Secondo il diritto internazionale, i giornalisti in zone di guerra sono civili e devono essere protetti. Le Convenzioni di Ginevra stabiliscono chiaramente che non possono essere considerati obiettivi militari, a meno che non partecipino direttamente alle ostilità. Anche attività mediatiche o propagandistiche non rientrano in questa definizione. Nonostante ciò, nel caso di Israele emerge un divario evidente tra principi giuridici e realtà operativa. Il ripetuto mettere nel mirino i giornalisti e il tentativo di delegittimarne lo status civile indicano un modello sistematico, non episodi isolati.
Parallelamente alle operazioni militari, Israele ha sviluppato una strategia volta a ridefinire il ruolo della stampa. La gestione dell’immagine internazionale è centrale, e il racconto giornalistico che contraddice questa narrazione viene trattato come una minaccia alla sicurezza. In questo contesto, giornalisti e contenuti mediatici vengono sempre più spesso associati a organizzazioni militanti. Dichiarazioni pubbliche e discorsi mediatici contribuiscono a cancellare la distinzione tra informazione e partecipazione al conflitto. Anche sul piano legislativo, l’estensione delle definizioni di “materiale terroristico” consente di includere contenuti giornalistici, creando basi legali per colpire il lavoro dei reporter.
Dopo gli attacchi, emergono inoltre pratiche di giustificazione retroattiva: giornalisti uccisi vengono accusati di legami con gruppi armati per legittimare le operazioni. Secondo fonti citate da +972 Magazine, esisterebbero strutture dedicate a costruire queste narrazioni a fini di pubbliche relazioni. Dal 2023, centinaia di giornalisti sono stati uccisi negli attacchi israeliani, mentre strutture mediatiche sono state colpite ripetutamente. Nonostante la documentazione di queste violazioni, i meccanismi internazionali di responsabilità restano limitati.
Il risultato è un progressivo svuotamento delle tutele previste dal diritto internazionale: in questo scenario, documentare la guerra diventa sempre più pericoloso, perché la verità stessa viene trattata come un bersaglio.
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