La guerra come Strategia di Difesa Nazionale americana

26 Gennaio 2026 00:00 Alex Marsaglia


di Alex Marsaglia

Mentre Iran, Cuba, Messico, Colombia, Groenlandia e Canada non sanno se da un momento all’altro verranno attaccati dagli Stati Uniti, questi ultimi, tramite il loro Ministero della Guerra, hanno l’ardore di pubblicare la Strategia di Difesa Nazionale (https://media.defense.gov/2026/Jan/23/2003864773/-1/-1/0/2026-NATIONAL-DEFENSE-STRATEGY.PDFO). Come se avessero la necessità vitale di difendersi da qualcuno.

Che la strategia di difesa sia in realtà un ossimoro lo si capisce immediatamente dal sottotitolo del documento redatto da Pete Hegseth e i suoi: “ristabilire la pace attraverso la forza”.

Il documento si concentra su un approccio muscolare principalmente in chiave anticinese. I punti principali vertono sulla sicurezza e la protezione degli interessi statunitensi nell’emisfero occidentale, rispolverando la Dottrina Monroe. Infatti non si esita a sollecitare azioni militari a fini commerciali: «garantiremo con l’esercito statunitense l’accesso commerciale a territori chiave, in particolare il Canale di Panama, il Golfo d’America e la Groenlandia» (p. 3). È però difficile pensare di restaurare una Dottrina Monroe senza sollevare alcuno scontro con la Repubblica Popolare cinese, come è risultato evidente dall’aggressione al Venezuela. Ed ecco che permane sottotraccia la linea di faglia del perseguimento della “pace attraverso la forza” da portare avanti contro la Cina, essenzialmente al fine di “negoziare”. Come farlo viene dettagliato dal Ministero della Guerra incaricato direttamente dal Presidente Trump di sviluppare tale strategia. Hegseth e i suoi intendono «aprire una gamma più ampia di comunicazioni militari con l’Esercito Popolare di Liberazione attraverso un focus sul supporto alla stabilità strategica» chiarendo che «l’obiettivo non è dominare o umiliare la Cina, piuttosto evitare che gli Stati Uniti e i suoi alleati nel Pacifico vengano dominati» (p.4).

Emerge qui una strategia di contenimento e deterrenza della Cina che parte dalla ricerca da parte degli Stati Uniti di un dominio indiscusso nell’emisfero occidentale, dimostrando la propria forza militare. Viene però chiarito che tale dimostrazione non è assolutamente da intendersi come un nuovo isolazionismo, poiché verrà attuata una «condivisione del carico con gli alleati e i partners». Ed è qui che risulta evidente come gli Stati Uniti di Trump non intendano affatto spaccare la NATO e l’Unione Europea, semplicemente trattarli come muli su cui caricare il peso della guerra di logoramento russo-ucraina contro la Cina. La Russia viene infatti descritta come «una minaccia persistente, ma gestibile» per la NATO (anche senza gli Stati Uniti) e il sostegno economico all’Ucraina viene esplicitamente affidato alla sola Unione Europea. Gli strafalcioni strategici dell’imperialismo americano qui rischiano di farsi davvero grossolani e pericolosi, soprattutto per noi europei che veniamo concepiti come linea del fronte, poiché basandosi su una mera analisi a tavolino di dati economici ritengono «i nostri alleati della NATO sostanzialmente più potenti della Russia - non ci sono nemmeno lontanamente vicini. L’economia tedesca da sola supera di gran lunga quella russa» (p.11).

Nonostante l’economia russa abbia dimostrato di saper reggere a sanzioni e lunghi anni di guerra senza flettere, mentre quella degli alleati NATO sia tutt’altro che solida senza l’approvvigionamento di materie prime energetiche. Gli Stati Uniti sembra vogliano leggere un conflitto militare di scala globale solo con i dati economici e prescindendo dai dati militari: l’esercito russo ha fatto lunga esperienza di guerra in Ucraina, modernizzandosi e innovando i propri sistemi, mentre l’esercito NATO non ha alcuna esperienza in un lungo conflitto di posizione come questo. Ammesso e assolutamente non concesso che i Paesi dell’Alleanza Atlantica siano in grado di reggere un conflitto di tale portata, proseguiamo nel documento per focalizzare l’attenzione sul Pacifico e la Cina che si dimostra la vera spina nel fianco dell’imperialismo americano. Infatti, come risulta da ogni lettura rigorosa del termine «imperialismo» questo si lega allo sviluppo capitalistico e sarebbe opportuno che tanti che oggi vedono scontri inter-imperialisti vadano a rileggerselo, poiché qui la cosiddetta Strategia di Difesa Nazionale americana contiene il vero motivo per cui gli Stati Uniti hanno girato le spalle all’Europa per focalizzarsi sul Pacifico.

Già, perché siccome «l’Indo-Pacifico costituisce più della metà dell’economia globale» ne discende che «la sicurezza, la libertà e la prosperità del popolo americano è direttamente collegata alla nostra capacità di commerciare e impegnarci da una posizione di forza nell’Indo-Pacifico» (corsivi miei). Qui la logica di contrapposizione con la Cina (e l’India nei BRICS) diventa evidente poiché si chiarisce che «la Cina - o chiunque altro, a dire il vero - avrebbe dominato quest’area ampia e cruciale, sarebbe in grado di poter effettivamente porre il veto all’accesso degli americani al mondo (…) con implicazioni durature per le prospettive economiche della nostra nazione, inclusa la nostra capacità di reindustrializzarci» (p.10). Non è un caso che gli Stati Uniti evitino di utilizzare la parola guerra, ripiegando sulla forza e l’approccio meramente muscolare, per arrivare a quella che più volte viene definita una «pace decente». Evidentemente gli Stati Uniti si rendono conto di avere solamente più la forza militare, la capacità di minacciare guerre e sempre meno la reale possibilità di dominare nell’ambito economico e del commercio. Hanno un bisogno disperato di risorse e controllo di territori strategici, ma fanno sempre più fatica a conquistarli, anzi iniziano ad essere estromessi.

Il documento prosegue con il richiamo alla responsabilità degli alleati che dovranno assumersi in carico le spese per la difesa. Questo fa costantemente il paio con un’altra costante della Strategia di Difesa Nazionale, cioè il potenziamento della base industriale della difesa degli Stati Uniti che sembra essere l’unico reale vettore di crescita economica in grado di garantire la Golden Age trumpiana. L’ampliamento previsto da Trump della spesa militare americana di 600 miliardi di dollari, nonostante il debito pubblico stratosferico, evidentemente impegna le risorse aggiuntive necessarie alla realizzazione delle opere militari elencate nel documento di difesa strategica nazionale: la realizzazione del “Golden Dome for America” nell’emisfero occidentale, il rinnovamento dell’arsenale nucleare e la creazione di una rinnovata flotta di droni sono solo alcune di queste. Difficile far credere alla Cina che questa militarizzazione sia una strategia di difesa volta alla de-escalation, soprattutto se si continuano a perseguire politiche di guerra commerciale sostenute da dazi e un approccio internazionale basato sull’unilateralismo che calpesta il diritto internazionale. Gli Stati Uniti ricordano più volte di non essere interessati al confronto, ma intanto si preparano a negoziare con la pistola sotto al tavolo. Non esattamente una de-escalation.

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