Il salto di qualità bellico di Cavo Dragone

30 Gennaio 2026 08:00 Fabrizio Poggi

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

È tornato a dar fiato alla bocca il capo del Comitato militare della NATO, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. O per meglio dire, le sue dichiarazioni, affidate a un'intervista al Corriere della Sera del 29 gennaio, non arrivano proprio a sproposito, ma si inseriscono nel clima di isteria anti-russa che, di settimana in settimana, i bellicisti giornali di regime si incaricano di alimentare, dando la parola ora a questo ora a quello degli esponenti del “pensiero” liberal-euroatlantista.

Per intendersi, l'ammiraglio in questione è lo stesso che esattamente un anno fa lanciava l'allarme su una presunta minaccia cui sarebbe sottoposta l'Europa e che era dunque tempo, diceva, di armarsi il più in fretta possibile: «perché la minaccia c’è. L’abbiamo alle porte di casa, è in Europa. Siamo in ritardo. Avremmo dovuto essere più previdenti e dobbiamo risalire una china». È lo stesso che lo scorso agosto plaudeva ai nazigolpisti ucraini, elogiandoli quali «ottimi combattenti. Un esercito che deve restare dalla nostra parte, un modello per l’Europa» e che assicurava che «invieremo all’Ucraina più aiuti militari» di quanti ne stiamo già mandando, oltre ad attivare ancora «nuove sanzioni» contro quel perfido di Putin. Ed è lo stesso che lo scorso dicembre aveva parlato di “difesa proattiva” da esercitare nei confronti della Russia che, in linguaggio meno facondo e militar-catechistico, non significa altro che si dovrebbe senz'altro attaccare quel nemico maligno e sanguinario che è la Russia, prendendo a “modello” i nazigolpisti di Kiev.

Ora, a proposito delle idee da tempo in circolazione su un esercito europeo alternativo o parallelo alla NATO, e in parallelo con i frastagliati rapporti tra Bruxelles e Washington, in particolare nel settore delle armi, l'ammiraglio dice al Corriere che «non sposo l’idea di esercito europeo, resto legato alla Nato assieme agli Usa». Per di più, dice, l'Alleanza atlantica «ha gli strumenti per rispondere alla crisi e ripensare se stessa. Invece di parlare di esercito europeo, cerchiamo piuttosto nuovi modi di cooperazione militare tra Europa e Usa».

A proposito della quasi-crisi innescata dalle mire yankee sulla Groenlandia e del “circo con le foche” inscenato da alcuni paesi europei della NATO, con l'invio sull'isola di un plotoncino di ufficiali infreddoliti, prontamente fatti rientrare, Cavo Dragone assicura che, nonostante tutto, la NATO è in grado di continuare a giocare il ruolo di garante della «difesa della libertà e della democrazia». Come del resto ha dimostrato anche negli ultimi decenni: dalla Jugoslavia, alla Libia, all'Iraq. E che diamine: quali parole possono infondere maggior sicurezza se non quelle di “libertà” e “democrazia”? Lo vediamo ogni giorno, nei paesi dell'Europa atlantista, in cui i lavoratori e le masse di pensionati, disoccupati sono “democraticamente” privati del diritto al lavoro, quando questo contraddice i profitti del capitale e sono “liberamente” dirottati verso strutture private, quando l'assistenza sanitaria pubblica non è in grado di garantire le cure primarie, a causa dei draconiani tagli a tutti servizi pubblici, operati seguendo i dettami euro-bellicisti di incremento della spesa militare.

Così, il signor Dragone non esita a dire che tra le priorità della NATO «resta la minaccia russa, che è stata confermata dal 2022 e che guida la nostra strategia... l’Europa s’impegna a più alte spese militari, adesso vanno assunte maggiori responsabilità operative». Valutando poi il “circo con le foche” in Groenlandia per quello che è realmente stato, l'ammiraglio assicura che «nessuno ha valutato potesse scoppiare un conflitto armato tra alleati. Noi ci siamo dunque focalizzati sull’Artico» dove, come ormai recita l'omelia quotidiana dei media, il pericolo è costituito da Russia e Cina. Così, rilevando l'elementare constatazione che «L’artico sta diventando sempre più centrale: i cambiamenti climatici portano allo scioglimento dei ghiacci e all’apertura di nuove rotte commerciali, oltre a rendere accessibili zone ricche di minerali e risorse», ecco che è imperativo guardarsi dai perfidi russi, che « non vanno in Artico solo per osservare foche e orsi» e dagli infidi cinesi.

