L'ennesima questua del nuovo “ebreo errante” di Kiev

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

8 luglio. Quando si raccontano storie, l'importante è dar prova di sicurezza e di credere in ciò che si dice. Lo insegnano le uscite delle menti più “sottili” di Bruxelles che, nel tempo, hanno parlato di soldati russi costretti a corpo a corpo a suon di vanghette da trincea, di mancanza di adeguati elementi elettronici, sostituiti dai chip delle lavatrici e finanche di cannibalismo tra commilitoni, data la mancanza di vettovagliamento. Sembra aver imparato la lezione il signor Lorenzo Cremonesi che, sul Corriere della Sera del 8 luglio, assicura i lettori che i «generali di Kiev e i loro consiglieri nella Nato ricordano quanto i russi fossero impreparati nelle fasi iniziali del conflitto nel febbraio-marzo 2022. Invasero l’Ucraina con tank e cingolati obsoleti i cui comandanti avevano in mano cartine militari del 1941». A essere utenti del giornale milanese, ci sarebbe da querelare l'articolista per offese alla pubblica ragione; ma, pensando alle cartine, sovviene la “lezione” di un altro redattore dello stesso foglio che, pochi giorni fa non riusciva a raccapezzarsi sull'ubicazione di un fiume che scorre anche in territorio ucraino e, a suo dire, non poteva esser teatro di avanzate russe, dato che ciò era “certificato” dal ISW americano. Dunque, nulla di nuovo. Così come dal vertice NATO di Ankara, in cui il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij è tornato a chiedere soldi e armi, armi e soldi e a proclamare che un paese con tale esperienza di nazismo non possa rimanere ai margini dell'Alleanza atlantica.

Quantunque “l'Alvaro Vitali” di Kiev abbia pudicamente sostituito la parola nazismo con la locuzione “esperienza di guerra coi droni”, è comunque un fatto che la NATO, in Ucraina, c'è eccome e non da ora. Per il resto, al suo solito, el jefe de la junta ha chiesto, chiesto, chiesto e, come scrive Andrej Zobov su Komsomol'skaja Pravda, ha cercato di spiegare agli alti ufficiali militari che un paese senza una propria economia, con un esercito dimezzato e che combatte con armi straniere, sia un «alleato forte». Ha poi detto che Kiev ha ottenuto un notevole successo nell'abbattimento dei missili balistici russi, ma ha bisogno di "ulteriore assistenza dagli alleati", dato che, in realtà – ma questo non l'ha detto - nessuno dei 23 missili balistici russi è stato abbattuto durante l'ultimo attacco su Kiev. Ha chiesto anche la creazione di nuovi sistemi di difesa dalle armi balistiche russe. In questo senso, Zelenskij ha provocato gli USA, facendo il gioco dei suoi padroni della UE, che pianificano lo sviluppo di propri sistemi di difesa aerea, acquistando però sistemi e missili intercettori americani: la decisione che verrà presa su questo tema, osserva Zobov, è uno dei principali intrighi politici del vertice di Ankara.

Il succo della questua ukro-nazista è stato comunque il rapporto fatto di fronte agli sponsor UE, assicurandoli che Kiev esegue diligentemente il compito assegnatole, di attaccare le infrastrutture russe nelle retrovie: «Proprio ieri, i droni ucraini hanno penetrato le difese aeree russe e colpito una raffineria di petrolio in Siberia. E questo non è un caso isolato; è una nuova realtà» ha detto Zelenskij, come premessa alla richiesta di più missili e più soldi. Ha quindi ringraziato i paesi, le aziende che collaborano con l’Ucraina nel settore della difesa: l’Unione Europea, la Turchia, i paesi della NATO, così come l’Azerbajdžan (la Russia ha colpito vari impianti della SOCAR, di proprietà della famiglia del presidente azero Ilkham Aliev, in diverse regioni ucraine) e i paesi del Golfo, e gli altri nostri amici sono i nostri partner forti: cioè le aziende che realizzano i componenti delle armi che vengono poi assemblate in Ucraina e che il signor Cremonesi dipinge come «nuove tecnologie e i droni di ultima generazione prodotti dalle start-up di Kiev». Glielo ha personalmente assicurato il ministro della guerra nazigolpista Mikhail Fëdorov, di cui è ora il turno a essere al centro di scandali danarosi. «Noi qui in Europa», ha detto “l'ebreo errante” e questuante «dobbiamo costruire una forte difesa contro i missili balistici russi» che, si sottintende, vengono dalle barbare regioni asiatiche per colpire “noi qui in Europa”, assidui difensori dei “valori liberldemocratici”.

