Isabel Díaz Ayuso ha trasformato un viaggio istituzionale già dai contorni non molto chiari in un vero e proprio caso politico internazionale. Dal suo rientro dal Messico, la presidente della Comunità di Madrid non ha ancora spiegato nel dettaglio cosa abbia fatto durante gran parte della sua permanenza. Ha però incendiato il dibattito con dichiarazioni che sembrano uscite da un’altra epoca, portando il conflitto ben oltre i confini spagnoli.
Durante la seduta dell’Assemblea di Madrid, la dirigente del Partito Popolare ha accusato direttamente il capo del governo spagnolo, Pedro Sánchez, di aver dato ordine di “boicottare” il suo viaggio. Un’accusa formulata senza fornire alcuna prova, che tratteggia uno scenario da spy story improvvisata in cui la sinistra spagnola e quella messicana avrebbero agito all’unisono per sabotare la sua agenda politica. Una strategia mediatica costruita a colpi di insinuazioni e vittimismo, nella quale la presidente messicana Claudia Sheinbaum avrebbe agito, secondo Ayuso, su istruzione diretta del governo spagnolo.
Ma è stato un altro passaggio del suo intervento a scatenare una reazione che ha valicato l’Atlantico. Nel pieno della sua arringa difensiva sulla conquista spagnola, Ayuso ha affermato che “il Messico non è esistito fino all’arrivo degli spagnoli”. Non è stata un’imprecisione. È un modo di intendere la storia fondato su un suprematismo coloniale ormai logoro, su una nostalgia imperiale che una certa destra continua a cavalcare come strumento politico. Parole che negano secoli di civiltà, culture e popoli preispanici, spazzati via con una frase che sembra concepita per riaccendere vecchie ferite e mobilitare il proprio elettorato.
Il presidente colombiano Gustavo Petro ha scelto la via della memoria e dell’orgoglio per replicare a quelle affermazioni dal sapore neocolonialista. Senza nominare direttamente Ayuso, ha rivendicato la profondità temporale e la grandezza della civiltà amerindia, ricordando che esiste da sessantamila anni e che i primi artisti di queste terre dipingevano murali da trentamila anni. Ha parlato degli orafi precolombiani, autori di capolavori nati tremila anni fa, all’epoca degli egizi. Ha rievocato il Tesoro Quimbaya, quella collezione di centoventidue pezzi archeologici che la Colombia reclama da tempo e che la Spagna custodisce al Museo de América di Madrid. Un dettaglio non casuale, che sposta la polemica dal piano delle parole a quello dei beni culturali ancora contesi, restituendo concretezza a un dibattito storico spesso manipolato. Petro ha chiuso il suo messaggio con un’affermazione semplice e solenne: “Siamo la civiltà latinoamericana”.
Mentre Ayuso trasformava la sua fallimentare trasferta messicana in una guerra culturale a base di una stantìa propaganda coloniale, Petro le ha ricordato che esiste una grandezza culturale che non ha bisogno di essere difesa con il vittimismo. La presidente messicana Sheinbaum, dal canto suo, aveva già risposto con ironia, invitando l’ospite a tornare in Messico “in vacanza” per studiare la storia del paese. Un colpo che ha fatto più male di qualsiasi invettiva, perché ha messo a nudo la sostanza di un viaggio che assomiglia sempre di più a una commistione opaca di ferie personali, proclami ideologici e cortine fumogene propagandistiche.
Il problema di fondo resta e non si lascia coprire da nessun racconto eroico. Ayuso continua a non chiarire cosa abbia fatto durante quattro giorni della sua permanenza in territorio messicano. L’opposizione madrilena incalza con domande legittime: quanto è costato il viaggio, chi lo ha pagato, quali incontri si sono svolti. Domande legittime quando sono coinvolti fondi pubblici. La Comunità di Madrid ammette che parte del viaggio sarebbe stata finanziata dallo Stato messicano di Aguascalientes e dagli organizzatori dei premi Platino, e conferma di aver ingaggiato security privata dopo aver denunciato un presunto veto contro Ayuso in un resort di Cancún. Veto che i proprietari della struttura negano. E se davvero la minaccia era così seria, le chiedono in molti, perché non è stata richiesta protezione ufficiale né al governo spagnolo né a quello messicano?
La sensazione è che prima sia arrivato il caos comunicativo e poi, in un secondo momento, sia stato costruito un racconto per giustificarlo. Ayuso si presenta come vittima di una persecuzione orchestrata da Sánchez, da Sheinbaum, dalla stampa e da chiunque le chieda conto del suo operato. Tuttavia, più alza i toni e più risulta evidente il fondo ideologico dell’operazione. Non c’è diplomazia istituzionale in tutto questo. C’è una dirigente politica della destra spagnola che utilizza un viaggio ufficiale per alimentare uno scontro permanente basato su un nazionalismo aggressivo e su una rilettura coloniale della storia.
E mentre lei insiste nel rivendicare la conquista come un atto fondativo, c’è chi lavora per ristabilire la verità dei fatti e la dignità delle radici. Lo ha fatto Petro, ricordando al mondo che la civiltà latinoamericana ha radici profonde che nessuna polemica può estirpare. Lo aveva già fatto Sheinbaum.
Infine, possiamo affermare che l’immagine resituita da questo viaggio rappresenta un pasticcio opaco di vacanze mascherate da istituzione, propaganda coloniale e vittimismo politico. Il classico armamentrio delle destre neoliberiste europee.
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