Omicidio Pasolini, riaperte le indagini: c’è un nuovo testimone

03 Novembre 2026 12:00 Francesco Guadagni

C'è un nuovo testimone nella vicenda legata all'omicidio di Pier Paolo Pasolini, ucciso all'Idroscalo di Ostia nella notte tra l'1 e il 2 novembre 1975, esattamente 51 anni fa. Si tratta di una figura che potrebbe fornire elementi decisivi per chiarire il contesto in cui è maturata la tragica aggressione allo scrittore.

Su questo elemento si basa l'integrazione all'istanza presentata dall'avvocato Stefano Maccioni, che ha spinto la Procura di Roma ad aprire una nuova indagine affidata alla pm Silvia Santucci. Già nel novembre dello scorso anno era stata presentata ai magistrati di piazzale Clodio una richiesta di riapertura del caso — dopo i no del 2016 e del 2023 — fondata sia sull'esame dei filmati d'epoca dei telegiornali Rai, sia su una rilettura unitaria dei dati finora raccolti. Tali elementi concordano su un'unica conclusione: Pino Pelosi non era solo la sera del delitto ed è quindi fondamentale accertare chi fosse con lui. Nell'integrazione depositata a maggio figurano ulteriori novità che, come spiegato da Maccioni, potrebbero finalmente dare le risposte attese da anni, spingendo al contempo chi finora ha taciuto a farsi avanti.

Maccioni, che in passato ha assistito uno dei cugini della vittima, Guido Mazzon, affianca ora l'Ordine dei Giornalisti del Lazio, il regista David Grieco e lo scrittore Giovanni Giovannetti. La riapertura del fascicolo giunge a distanza di tre anni dal precedente rifiuto della Procura, che aveva giudicato le prove avanzate "non sufficienti per la riapertura". In quell'istanza si chiedeva di identificare i titolari dei tre profili DNA individuati dai Carabinieri del RIS nel 2010 su alcuni reperti trovati sulla scena del crimine. Tuttavia, l'allora pm Francesco Minisci rigettò la richiesta, definendo gli spunti "idonei a non consentire la riapertura" in quanto generici, già valutati e non focalizzati in modo diretto sull'omicidio, confermando l'impostazione che nel 2015 portò all'archiviazione. Tra il materiale messo a disposizione della Procura vi erano anche le dichiarazioni dell'ex esponente della Banda della Magliana, Maurizio Abbatino, relative al movente e in particolare al furto delle 'pizze' del film Salò o le 120 giornate di Sodoma, sottratte a Pasolini per attirarlo in una trappola.

Per la morte dello scrittore l'unico condannato in via definitiva è stato Pino Pelosi, all'epoca diciassettenne, deceduto nel 2017 dopo aver scontato una pena di 9 anni e 7 mesi. Gli accertamenti sui DNA, condotti sugli abiti che Pasolini indossava la notte della tragedia, avevano evidenziato cinque tracce biologiche appartenenti a soggetti diversi, a cui però non fu possibile dare "un nome".

Il quadro delle inchieste precedenti e i tentativi di riapertura

La storia giudiziaria sulla morte di Pasolini è contrassegnata da continui tentativi di superare la verità processuale che vedeva Pelosi come unico responsabile.

Già nel processo originale del 1976, il Tribunale per i Minorenni condannò Pelosi per omicidio "in concorso con ignoti", evidenziando come le ferite riportate da Pasolini e le dinamiche sul luogo del delitto rendessero impossibile l'azione di un solo aggressore. Tuttavia, la Corte d'Appello nel 1977 e la Cassazione nel 1979 eliminarono il riferimento al concorso con ignoti, attribuendo la responsabilità esclusiva a Pelosi.

Una prima svolta si registrò nel maggio 2005, quando Pino Pelosi ritrattò la sua confessione d'epoca durante un'intervista televisiva, affermando di non aver colpito Pasolini e di essersi accusato per paura di ritorsioni sulla propria famiglia, parlando dell'intervento di tre persone giunte a bordo di un'altra vettura. Questa dichiarazione portò la Procura di Roma a riaprire le indagini, conclusesi poi nel 2009 con un'archiviazione per mancanza di riscontri certi.

Successivamente, su impulso dell'avvocato Stefano Maccioni e del criminologo Franco Bruno, nel 2010 la Procura riaprì il caso affidando ai Carabinieri del RIS la rianalisi dei reperti. L'esame condotto con le moderne tecnologie evidenziò cinque profili DNA sconosciuti, tre dei quali idonei a comparazione, confermando la presenza di più persone sulla scena del crimine. Ciononostante, nel marzo 2015 il GIP accolse la richiesta di archiviazione motivando che non era stato possibile associare quei profili genetici a soggetti specifici.

Negli anni seguenti si sono succedute ulteriori istanze basate sulle rivelazioni di Maurizio Abbatino riguardo al furto delle pellicole di Salò e sulle risultanze della Commissione parlamentare Antimafia, che nel 2022 ha evidenziato potenziali legami tra il delitto, la criminalità organizzata romana e ambienti eversivi. Tali richieste sono state inizialmente respinte per presunta genericità degli elementi, fino al nuovo impulso istruttorio guidato oggi dalla pm Silvia Santucci.

La prospettiva d'inchiesta e il contesto politico-eversivo

A questa riapertura giudiziaria si affianca una più ampia rilettura d'inchiesta e politico-culturale della vicenda.

L'assassinio di Pasolini non può essere ridotto a un mero fatto di cronaca nera maturato nell'ambiente della prostituzione maschile romana. Il delitto va invece inquadrato nel clima delle stragi di Stato e delle strategie eversive che hanno caratterizzato la storia italiana a partire dal 1968 e da Piazza Fontana.

Da questa chiave di lettura emerge come il depistaggio e il forzato isolamento della figura di Pelosi siano serviti a coprire un'azione ben più complessa, pianificata ed eseguita da un gruppo collettivo. Far luce sul contesto dell'omicidio — come sollecitato dalla nuova indagine — significa dunque ricomporre il legame tra la morte dell'intellettuale e le rivelazioni sui poteri occulti, economici e politici che Pasolini stava coraggiosamente denunciando nei suoi ultimi scritti, a partire dall'inchiesta incompiuta condotta nel romanzo Petrolio, incentrata sugli intrighi del potere petrolifero e politico italiano.

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