di Tawfiq Al-Ghussein, Rania Hammad
La distinzione tra “lobby israeliana” e “lobby ebraica” non è mai stata una semplice scelta terminologica per dire la stessa cosa. Segnava, in modo preciso, il confine tra la critica a una rete politica e l’attribuzione di potere a un’intera identità collettiva. Per anni, quel confine è stato mantenuto con fermezza, e giustamente, perché oltrepassarlo significava collassare la differenza tra critica dello Stato e sospetto generalizzato verso una comunità.
“Lobby israeliana” non è mai stata sinonimo di “lobby ebraica”, e per una ragione evidente, indicano realtà diverse, e in parte anche opposte. La prima riguarda strutture, interessi e alleanze politiche legate a uno Stato, la seconda richiama un’identità religiosa o culturale diffusa e plurale, che non può essere ridotta a un progetto politico.
Ciò che oggi sta cambiando non è soltanto l’intensità del dibattito, ma il vocabolario stesso attraverso cui esso si articola. Termini che un tempo erano riconosciuti come problematici stanno iniziando a circolare con minore cautela, talvolta anche all’interno di spazi critici verso le politiche israeliane. Non si tratta di uno slittamento marginale. Cambia le condizioni stesse in cui gli argomenti vengono formulati e recepiti.
Nuove voci sono entrate nello spazio pubblico, spesso attraverso piattaforme digitali, movimenti di protesta e circuiti informali di informazione, animate da una legittima indignazione di fronte alla violenza e alla distruzione. Tuttavia, non tutte condividono le coordinate linguistiche e politiche che hanno storicamente guidato il discorso palestinese e dei suoi alleati. Alcune reintroducono cornici più antiche, dove ideologia e identità religiosa vengono fuse.
Non è necessario che questo linguaggio venga adottato in modo uniforme per produrre effetti negativi e pericolosi. È sufficiente che inizi a circolare perché modifichi il terreno del discorso, ridefinendo ciò che appare dicibile, legittimo e politicamente efficace.
È qui che si rivela il rischio più serio, soprattutto per i palestinesi che non hanno mai fatto certe associazioni.
Quando la distinzione tra Stato e identità religiosa si indebolisce, si crea uno spazio in cui forme storiche di antisemitismo o antiebraismo trovano nuova legittimità, non come ritorno esplicito, ma come infiltrazione graduale di tropi, immagini e generalizzazioni che hanno una lunga e tragica storia in Europa. In questo senso, lo slittamento linguistico non è neutro, riattiva associazioni pericolose.
Questa perdita di distinzione non avviene nel vuoto. È anche il prodotto di un contesto in cui alcune categorie sono state progressivamente sovrapposte e, in parte, istituzionalizzate. In particolare, la diffusione della definizione di antisemitismo promossa dalla International Holocaust Remembrance Alliance ha contribuito, in diversi contesti, a rafforzare l’associazione tra ebraicità e Stato di Israele. Pur presentandosi come uno strumento di contrasto all’antisemitismo, il suo utilizzo in ambito politico e istituzionale ha talvolta finito per restringere lo spazio della critica, rendendo più difficile distinguere tra ostilità verso gli ebrei in quanto tali e critica legittima alle politiche di uno Stato. È proprio questa sovrapposizione che deve essere respinta.
Come osserva Gideon Levy, una parte significativa della società israeliana continua a leggere il presente attraverso le stesse lenti del 1948, dove sicurezza, identità e sovranità tendono a coincidere, e dove militarismo e violenza vengono percepiti come strumenti necessari alla sopravvivenza.
Non si tratta di una spiegazione fondata su identità collettive o tratti culturali, ma della descrizione di un campo discorsivo che tende a chiudersi su sé stesso. Quando sicurezza, identità e sovranità vengono costantemente sovrapposte, lo spazio dell’interpretazione si restringe e la realtà viene filtrata attraverso un unico schema. È proprio in relazione a questa chiusura che anche il linguaggio esterno rischia di perdere precisione, non come effetto spontaneo, ma come reazione a una struttura che impone le proprie categorie al di là dei propri confini.
Per i palestinesi, questo è particolarmente dannoso. Non solo perché distorce la natura della loro lotta, che è una lotta per diritti, autodeterminazione e fine dell’occupazione, ma perché li espone a un’accusa più grave e più facilmente mobilitabile di antisemitismo. Peggio ancora, rischia di attrarre verso la causa palestinese attori che non sono mossi da un impegno per la giustizia o per i diritti del popolo palestinese, ma da ostilità verso gli ebrei in quanto tali.
Questo è il punto che va detto con chiarezza, quando il linguaggio perde precisione, cambia anche la composizione di chi lo utilizza.
Un discorso che confonde “ebraico” con “israeliano” o con “sionista” non rafforza la critica, la indebolisce. La rende più facile da attaccare, più semplice da delegittimare e meno capace di costruire alleanze politiche solide, comprese quelle con ebrei che si oppongono all’occupazione, al colonialismo e alle politiche dello Stato israeliano.
Non si tratta, dunque, di una questione di sensibilità o di prudenza retorica. È una questione strategica e politica.
Mantenere la distinzione tra Stato, ideologia e identità non è un dettaglio linguistico, ma una condizione essenziale per sostenere una posizione moralmente coerente e politicamente difendibile. Significa centrare il discorso sui diritti umani dei palestinesi, denunciare colonialismo, occupazione, apartheid e genocidio, senza scivolare in una logica che attribuisce colpe collettive.
In questo senso, la trappola non è soltanto linguistica. È politica. Quando il confine tra Stato, ideologia e identità collassa, anche la critica perde precisione, e con essa la capacità di produrre effetti reali. Il linguaggio smette di chiarire e comincia a deformare. Quando deforma, non indebolisce soltanto l’argomento, contribuisce a ridefinire chi può parlarne e a quali condizioni.
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