpiazzato dal mercato, ma si trasformerebbe immediatamente in scarsità fisica, tensione logistica, competizione tra compratori e dunque, con la consueta brutalità dei mercati energetici, in un’esplosione del prezzo. L’IEA indica per il 2025 circa 20 mb/d attraverso Hormuz, mentre la capacità alternativa è stimata in circa 3,5–5,5 mb/d.

Se si osserva la sequenza degli eventi senza farsi ipnotizzare dalla solita superficie narrativa, quella in cui Washington recita la parte del pompiere mentre maneggia la tanica, diventa difficile sostenere che ci si trovi semplicemente davanti a una perdita di controllo, perché una riduzione dei transiti nello Stretto fino a livelli prossimi al collasso operativo, combinata con un passaggio ormai subordinato a condizioni coercitive imposte dall’Iran e con un blocco statunitense dei porti iraniani che ha già costretto diverse navi a invertire la rotta, produce esattamente ciò che uno shock energetico deve produrre quando viene lasciato maturare o viene scientemente utilizzato: volatilità, aumento del premio di rischio, riallineamento forzato dei flussi e trasferimento brutale dei costi a valle, cioè su industrie, famiglie e bilanci pubblici. In aprile, la crisi ha spinto il greggio da area 70 a oltre 100 dollari al barile in alcune sedute, mentre fonti giornalistiche e di mercato hanno documentato la quasi paralisi del traffico e l’effetto immediato sui prezzi.

E qui la questione smette di essere contingente e diventa strutturale, perché il linguaggio stesso usato dalla Casa Bianca tradisce una logica che va ben oltre la risposta difensiva e sconfina apertamente nell’ossessione per la demolizione della capacità autonoma iraniana: gli obiettivi dichiarati sono stati, testualmente, “obliterate Iran’s ballistic missile arsenal and production capability, annihilate its navy, sever its support for terrorist proxies, and ensure the world’s leading state sponsor of terrorism never acquires a nuclear weapon”, mentre in un altro passaggio la Casa Bianca ha rivendicato che “Iran’s navy has been obliterated”; non esattamente il vocabolario di chi vuole soltanto ristabilire la calma, ma quello di una potenza che considera intollerabile qualsiasi margine di autonomia militare, industriale e marittima in un’area da cui transita una quota decisiva dell’energia mondiale.

In altre parole, il confronto con l’Iran appare sempre meno come una parentesi tattica e sempre più come un episodio di una logica molto più ampia e molto più vecchia: il tentativo di conservare il controllo delle rotte energetiche globali, cioè del vero sistema circolatorio dell’economia mondiale, attraverso la gestione della crisi più che attraverso la stabilità, con il risultato paradossale, e per Washington potenzialmente suicida nel lungo periodo, di trasformare il proprio bisogno di dominio in una gigantesca macchina di destabilizzazione che può forse piegare un avversario nel breve, ma rischia di convincere il resto del mondo che l’impero, non riuscendo più a garantire ordine, sta provando a sopravvivere amministrando il disordine.

Il problema, che a Washington preferiscono rivestire di retorica strategica mentre i numeri gridano tutt’altro, è che questa scommessa si innesta su una base fiscale e finanziaria che definire fragile non è pessimismo ma semplice contabilità: il debito federale ha effettivamente sfondato la soglia dei 39 trilioni di dollari all’inizio di aprile 2026, per poi oscillare appena sotto quella linea nei giorni successivi, mentre il Congressional Budget Office proietta per il 2026 oltre 1 trilione di dollari di interessi netti, vale a dire, tradotto fuori dal linguaggio anestetizzante dei report, quasi 3 miliardi di dollari al giorno bruciati soltanto per tenere in piedi il passato; una struttura del genere, in condizioni normali, avrebbe bisogno di crescita credibile, stabilità dei mercati, continuità dei flussi finanziari globali e domanda persistente di titoli del Tesoro, ma in condizioni di crisi può sopravvivere, almeno per un po’, soltanto se riesce a trasformare il proprio peso sistemico in una forma di rendita forzata, cioè in un mondo in cui energia, sicurezza, dollaro e paura tornano a coincidere.