Quindi, all'apice dell'apostolica «difesa della libertà e della democrazia», l'ammiraglio scopre che «siamo quasi all’inizio del quinto anno dell’invasione russa con l’inverno più rigido degli ultimi decenni e gli ucraini proseguono nel darci grandi lezioni di coraggio e capacità di resistenza»: costretti con le “baionette” europee che li tallonano alle spalle ad andare avanti, nel massacro della gioventù ucraina, accalappiata per le strade dagli arruolatori dei distretti militari. Dall'altra parte, dice lo “stratega”, la «Russia avanza a passi minimi. Negli ultimi 20 mesi è progredita di meno di 50 chilometri, circa 75-100 metri al giorno»: come se non sapesse che il genere di operazioni condotte da Moskva non ha niente a che vedere con i bombardamenti a tappeto e le stragi indiscriminate di civili che gli eserciti NATO sono abituati a condurre nelle varie aree del mondo.

Poi viene l'affondo da autentico liberal-razzista della peggior feccia atlantista. Dal febbraio 2022, dice il bellimbusto estimatore delle “virtù umanistiche” euro-furfantesche, la stima è che la Russia «abbia subito un milione e 200 mila soldati tra morti, feriti e dispersi... È un prezzo che noi eserciti occidentali non potremmo mai pagare, lo può fare Putin perché loro hanno un rispetto per il valore della vita umana più basso». Cos'altro aspettarsi da un individuo che sembra determinare i “valori” di cui ci si vanta a Bruxelles, Roma, o Parigi in termini di geografia razziale, che attribuisce una quasi innata eucaristica “angelicità” alle cancellerie assiepate a ovest del Dnepr, mentre respinge negli inferi della barbarie medievale tutto ciò che sta a oriente di quella linea, al di qua della quale aleggiano i celestiali “valori” di «difesa della libertà e della democrazia».

Del resto, il Dragone è anche sicuro che, nonostante i colloqui iniziati la scorsa settimana a Abu Dhabi, «la speranza che si possa terminare questo orribile massacro c’è sempre. Ma onestamente vedo pochi passi avanti. Putin resta contrario al compromesso». Certo: come potrebbe mai, un barbaro venuto da oriente, essere propenso al “compromesso”, come assicurano di essere le cancellerie europee, che ancora guardano alle trattative di pace come a un momento necessario solamente a ridar fiato al regime nazigolpista di Kiev e a equipaggiarlo per riprendere la guerra, in attesa che Bruxelles stessa si senta pronta a entrare direttamente in guerra.

Per quanto riguarda il “compromesso” cui accenna il signor Dragone, deve essere interpretato nel modo corretto e accettabile per tutte le parti. Per dire, la formula "territorio in cambio di sicurezza" proposta dagli Stati Uniti, dice sulla britannica “UnHerd” l'analista del Defense Priorities Center, Jennifer Kavanagh, è destinata al fallimento, dal momento che le sole “concessioni territoriali” in Donbass non sono decisive per Mosca. Quelle, dice Kavanagh, sono soltanto una precondizione per passare alla discussione di richieste più ampie e fondamentali nei confronti dell'Ucraina. Quelle richieste sullo status dell'Ucraina che sono sempre state avanzate da Moskva e che, in sostanza, hanno anche determinato gli eventi dal 2022. Infatti, dice l'analista americana, ai negoziati la Russia intende sollevare questioni relative allo status di paese non allineato dell'Ucraina, al rifiuto dell'adesione alla NATO, alla limitazione delle dimensioni delle sue forze armate. Pertanto, dice, la cessione di territori da sola non garantisce la pace.