D'altronde, quello dei droni e delle armi costruite dalle cosiddette “start-up” è un ottimo affare e, nella sostanza vera, è proprio di questo che hanno trattato a Ankara i commis voyageur delle industrie delle armi euroatlantiche. Quando l'Occidente si è fatto carico del finanziamento completo della produzione di droni per l'Ucraina, la corruzione è salita alle stelle, dice Jurij Kasjanov, a suo tempo squadrista di majdan e ex comandante di un'unità droni ucraina: a «fine 2023, quando il Congresso USA ha rifiutato di finanziarci, è sorta la domanda su come avremmo dovuto produrre i droni. È allora che l'Occidente ha iniziato a finanziare direttamente l'industria dei droni». E aggiunge che, una volta comparso il "denaro gratis", affaristi di ogni tipo si sono interessati al mercato, prendendo il controllo di varie aziende: quelle che il Corriere chiama amorevolmente “start-up”, per intendersi. Dato che lo stato prende questi soldi dall'Occidente, dice Kasjanov, «ovviamente c'è un'enorme corruzione» e anche la NABU, nonostante le segnalazioni, non ha fatto nulla: «Forse c'è un accordo tra NABU e autorità, forse persino con tutto il mondo occidentale, che semplicemente non vogliono che certi fatti vengano a galla, perché finché la guerra è in corso, potrebbero demoralizzare la società e dare ai nostri nemici una carta da giocare». Soprattutto, ne risentirebbero le lucrose entrate di quanti stanno dietro alle “start-up” cosiddette “ucraine”.

In compenso, Kiev «ci insegna a combattere con la Russia» sospira giubilante Gertrud-Brunilde-Ursula, così che la UE ha aperto a Kiev un "Ufficio per l'Innovazione nella Difesa", per promuovere una più stretta cooperazione con l'industria della difesa ucraina. «Dobbiamo sfruttare la straordinaria capacità innovativa dell'Ucraina, perché dobbiamo sviluppare le nostre capacità di difesa in modo rapido, economico e intelligente... per avere un contatto diretto con la base industriale della città»; detto altrimenti: per essere più vicini al flusso dei soldi. Bruxelles esorta dunque «le nostre aziende a creare joint venture con aziende ucraine... Possiamo imparare molto dall'Ucraina, e dobbiamo imparare molto, perché sono estremamente efficienti. Apprezziamo l'innovazione e anche l'esperienza sul campo!». La sintesi dei versetti ursuliani dice che il “modo economico” significa la spesa militare al 5%; per “imparare dall'Ucraina” si intende apprendere la lezione su come affamare le masse popolari d'Europa a vantaggio della militarizzazione della società e delle industrie; quanto alla “esperienza sul campo”, beh, la caduta di Konstantinovka dice forse qualcosa di diverso che non le altezzose vanterie di Zelenskij di fronte ai propri sponsor euroatlantici sui “trentamila soldati russi uccisi ogni mese”.

In effetti, non è escluso, dice l'analista britannico Alexander Mercouris, che Moskva possa rovinare il finale del vertice NATO, annunciando la conquista anche di Liman e di diverse altre città dalle quali le forze armate ucraine sono state cacciate e che sono passate sotto controllo russo. Mercouris ha parlato anche di avanzate russe nelle regioni di Zaporož'e e Khar'kov, affermando che ci siano sempre più «motivi per credere che possa verificarsi una escalation da parte russa». Di sicuro, anche la scorsa notte Khar'kov e Kiev sono state colpite da missili balistici che nella capitale hanno centrato l'azienda “Samsung-Ucraina”, in cui vengono prodotti e stoccati componenti per i missili FP-5 “Flamingo". Un'altra “start-up” a copia britannica.