Ed è precisamente qui che lo shock energetico smette di essere un semplice effetto collaterale e comincia ad assumere una funzione quasi organica, perché comprimere i flussi significa alzare il prezzo marginale dell’energia, alzare il prezzo marginale dell’energia significa trasferire reddito e ricchezza dai grandi importatori verso i grandi produttori e verso chi controlla l’architettura di sicurezza, e trasferire ricchezza, soprattutto in un’economia mondiale già rallentata e sovraccarica di debito, significa ridisegnare gerarchie, forzare riallineamenti, imporre nuove dipendenze; il dettaglio che rende questa strategia tanto brutale quanto potenzialmente autodistruttiva è che il meccanismo non è selettivo, non colpisce “solo” l’avversario designato, ma scarica pressione su alleati, mercati, banche centrali, consumatori, industria e costo del capitale, cioè sull’intero corpo del sistema, come se per curare una febbre si decidesse di incendiare il termometro.

La Cina, che in questa costruzione è il bersaglio principale e il paziente da piegare per asfissia energetica, resta certamente vulnerabile perché importa oltre 10 milioni di barili al giorno e dipende ancora in misura rilevante dalle rotte marittime, ma sarebbe un errore scambiare vulnerabilità per esposizione inerme, dal momento che Pechino dispone di una capacità di assorbimento che molti in Occidente fingono di ignorare: le stime correnti collocano le sue riserve petrolifere strategiche e commerciali complessive nell’ordine di 1,1–1,3 miliardi di barili, cioè una copertura approssimativa di 110–140 giorni a seconda del perimetro considerato, una massa critica che non neutralizza uno shock prolungato ma consente di guadagnare tempo, ricalibrare i flussi, rinegoziare le fonti e, soprattutto, trasformare la coercizione subita in accelerazione strategica, cioè in più diversificazione, più investimenti in alternative energetiche e più urgenza nel ridurre la dipendenza dai choke point controllati da altri; in termini economici, quindi, lo shock non paralizza automaticamente la Cina, la costringe piuttosto ad adattarsi più in fretta, che è esattamente il genere di risultato che un impero in affanno dovrebbe temere di più, perché ogni pressione eccessiva finisce per insegnare al rivale a vivere senza di lui.

Nel frattempo, e qui si misura tutta la brillantezza autolesionista della manovra, gli alleati degli Stati Uniti si ritrovano esposti non in modo marginale ma in modo diretto, quasi didattico, come se Washington avesse deciso di dimostrare ai propri partner asiatici che l’ombrello di sicurezza americano può trasformarsi, con impressionante rapidità, in una macchina di trasmissione del rischio economico; perché il problema non è soltanto che l’Asia assorbe la quota dominante del greggio che passa da Hormuz, ma che tra i destinatari più vulnerabili figurano proprio economie come Giappone, Corea del Sud, India e Cina, ossia il cuore industriale e manifatturiero dell’Asia, con la EIA che stima che l’89% del greggio e condensati transitati da Hormuz nel primo semestre 2025 sia andato ai mercati asiatici, mentre Cina, India, Giappone e Corea del Sud da soli hanno rappresentato il 74% di quei flussi; la IEA aggiunge che i paesi membri importano circa il 29% del greggio che passa nello Stretto, con Giappone e Corea particolarmente dipendenti, e che l’Europa riceve solo circa 600 kb/d, cioè il 4% dei flussi di greggio.

