di Luca Busca
Ho letto con sincera ammirazione il post Facebook di Vincenzo Costa ripreso recentemente da l'AntiDiplomatico - Rossobruni. Un’analisi puntuale della truffa semantica operata dal “sistema” al fine di salvaguardare “l’alternanza senza alternativa, [...] la complicità di Destra e Sinistra, il loro essere una funzione di stabilizzazione e ciò che impedisce al paese di cambiare”. L’etichetta “rossobruni” svolge il compito di “troncare sul nascere una possibilità, classificandola come qualcosa di ignobile e dividendo le persone che potrebbero riconoscersi in essa. Quale possibilità? Quella secondo cui giustizia sociale e tradizione non solo non si escludono ma viaggiano insieme”. Sulla coesistenza politica di tradizione e giustizia sociale il professor Costa incentra la sua analisi definendo così sette punti comuni all’area di pensiero “rossobruna”.
Temi questi che il sistema tenta di ghettizzare nello scomodo recinto dell’incongruenza al fine di “dividere le persone [... di] ricondurre a vecchie distinzioni [... e] all’ovile: alcuni alla Meloni o a Vannacci e altri al PD o a AVS”. I sette argomenti esaminati vanno dalla giustizia sociale come necessità per ripristinare le relazioni sociali alle persone come strutture relazionali, dalla tradizione riferita a Sturzo e Gramsci alla sovranità popolare sostenuta da più o meno tutte le Carte Costituzionali ma disattesa da tutti i governi. Infine, la pace è assunta come valore prioritario e l’antitrumpismo viene dato per scontato. L’analisi conduce all’inevitabile negazione dell’esistenza della categoria rossobruna che, in realtà, “è un’area che non vota per i due falsi opposti, e che non vota per i due blocchi per ragioni politiche, non per apatia: esprime una coscienza politica. Non vota per loro perché non vuole legittimare un sistema che è un regime ...”.
L’analisi è ineccepibile nella sua logica e svolge egregiamente la funzione di smontare una delle tante manipolazioni semantiche che il regime neoliberista innesca al fine di instaurare il “pensiero unico”. Divide et impera è la strategia di base che qualsiasi forma di potere adotta per autoconservarsi. Una volta imposta una Verità (il Virus è il nemico e il vaccino la nostra arma vincente – Putin è il male e la Guerra il nostro Salvatore – Hamas è terrorismo e Israele ha il diritto di difendersi) si dividono i sudditi in giusti, coloro che aderiscono al pensiero unico, e sbagliati, coloro che dissentono. Poi si procede a un’ulteriore divisione dei “dissidenti”: un po’ rossi e un po’ bruni. Li si accorpa in un’unica categoria che va stretta a tutti, in modo da evitare lo sviluppo di quelle relazioni interpersonali che potrebbero diventare sociali e minare alla base la stabilità del regime neoliberista fondato su “l’alternanza senza alternativa”.
Quello che colpisce di questa analisi è, però, l’assenza della più grande delle manipolazioni semantiche concepita dal regime per dequalificare l’intera area del dissenso: l’appropriazione indebita del termine “Sinistra”. In questo “inganno sono caduti più o meno tutti i movimenti e i partiti di area, che pur di distinguersi dalla finta “sinistra progressista”, hanno cercato di occupare altri spazi politici più consoni alle forze conservatrici, nazionaliste e xenofobe”. 1 Questo fenomeno ha prodotto delle conseguenze pesanti. La prima è stata proprio la creazione del ghetto “rossobruno”. La seconda è costituita dalla “trappola della dicotomia destra/sinistra, architettata dall’establishment neoliberista unificato”.