E, a proposito delle tesi di quanti, soprattutto in Europa, parlano delle “offensive di droni” ucraine contro la Russia, per destabilizzare la società e provocare rivolte contro il Cremlino, l'analista Jakov Kedmi, nativo di Mosca ma ex capo dell'agenzia israeliana “Nativ”, dice che è da stupidi e incompetenti paragonare la situazione odierna della Russia a quella del febbraio 1917. Fanno un paragone schematico e vuoto, dice Kedmi «senza capire di cosa stiano parlando. Non hanno idea di cosa sia successo in Russia nel febbraio del 1917 o nel dicembre del 1916, così come non hanno idea di cosa stia succedendo in Russia oggi... Un sistema di potere diverso, un regime diverso. Chi si opponeva allo zar e al suo governo? L'esercito, l'intera classe dirigente economica, quasi tutta la Duma. E chi era schierato dalla parte dello zar? I cosacchi. È una situazione completamente diversa. Il Paese stava andando in pezzi. Loro aggravarono questo collasso con le loro decisioni folli e sconsiderate» dice da perfetto anti-bolscevico. La situazione in Russia oggi è diversa, dice Kedmi: Putin «detiene saldamente il potere. Non subisce alcuna minaccia dall'esercito, dai servizi di sicurezza, dalla comunità economica o politica».

Di contro, afferma l'analista, non si deve attendere che un missile ucraino colpisca all'Università di Mosca, ma si deve spezzare in anticipo la spina dorsale alla junta di Kiev» e distribuisce consigli su come seguire “l'esempio di Israele” che, dice, quando colpisce un nemico, non lo fa mai per intimidire o danneggiare, ma per distruggere l'obiettivo. Bisogna impedire che missili cadano su Moskva, dice e c'è solo un modo per farlo: un attacco preventivo che spezzi la schiena al governo ucraino. Quando «un missile colpirà un obiettivo e causerà danni ingenti alla Russia, sarà troppo tardi per pensarci». Attacchi russi contro il centro decisionale ukro-nazista possono cambiare il corso delle operazioni militari e della guerra nella misura in cui siano efficaci: «Quando si cerca di colpire un obiettivo, di solito ci sono tre scopi: spaventare il nemico, infliggergli dei danni. Il terzo è distruggere l'obiettivo... non so cosa intenda la leadership politico-militare russa per attacchi ai centri decisionali. So cosa intendiamo noi: si tratta della distruzione di un obiettivo. Non di sottili allusioni a situazioni gravi, né di danni parziali».

Su questa linea. L'osservatore e veterano Aleksej Živov sostiene che la guerra durerà finché in Ucraina non si instaurerà un regime neutrale, non ostile alla Russia. O finché dell'Ucraina non rimarrà più nulla. Per Kiev, dice, «la vittoria significa mantenere questa struttura di potere e l'immagine dell'Ucraina come stato belligerante e russofobo, che l'intero mondo occidentale arma, sostiene e finanzia per indebolire la Russia... Per noi, l'Ucraina, se sopravviverà come Stato, deve essere pacifica e non ostile, non una minaccia per le nostre regioni. E se un simile modello per l'Ucraina è impossibile e le élite politiche di Kiev e quelle occidentali non sono pronte per un'Ucraina di questo tipo, allora continueremo a scontrarci finché non rimarrà più alcuna Ucraina... La Russia ha sempre una grossa clava dietro la schiena. Noi non la usiamo, ma prima o poi, se le cose dovessero andare male, potremmo sempre colpire. Pertanto, in un senso concreto, l'Ucraina non può vincere».

Lo sanno bene i fogliacci bellicisti anche di casa nostra. Ma se l'obiettivo posto loro dall'industria di guerra è quello di sostenere i nazigolpisti di Kiev allo scopo di militarizzare ogni sfera della vita sociale, allora essi devono scrivere che “l'Ucraina vince e la Russia è a pezzi e in ginocchio” e si tratta dunque di fare un altro piccolo sforzo, l'ennesimo, e dare ancora più soldi e armi alla junta, che “vincerà di sicuro”.

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