Tradotto in termini economici, questo significa che anche un’interruzione temporanea o un quasi-blocco protratto non produce una generica “volatilità”, formula elegante con cui si cerca di nascondere il dolore reale, ma si scarica immediatamente sui costi industriali, sui conti con l’estero, sui tassi di cambio e sui margini delle imprese, cioè sui fondamentali stessi della crescita asiatica; e nel caso del Giappone e della Corea il quadro è ancora più brutale, perché la dipendenza energetica dal Medio Oriente resta strutturalmente altissima e le agenzie energetiche internazionali le indicano esplicitamente tra le economie più esposte a uno shock di Hormuz. In altre parole, la leva energetica che dovrebbe colpire la Cina rischia di destabilizzare, con notevole eleganza imperiale, l’intero ecosistema asiatico che costituisce uno dei pilastri della proiezione americana, perché una strategia che pretende di punire il rivale principale ma finisce per esporre simultaneamente Giappone, Corea del Sud, India e l’intero sistema produttivo asiatico non è soltanto aggressiva: è strutturalmente incapace di separare il danno inflitto dal danno collaterale, e quando questo accade su scala asiatica la linea che separa contenimento e autolesionismo comincia a diventare molto sottile.

L’Europa, dal canto suo, continua come spesso accade a illudersi di essere meno esposta perché guarda al petrolio diretto e non al sistema nel suo complesso, ma questa è una consolazione contabile di brevissimo respiro, dal momento che la sua vulnerabilità si sposta sul gas: circa un quinto del commercio globale di LNG transita dallo Stretto di Hormuz, con il Qatar in posizione centrale, e in un continente che, dopo la frattura con il gas russo, ha costruito una parte decisiva della propria strategia energetica sulla flessibilità del mercato LNG, anche senza un blocco totale è sufficiente un aumento persistente del rischio per riaccendere inflazione energetica, erodere competitività industriale e aggravare quella tensione sociale che i governi europei fingono di poter gestire con comunicati rassicuranti e sussidi temporanei.

In questo contesto, Israele emerge come un attore centrale non soltanto in termini tattici ma, cosa assai più delicata, in termini sistemici, perché la sua azione congiunta con gli Stati Uniti contro l’Iran, rivendicata dalla Casa Bianca con formule da annientamento più che da contenimento, produce effetti che vanno ben oltre il teatro regionale, contribuendo a militarizzare le rotte, ad alzare il premio di rischio sull’intero sistema energetico e a trasformare una crisi locale in una leva globale; ma proprio qui si annida la contraddizione che i governi occidentali tendono a occultare, perché il rafforzamento tattico di Israele avviene dentro un ambiente sempre più instabile e meno governabile, nel quale la sua capacità di proiezione non elimina affatto i vincoli strutturali , limitata profondità strategica, dipendenza dagli equilibri regionali, esposizione ad escalation plurime e dunque ciò che nel breve produce centralità nel medio rischia di generare un contesto molto più ampio, costoso e pericoloso di quello che si pretendeva di disciplinare. Israele, in questa lettura, non è soltanto il beneficiario tattico della crisi: è anche uno dei vettori regionali che contribuiscono a renderla sistemica.

A tutto questo si aggiunge poi una dimensione che il discorso pubblico continua a trattare come se fosse immune dalla fisica, cioè quella tecnologica, quando invece è sempre più vincolata all’energia in modo quasi brutale: l’intelligenza artificiale, presentata come il pilastro della futura leadership americana, è anche uno dei settori più energivori dell’economia contemporanea, e la IEA rileva che negli Stati Uniti i data center rappresenteranno quasi metà della crescita della domanda elettrica da qui al 2030, mentre il consumo elettrico dei data center a livello globale è atteso crescere di circa 15% l’anno fino al 2030; in altre parole, uno shock energetico prolungato non “ferma” l’AI in modo melodrammatico, ma ne fa esplodere i costi, ne aumenta la dipendenza dall’infrastruttura elettrica e ne riduce la sostenibilità economica proprio nel momento in cui Washington la vende come il motore del nuovo dominio: il che rende la contraddizione quasi grottesca, perché la strategia che dovrebbe consolidare l’egemonia rischia di erodere la base materiale su cui quella stessa egemonia vorrebbe rifondarsi.

