“La Russia ha introdotto un divieto all’esportazione di prodotti petroliferi per garantire l’approvvigionamento del mercato interno. Man mano che questo compito viene portato a termine emergerà la questione della revoca del divieto e volumi aggiuntivi potranno essere destinati ai mercati mondiali”. Con questo laconico annuncio Dmitry Peskov, il Portavoce del Presidente della Federazione russa, ha aggiunto il blocco petrolifero al blocco energetico che l’Occidente vive in seguito alle sanzioni alla Russia, che come abbiamo imparato a nostre spese funzionano al contrario e cioè danneggiano la nostra economia anziché quella del paese sanzionato.
La dichiarazione di Peskov è inserita in modo estremamente pertinente all’interno del contesto globale, in cui in una notte sola, con l’attacco di Ansarallah all’oleodotto che trasporta da est a ovest il petrolio rimasto bloccato in seguito alla chiusura di Hormuz, si è perso un ulteriore 4% del petrolio globale, circa 4 milioni di barili al giorno bloccati nel Golfo Persico. Il più grande oleodotto del Medio Oriente incenerito in una notte. Gli alleati della Repubblica Islamica iraniana si stanno muovendo e lo stanno facendo massimizzando i duri colpi inferti alla Coalizione Epstein, all’Accordo di difesa congiunta della Mecca e a tutti i piccoli sudditi traditori del popolo arabo.
Lo fanno infliggendo una dura lezione al nemico imperialista, ricordandoci una volta di più come «Ogni popolo, per piccolo che sia, se è unito e risoluto a battersi per l’indipendenza e la libertà, può sconfiggere qualsiasi aggressore»[1] e affondano il gigante saudita che sta chiedendo aiuto a tutte le potenze, compresi gli Stati Uniti che ovviamente declinano. Insomma, i sudditi vengono abbandonati al loro destino dal padrone imperialista in crisi, mentre gli alleati si ritrovano uniti nella battaglia.
La Russia dal canto suo emerge sicura, evidenziando come non abbia problemi di approvvigionamento, avendo un mercato interno totalmente coperto dalla propria produzione: quasi 10 milioni di barili di petrolio al giorno vengono estratti anche sotto le bombe e se ne consumano 3,79. Viceversa l’intero Occidente, Stati Uniti compresi, hanno problemi di approvvigionamento, con un mercato degli idrocarburi totalmente esposto alle fluttuazioni di mercato che infatti hanno ravvivato la crisi inflazionistica. Eppure è proprio l’Occidente ad attaccare le risorse in cui risulta più carente, soffrendo sistematiche sconfitte.
La miopia dell’imperialismo nella sua fase decadente è tutta qui: attacca le raffinerie russe sperando che sia la Russia a cedere e poi consuma molto più petrolio di quello che è in grado di produrre, sparandosi di fatto sui piedi. È sempre Peskov a dipingere il quadro straziante: «la situazione sta rapidamente peggiorando a causa di nuove escalation nella regione del Golfo Persico».
La Russia si tutela garantendo i suoi cittadini, l’Occidente viceversa vede i prezzi del petrolio salire, capisce che l’avversario guadagna dalla vendita dei combustibili fossili e attacca le raffinerie pensando di compiere un’offensiva, ma non danneggia altri se non se stesso. I prezzi dei carburanti in Russia non si impennano e anzi, a dover implorare Zelensky di fare una “tregua energetica” è Trump stesso. Il tycoon vede avvicinarsi le elezioni di midterm con il diesel a 6$ al gallone, raddoppiati rispetto al 2022 e cerca di arrestare la macchina terroristica ucraina, ma il Frankenstein ucraino è ormai totalmente fuori controllo e nonostante l’annuncio del Presidente degli Stati Uniti sia stato “l’Ucraina ha accettato di non colpire obiettivi energetici russi”, poche ore dopo i droni ucraini, come la creatura di Mary Shelley fuori controllo si sono nuovamente schiantati su una raffineria russa a Syzran danneggiando il loro creatore occidentale prima di ogni altro.
Gli Stati Uniti, con la loro produzione di 13,5 milioni di barili al giorno, dovranno reggere il fabbisogno di un impero che si sta sgretolando. Non avendone a sufficienza neanche per loro, poiché ne consumano circa 20,5 milioni al giorno, andranno sul mercato per approvvigionarsi e incasseranno i forti rincari innescati da loro stessi. Importeranno inflazione, mentre la Russia si tutelerà. Tutto questo mentre la periferia dell’impero conquistata a fatica sta già bruciando.
La Siria dell’ex tagliatore di teste di Al Qaeda Al Jolani, che un mese fa si vantava di aver riportato la libertà del circuito SWIFT strisciando la sua fiammante carta Visa, ha già subito un aumento del +40% dei prezzi del gasolio e +25% della benzina nel giro di poche ore. I cittadini siriani però si ricordano bene di quando quella Repubblica araba produceva 380.000 barili al giorno, riuscendo a coprire il fabbisogno nazionale e ad esportare. Oggi, al contrario, la Siria in cui si è liberi di strisciare la carta di credito ne produce a stento 60.000 barili al giorno, dovendo acquistare sul mercato estero il necessario. E tutto questo in un Paese ricco di petrolio.
I carburanti nell’era di Assad costavano un quinto rispetto ad oggi. E infatti in questi giorni la Siria è scossa da violente proteste che mettono nel mirino proprio il saccheggio neocoloniale in atto. La rappresentazione della perdita di sovranità patita dalla Siria con la sconfitta della Repubblica araba baathista è tutta qui: un Paese con giacimenti petroliferi accertati per 2,5 miliardi di barili di petrolio deve supplicare sul mercato le multinazionali occidentali per coprire il fabbisogno nazionale, facendosi impiccare dai rincari e scaricando sulla cittadinanza una crisi inflazionistica insostenibile in un paese in cui il 90% della popolazione è ormai ridotto a vivere al di sotto della soglia di povertà, che per inciso nel 2010 era il 33%.
Questo quadro ci riporta ad un contesto estremamente dinamico, in cui l’instabilità si sta diffondendo rapidamente, colpendo duramente proprio i vassalli di quella periferia dell’Impero decadente in cui rientriamo anche noi italiani.
Eppure l’Italia ha un ruolo geostrategico e geoeconomico fondamentale da giocare, come Paese in mezzo al Mediterraneo. L’ effetto domino a cascata non tarderà a impattare sulla periferia dell’Impero e potrebbe non metterci molto a trascinare con se, dopo Siria e Libia altri Paesi, soprattutto in una fase in cui l’Impero non offre più “pasti gratis” a nessuno e anzi come ha ricordato il primo ministro canadese durante la fase più accesa dello scontro con gli Stati Uniti “se non sei al tavolo, sei nel menù”. L’american way of life è finita e come dicono i cinesi vi è subentrata “la legge della giungla”. Il sogno si è tramutato in incubo, sta a noi scegliere se svegliarci.
[1] Võ Nguyên Giáp, Guerra del popolo, esercito del popolo, Feltrinelli, Milano, 1968
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