L’escalation in Medio Oriente inizia a produrre effetti concreti sui mercati energetici globali, con segnali sempre più allarmanti. Kiril Dmitriev, inviato speciale della presidenza russa, ha lanciato un monito netto: il prezzo del petrolio è ormai fuori controllo e potrebbe superare a breve i 150 dollari al barile. Secondo le sue dichiarazioni, il Brent fisico ha già raggiunto i 141 dollari, un livello che non si vedeva dalla crisi del 2008.
Un dato particolarmente significativo perché riguarda il cosiddetto petrolio “reale”, cioè quello effettivamente scambiato e consegnato, e non solo i contratti finanziari. Proprio questo aspetto segna un punto di svolta: il prezzo del petrolio “cartaceo”, legato ai mercati finanziari, si sta rapidamente allineando a quello fisico, indicando una tensione reale tra domanda e offerta, aggravata dall’instabilità geopolitica.
Il riferimento chiave è il Brent Dated, indice utilizzato per prezzare oltre la metà del petrolio mondiale. Il suo superamento della soglia dei 140 dollari conferma che il mercato energetico sta entrando in una fase critica, con ripercussioni globali. Le conseguenze potrebbero essere profonde. Dmítriev prevede una recessione globale ormai inevitabile entro l’anno, con un impatto particolarmente duro sui Paesi importatori di energia, più esposti agli shock dei prezzi.
Il legame tra guerra e crisi economica torna dunque centrale: l’aumento dei costi energetici rischia di alimentare inflazione, rallentamento industriale e instabilità finanziaria su scala globale. In questo scenario, il petrolio torna ad essere non solo una risorsa strategica, ma uno strumento di pressione geopolitica, capace di ridefinire equilibri economici e rapporti di forza tra le potenze.
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