Infine, la dimensione politica completa il quadro e, per molti versi, lo rende ancora più sinistro, perché la figura di Donald Trump, al netto del personaggio, del rumore mediatico e delle caricature da talk show, può essere letta come un perfetto strumento di assorbimento del rischio reputazionale, cioè come una leadership sufficientemente polarizzante, divisiva e perfino imbarazzante da risultare politicamente “spendibile” nel momento in cui una strategia ad altissimo rischio dovesse produrre esiti tossici; in altre parole, Trump funziona come una sorta di parafulmine umano, capace di concentrare su di sé la colpa narrativa di una linea che, in realtà, nasce da bisogni strutturali molto più profondi della semplice psicologia di un presidente, e proprio per questo offre all’apparato americano un vantaggio formidabile: se l’operazione produce risultati utili, allora viene celebrata come prova di forza, decisionismo e capacità di piegare i rivali; se invece genera inflazione, caos marittimo, fratture tra alleati, danni al sistema economico e perdita di credibilità, allora il racconto può essere rapidamente riscritto come deviazione personale, eccesso trumpiano, parentesi patologica da archiviare per consentire a Washington di tentare, un domani, di rientrare in scena come garante ragionevole di una stabilità che nel frattempo avrà contribuito a demolire.

A questo punto, dunque, la domanda finale non è più se esista o meno una strategia, perché la sequenza dei fatti, dei numeri e perfino del linguaggio usato dalla Casa Bianca suggerisce che una logica c’è, eccome se c’è; la domanda vera, quella che conta, è se questa strategia sia minimamente sostenibile nel medio periodo, perché tutti gli indicatori più importanti sembrano convergere verso una risposta inquietante: se funziona, destabilizza gli alleati asiatici ed europei, riaccende l’inflazione energetica, aggrava il costo del capitale, mette pressione sul debito americano e rende più fragile la stessa base tecnologica su cui Washington vorrebbe costruire il proprio rilancio; se non funziona, accelera l’apprendimento strategico dei rivali, rafforza la spinta cinese alla diversificazione energetica e tecnologica e intensifica quel disaccoppiamento sistemico che gli Stati Uniti dicono di voler rallentare ma che, con questo tipo di coercizione, finiscono per incentivare.

In entrambi i casi, il risultato non è la restaurazione tranquilla del dominio, ma l’erosione progressiva della credibilità imperiale, e questo è forse il danno più grave di tutti, perché un impero può sopravvivere a costi elevati, a guerre costose, persino a sconfitte tattiche, ma sopravvive molto più difficilmente al momento in cui il resto del mondo inizia a concludere che la sua funzione non è più garantire ordine, bensì amministrare il disordine in modo conveniente per sé e devastante per gli altri. Ed è qui che emerge il dubbio più radicale, quello che i discorsi ufficiali cercano disperatamente di tenere fuori campo: non è affatto certo che gli Stati Uniti stiano scegliendo lo shock perché lo controllano; potrebbe essere, al contrario, che lo stiano scegliendo perché non riescono più a mantenere il sistema senza di esso, perché la stabilità, che per decenni è stata il grande sottoprodotto del dominio americano, oggi è diventata troppo costosa da garantire in un contesto di debito enorme, interessi netti superiori al trilione annuo, crescente pressione sulle rotte energetiche e progressivo logoramento del riflesso automatico che associava crisi globale e rafforzamento del dollaro.

E se questa ipotesi fosse corretta, allora ciò a cui stiamo assistendo non sarebbe più una strategia di dominio nel senso classico, freddo e pianificato del termine, ma qualcosa di molto più semplice, molto più brutale e molto più pericoloso: il tentativo disperato di prolungare con lo shock, con la coercizione dei flussi, con la militarizzazione delle rotte e con il trasferimento dei costi al resto del mondo una centralità che in condizioni normali non riesce più a reggersi da sola; non l’impero che orchestra il caos dall’alto della propria sicurezza, dunque, ma l’impero che, sentendo sfuggirsi di mano il terreno sotto i piedi, prova a sopravvivere rendendo il mondo abbastanza instabile da avere ancora bisogno di lui.



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