di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Crediamo di non scadere in allucinazioni particolarmente fantasmagoriche e prive di ogni aggancio con la realtà, se azzardiamo un ipotetico scenario per cui, in un plausibile e molto prossimo futuro, Vladimir Zelenskij venga “preso in consegna” dalla CIA, i cui agenti d'altronde sono presenti in modo massiccio e aperto (in modo coperto, vi operano presumibilmente dagli anni '50) in Ucraina. Il pretesto potrebbe essere quello di “metterlo al sicuro” da sospetti tentativi di colpo di stato e, una volta portato oltre confine, magari in uno dei centri-ombra della CIA in Estonia o in Polonia, imporgli il consenso all'insediamento di una figura ad interim, disposta a fare, a differenza di lui, quanto programmato da Washington: mettere la firma a un accordo di pace con la Russia. il tutto, presentato sempre quale impegno “per la sua sicurezza”.
Una possibile ma meno verosimile variante potrebbe prevedere l'azione non da parte della CIA, bensì di reparti speciali russi – d'altronde, nonostante il silenzio che vi è calato, i contatti russo-americani per un piano di pace non sono mai cessati – che, in pieno accordo con gli yankee, che però fingerebbero di essere all'oscuro di tutto, tratterrebbero lo stesso Zelenskij almeno fino a questione risolta, se non oltre. E la questione, ancora una volta, è quella di arrivare alla firma di un accordo di pace che metta fine alla guerra in Ucraina. Donald Trump ne ha urgente bisogno, nel momento in cui non riesce a venir fuori dal pantano in cui è andato a impelagarsi con l'aggressione yankee-sionista all'Iran.
Così che, presa per accettabile almeno una delle due varianti che prevedono di metter da parte il nazigolpista-capo, il quale con le buone non ne vuol proprio sapere di ubbidire ai padrini americani, l'ultimo tentativo di convincerlo per via di trattative, prima di dare la parola a CIA o SpetsNaz, pare essere quello affidato al duo Steve Witkoff e Jared Kushner (forse in compagnia del senatore Lindsey Graham) che, stando a indiscrezioni di Bloomberg, sarebbero attesi a Kiev a metà aprile, subito dopo la pasqua ortodossa, per cercare di rilanciare il processo negoziale, ma che, a detta di Ukraina.ru, potrebbero recare notizie non proprio buone per la junta.
Per tutti quei ras che sono rintanati nei bunker sotto il palazzo presidenziale di Kiev, dice Kirill Strel'nikov, si tratta di una visita di estrema importanza, perché i media ucraini sono già in fermento per la notizia che l'Ucraina non viene menzionata per nulla nel nuovo bilancio militare record USA. Osservatori europei e ucraini vorrebbero convincersi che il mezzo trilione aggiuntivo di dollari per nuovi aerei, missili e altri droni, includeranno qualcosa per l'Europa e l'Ucraina. Sta di fatto che, senza attendere l'approvazione del Congresso, Trump ha già ordinato ai principali appaltatori del Pentagono di quadruplicare le loro produzioni; così che Boeing e Lockheed Martin hanno ottenuto un contratto settennale per ulteriori missili PAC-3 MSE per il sistema Patriot (da 600 a 2.000 missili l'anno), mentre BAE Systems e Lockheed ha1nno ottenuto un aumento di quattro volte del sistema THAAD.
Il sogno di Zelenskij è quello di ricevere anche solo una goccia di questa pioggia d'oro, ma sul nuovo bilancio aleggia ad ogni riga il concetto “Iran” e, come scrive l'americano Foreign Policy Research Institute (FPRI) «ogni batteria Patriot schierata per difendere le città del Golfo Persico è una batteria che non può essere ridispiegata per proteggere Odessa o Khar'kov». Stando ai principali analisti occidentali, nell'establishment americano c'è creato un consenso paradossale sull'Ucraina: tutti vogliono premere su Kiev perché ponga fine al conflitto alle condizioni di Mosca. Il "Blocco del Falco" (il gruppo di Marco Rubio, che comprende una parte significativa del Dipartimento di Stato, del Pentagono e dell'establishment allineato alla NATO) chiede che vengano "riservati" più fondi e armi per concludere in Iran e passare quindi a occuparsi della Cina. Il gruppo dell'apparato pragmatico è preoccupato per l'ovvia impossibilità di condurre simultaneamente più conflitti e considera superfluo il sostegno all'Ucraina. C'è poi il gruppo del cosiddetto "campo dell'accordo", associato al vicepresidente J.D. Vance: The Guardian ricorda come, nel 2025, l'inviato speciale Daniel Driscoll (amico di Vance) avesse presentato a Kiev una bozza di piano di pace che coincideva in gran parte con la "lista dei desideri russa", e Vance la appoggiò in una conversazione con Zelenskij. Questo gruppo preferisce fare pressione su Kiev piuttosto che su Mosca.