“In realtà, l’equivoco del «né di destra né di sinistra» nasce da una delle tante manipolazioni semantiche che il potere ha realizzato al fine di annientare il pensiero critico. Il termine «Sinistra» nasce durante la Rivoluzione Francese, quando, tra il 1789 e il 1791, nell’Assemblea costituente le forze più «radicali» presero l’abitudine di sedersi alla sinistra del presidente. Contemporaneamente le forze più moderate e conservatrici si collocarono a «destra». “Da allora l’espressione «sinistra» è inesorabilmente legata all’essere «radicale», cioè, antagonista al sistema vigente. Radicalità rappresentata dallo stretto legame con i valori antitetici a quelli della monarchia assoluta, prima e della borghesia poi, una volta realizzato il passaggio di consegne del potere. La «sinistra», quindi non può essere né moderata né tantomeno espressione di un potere conservatore e neoliberista, non può in alcun modo allearsi con il centro moderato senza perdere l’essenza del proprio essere”. 1
Il termine Sinistra è, dunque, il fulcro della “Tradizione” del dissenso e della ricerca di “Giustizia Sociale”. Consentire all’antagonista neoliberista l’appropriazione indebita della collocazione politica del dissenso è stata la causa principale della conseguente demolizione di tutti quei valori, princìpi e concetti su cui si fondava l’alternativa, realmente antagonista, alla finta alternanza neoliberista. L’Uguaglianza, caposaldo di ogni ideologia socialista, ovvero di “Sinistra”, è stata declassata a parametro della vita sociale: “Più uguaglianza meno libertà”. Nel migliore dei casi, quello di Amartya Sen, l’Uguaglianza è stata soggiogata alla sua relazione con altre categorie come le “capabilities” (capacità effettive) al fine di calcolare i “functionings” (funzionamenti). Il tutto dimenticando, però, che l’Uguaglianza è, invece, la funzione che serve a verificare se un “equa-azione” è “giusta”. L’Uguaglianza, in sostanza, è quella funzione che determina l’esistenza o meno della “Giustizia Sociale”.
La “legge” è giusta solo quando “è uguale per tutti”. Allo stesso modo, anche tutti gli altri concetti che regolano la vita sociale possono essere giusti solo se uguali per tutti. Per questo motivo la manipolazione semantica neoliberista si è accanita contro il termine “Sinistra” e tutti i valori che erano contenuti all’interno di esso. La Libertà, solo per fare un esempio, è diventata “un prodotto da vendere un tanto al chilo. Più denaro e più potere si possiedono, più libertà si può comprare; un ossimoro che cela la cancellazione della nozione stessa di libertà”. 1 La Libertà, invece, è tale solo quando è uguale per tutti ed è priva di relazioni proporzionali con il reddito e il patrimonio. L’Ideologia, ovvero il “logos delle idee”, è stato demonizzato come l’Islam, la Russia, la Cina e tutti gli altri nemici della “Fine della storia” che il neoliberismo vorrebbe rappresentare. Il regime neoliberista ha scatenato una vera e propria guerra contro l’ideologia, facendo credere di esserne privo in quanto “democratico”, pur essendo una delle dottrine dominanti più imperialiste mai apparse. Anche se c’è da notare che la manipolazione semantica del termine ideologia è stata bipartisan. Anche il marxismo, identificando l’ideologia esclusivamente con quella divenuta dominante, ha perso di vista la carica rivoluzionaria del processo di costruzione di una nuova ideologia, come ad esempio il “Comunismo” stesso.
“L’etimologia, però [...].parla chiaro [...]: è una parola di origine greca composta da «idea» (disegno della mente) e «logìa» (derivato di logos). Il termine logos ha avuto innumerevoli declinazioni, attraversando il pensiero umano da Platone a Heidegger. Come verbo (λ?γω «légο») significa scegliere, raccontare, enumerare, parlare, pensare; come sostantivo assume il senso di stima, studio (come suffisso), apprezzamento, relazione, legame, proporzione, misura, ragion d’essere, causa, spiegazione, frase, enunciato, definizione, argomento, ragionamento, ragione, disegno, discorso. Secondo Platone il «logos» era l’espressione del pensiero, la definizione di una cosa o l’individuazione della differenza di una cosa. Per gli stoici il logos spermatikòs pervade ogni cosa, costituendo, così, l’elemento unificatore dell’intero universo che determina il sentire comune. Per i primi cristiani coincideva con Dio per poi divenire nel tempo il suo Verbo, mentre i cinesi lo hanno tradotto con «Tao» il sentiero, il cammino. Martin Heidegger, infine, ne recupera il senso di conservare, raccogliere, accogliere e ascoltare.
Duemilacinquecento anni di storia del pensiero umano divorati in pochi anni dall’egemonismo mercatista. Parafrasando la definizione adottata dal marxismo, è riuscito a consolidare l’accezione negativa di un termine che ha sempre significato studio, spiegazione, discorso, raccolta, accoglienza delle idee. Essere privi di ideologia, quindi, vuol dire essere privi di idee, essere privi di quel sentire comune che risulta l’unico strumento atto alla costruzione di un sistema alternativo a quello vigente. Autodefinirsi post-ideologici è ancor più demenziale in quanto si tende inconsapevolmente a collocarsi «posteriormente» all’ideologia. Il che si traduce nell’autocompiacimento per la propria carenza di idee e per il ritenere di non averne bisogno. Una sorta di arroganza della stupidità.