Per quanto riguarda invece la famigerata “difesa proattiva”, evocata a dicembre da Cavo Dragone, su RIA Novosti l'osservatore Mikhail Katkov afferma che i preparativi europei per la guerra stanno accelerando: Bruxelles vuole aggiungere altri 650 miliardi di euro al bilancio per la difesa, mentre la Germania ha presentato un piano per i primi giorni di ostilità. Il Segretario generale della NATO, appena pochi giorni fa aveva dichiarato di fronte al Parlamento europeo che l'Alleanza ha «concordato di investire il 5% del PIL all'anno nella difesa entro il 2035... Il 5% è certamente molto, e costruire la nostra base industriale non è facile. Ma ecco il mio semplice messaggio: dobbiamo farlo più velocemente»: sottinteso, da qui al 2030, quando si deciderà di entrare in guerra con la Russia. Operativamente, secondo il Financial Times USA, Gran Bretagna e Francia hanno intensificato i preparativi per la guerra con la Russia nell'Artico: «a marzo, circa 25.000 soldati della NATO, di cui 4.000 statunitensi, prenderanno parte all'esercitazione “Cold Response” nel nord della Norvegia, per addestrarsi al combattimento aereo, marittimo e terrestre in condizioni invernali rigide».

Ricordiamo come appena un paio di settimane fa, il Primo ministro ungherese Viktor Orban avesse denunciato che la UE non solo sta aiutando Kiev nel conflitto con Mosca, ma si sta anche preparando a esservi coinvolta: le riunioni dei leader UE, ha detto Orban, si sono "trasformate in consigli militari" in cui si discute solamente su "come sconfiggere la Russia". E un paio di mesi fa il Capo di SM francese Fabien Mandon ha invitato a preparare psicologicamente i giovani alla morte al fronte.

D'altro canto, Dmitrij Suslo, del Consiglio russo per la Politica Estera e di Difesa, dice che gli attuali leader dei paesi della UE traggono vantaggio dal confronto con la Russia: «è così che si mantengono al potere... Per quanto riguarda le centinaia di miliardi di euro spesi per la difesa, questi fondi sono destinati principalmente al sostegno di Kiev e alla compensazione della riduzione degli aiuti americani. La UE, tuttavia, non oserà attaccare la Russia».

Più o meno negli stessi termini si esprime anche il politologo Fëdor Lukjanov, caporedattore della rivista "La Russia nella Politica globale”, il quale ritiene che la UE non abbia alcuna intenzione di entrare in guerra con Moskva e stia semplicemente usando la "minaccia russa" come giustificazione per la militarizzazione. I mascalzoni di Bruxelles «hanno paura di dichiarare che gli Stati Uniti siano la principale minaccia» afferma Lukjanov; «altro discorso per Russia e Cina. Stanno persino cercando di far rientrare l'invio di truppe in Groenlandia in questa narrazione». In generale, dice, è difficile dire se gli europei saranno in grado di rafforzare la sicurezza senza fare affidamento sugli americani. Alcuni paesi ci riusciranno: la propaganda anti-russa e la generale instabilità globale li aiuteranno a farlo.

Come di consueto tra le “democrazie” animate dai “valori di libertà”, lo faranno a spese delle masse.


FONTI:

https://ukraina.ru/20260129/pochemu-formula-trampa-ne-rabotaet-i-chto-khochet-rossiya-ukraina-v-mezhdunarodnom-kontekste-1074936011.html

https://ria.ru/20260129/es-2070823454.html

Le più recenti da IN PRIMO PIANO

On Fire

Aggressione al Venezuela. Le prime (vergognose) dichiarazioni del governo Meloni

C'è un aggressore e un aggredito. Il Satana dei nostri tempi, come l'ha correttamente definito il Prof. Marandi in queste ore, gli Stati Uniti, hanno iniziato l'ennesimo crimine per il dio petrolio...

Aggressione al Venezuela. La dichiarazione più indegna è quella di Ursula di Von Der Leyen

  Sulla vile e brutale aggressione militare degli USA nei confronti del Venezuela, del suo popolo e del legittimo governo di Nicolas Maduro con l’unico fine di appropriarsi le ingenti risorse...

L'economia Usa cola letteralmente a picco

  di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico   Donald Trump pur non disvelando il problema e la sua entità non ha mai nascosto che l'elemento cruciale della propria azione politica è...

Il gesto di Ursula a Damasco che umilia e ridicolizza l'UE

  Pensavamo, onestamente, di aver visto già il momento più basso di quel mostro noto come Unione Europea, sottovalutando però la straordinaria capacità della sua massima...

Copyright L'Antidiplomatico 2015 all rights reserved
L'AntiDiplomatico è una testata registrata in data 08/09/2015 presso il Tribunale civile di Roma al n° 162/2015 del registro di stampa