Tra l’altro, il prefisso post è estremamente equivoco, infatti può significare sia dopo sia dietro. Di conseguenza ritrovarsi con un’ideologia nel «posteriore» non è necessariamente la posizione migliore per goderne i benefici. Nel caso inverso, in cui si venga «dopo» un’ideologia, è facile trovarsi a vagare solitari nel limbo privo di quel sentire comune alternativo, che è l’unica fonte di luce nel buio del Grande Nulla generato dall’ideologia dominante. Essere privi di ideologia o essere post-ideologici significa quindi essere «idioti», termine di origine greca (?δι?της idiòt?s) che identificava l’individuo privato, senza cariche pubbliche, in quanto privo di istruzione e, di conseguenza, sprovvisto delle conoscenze comuni, condizione che induce il qualunquismo e impedisce la partecipazione al «logos» delle «idee».” 1
In conclusione la manipolazione semantica neoliberista della parola ideologia coincide perfettamente con quella operata sul termine Sinistra”. Ha prodotto la completa deideologizzazione di tutti i movimenti di protesta intervenuti negli ultimi quarant’anni nel mondo occidentale. Non è casuale che queste iniziative siano finite tutte nel vuoto, come dimostra il genocidio del popolo palestinese in atto e le innumerevoli guerre scatenate dall’Impero Americano, al fine di destabilizzare ogni forma di autonomia economica alternativa alla propria. Le proteste si concentrano su una tematica: guerra; coercizione; lavoro (quest’ultima ormai molto di rado) senza mai presentare una proposta politica strutturata che possa fornire una soluzione alternativa all’attuale sistema.
È del tutto inutile lottare per la pace all’interno di un sistema, come quello neoliberista, che funziona solo per mezzo dell’economia di guerra, dell’appropriazione di risorse altrui e del controllo delle transazioni economiche internazionali. È inutile rivendicare la propria autonomia e la propria sovranità quando il sistema politico si regge sulla concentrazione di capitale e del conseguente potere politico. Ancora più inutile lottare per i diritti dei lavoratori e contro la precarizzazione, quando la soppressione dei primi e la promozione della seconda sono elementi fondamentali per “rilanciare la crescita”. Ogni rivendicazione cade nel vuoto se non è in grado di proporre una valida alternativa politica ed economica. L’ideologia non è altro che questo, un “laboratorio” (logos) di “idee” all’interno del quale costruire un sistema sociale alternativo a quello neoliberista. Senza questa “officina” politica ogni protesta sarà assimilata dall’ideologia dominante impedendo ogni cambiamento culturale, politico ed economico.
Non è un caso che le uniche rivolte che hanno avuto successo, e tra l’altro, con percentuali piuttosto basse, siano state le “Rivoluzioni Colorate”. Fenomeni che alle spalle avevano un’ideologia e un sostegno economico molto forti, quello dei Diritti Civili che l’Impero Americano ha scritto a propria immagine e somiglianza. Se vogliamo uscire dall’impasse “rossobruno” dobbiamo cominciare a riappropriarci delle parole, dei valori, dei princìpi, dei concetti di cui la manipolazione semantica neoliberista ci ha privato. Con questi beni preziosi si può cominciare a riaprire quella fabbrica (logos) delle idee che è necessaria alla costruzione di una nuova proposta politica che non può far altro che collocarsi a “Sinistra”.
Questi sono i temi trattati nel mio libro “Utopia – Manifesto della Sinistra Eretica”. Il titolo, come la manipolazione semantica neoliberista, non è frutto di una scelta casuale. È l’espressione di questa necessità di riconquistare gli spazi di pensiero che sono propri della Sinistra radicale, della Giustizia Sociale e della Tradizione del dissenso. Tutti i corsivi contrassegnati dal numero 1 sono tratti da questo volume:
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico 28 aprile. Chi glielo dice ora al nazigolpista-capo? Cose dell'altro mondo! In effetti, sono cose del mondo reale e non dell'etere in cui si librano...
di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico Da sempre chi scrive è considerato un filorusso. In realtà riconoscere da sempre le evidenti ragioni, politiche, strategiche, militari...
di Pepe Escobar – Strategic Culture [Traduzione a cura di: Nora Hoppe] SHANGHAI – La potenza cinese va avanti come un veicolo elettrico che rompe la velocità. L'atmosfera...
di Alberto Bradanini 1. Israele è uno stato governato da criminali sociopatici, che guidano un esercito di assassini che uccidono e uccidono, poi si riposano qualche giorno, invadono i media con...
Copyright L'Antidiplomatico 2015 all rights reserved
L'AntiDiplomatico è una testata registrata in data 08/09/2015 presso il Tribunale civile di Roma al n° 162/2015 del registro di stampa