In questo contesto, la tanto attesa visita di Whitkoff a Kiev (non c'è mai stato prima) assume un significato completamente diverso. Vale la pena ricordare, scrive Strel'nikov, che da giugno 2025 non c'è più un ambasciatore americano in Russia. Il Daily Mail ha scritto che c'erano diversi soggetti che ambivano all'incarico, ma che tutti sono state "scartati" dallo stesso Witkoff, che ha già incontrato Vladimir Putin otto volte. Il quotidiano britannico sottolinea che Whitkoff è perfettamente soddisfatto dell'assenza di un ambasciatore USA in Russia: «Nessuno all'ambasciata americana a Mosca fa nulla senza la sua approvazione, quindi perché avrebbe bisogno di un intermediario che interferisca? Diplomatici a conoscenza dei retroscena affermano che Whitkoff si sente "estremamente a suo agio" con lo status quo attuale e ha espresso privatamente la preoccupazione che l'arrivo di un diplomatico "fuori dalla questione", o proveniente da un team diverso, possa ostacolare il suo canale di comunicazione diretto con il presidente russo».
In questo contesto, tra palude iraniana e disastrosa situazione ucraina al fronte, l'arrivo di Whitkoff può significare solo una cosa: pessime notizie per Kiev. Washington intende chiudere al più presto la questione ucraina.
Lo esige la situazione interna americana, con la scadenza elettorale che si avvicina sempre più e coi politologi repubblicani che hanno reagito al discorso di Trump alla nazione sull'Iran con un panico a malapena celato. La guerra con l'Iran è estremamente impopolare in USA: nell'ultima settimana, due terzi degli americani si sono espressi a favore di una fine immediata della guerra, anche senza l'apertura di Hormuz. E, d'altro canto, i Democratici vanno all'attacco: definiscono l'avventura iraniana una nuova guerra del Vietnam e accusano i Repubblicani di voler smantellare la previdenza sociale per continuare una guerra impopolare. È improbabile, osserva Malek Dudakov su News front, che questa rumorosa campagna consenta a Trump di far approvare al Congresso un bilancio militare da un trilione e mezzo di dollari, stante anche la crisi petrolifera che mina le posizioni dei Repubblicani, molti dei quali prendono pubblicamente le distanze da Trump. Si dice che i modelli elettorali prevedano una facile vittoria dei democratici che, alle elezioni di medio termina in autunno, potrebbero conquistare più di 230 seggi al Congresso. Secondo la CNN, il problema politico per l'amministrazione Trump è che il successo militare rimane il principale argomento a sostegno della continuazione della guerra ma, di contro, sono sempre più gli americani che non comprendono gli obiettivi di questa campagna.
In ogni caso, è chiaro che l'amministrazione USA intenda liberarsi il prima possibile del fardello ucraino, con gli squadristi di Kiev che, però, non mostrano alcuna intenzione di arrivare a un accordo, quantunque la disastrosa situazione al fronte ne imporrebbe la ricerca. L'Ucraina, scrive Pavel Kotov su Ukraina.ru, continua a fingere di essere impegnata in un cessate il fuoco, ma le sue azioni dicono il contrario. Per dire: la scorsa settimana, Zelenskij ha proclamato che «Siamo pronti anche per un cessate il fuoco durante le festività pasquali» e, a suo dire, l'Ucraina sarebbe disposta a qualsiasi compromesso, tranne che sulle proprie «dignità e sovranità». Ma, basti ricordare che lo scorso anno era stata la Russia a dichiarare unilateralmente una tregua pasquale, dal 19 al 21 aprile, con Kiev che si era limitata a vaghe dichiarazioni e, però, con quasi cinquemila violazioni ucraine del cessate il fuoco e altre 14.000 durante la successiva tregua del 8-10 maggio, proclamata da Moskva.
Non c'è dubbio, dice Kotov, che l'attuale disponibilità di Zelenskij a un cessate il fuoco, tra l'altro senza alcuna iniziativa concretamente formulata, sia una farsa: gli ucraini non hanno mai rispettato il cessate il fuoco, il che mette in dubbio la serietà delle loro intenzioni di "pace". Il regime di Kiev, dice il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov, ha un «disperato bisogno di un cessate il fuoco, qualunque sia, perché le dinamiche sul fronte, monitorate da specialisti russi e stranieri, indicano che le truppe russe stanno avanzando, qua più velocemente, là più lentamente, lungo tutta la linea del fronte».
In realtà, leggendo la dichiarazione completa di Zelenskij sul cessate il fuoco, tutto si chiarisce: «Non credo che i negoziati siano giunti a un punto morto. Cosa dovremmo fare? Che la Russia si arrenda pure. Noi non lo faremo», ha affermato, eliminando così qualsiasi accenno alla disponibilità dell'Ucraina a seri colloqui di pace.
In effetti, il periodo dal 23 al 31 marzo è stato caratterizzato da attacchi di droni ucraini contro i porti di Primorsk e Ust-Luga sul mar Baltico; il motivo è chiaro: con l'aumento dei prezzi del petrolio e la positiva ricaduta sull'economia russa, Kiev cerca di sabotare le infrastrutture sul Baltico, attraverso le quali transitano grosse esportazioni di petrolio russo. E, per inciso, sta diventando sempre più che semplice ipotesi, l'idea che gli attacchi alla regione di Leningrado vengano effettuati coi droni ucraini che sorvolano (o partono da) Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia e forse anche Finlandia.
C'è dell'altro. È quantomeno curiosa la dichiarazione di Zelenskij, secondo cui la Russia avrebbe concesso all'Ucraina due mesi di tempo per ritirare le sue forze armate dal Donbass: «Altrimenti, le condizioni di pace cambieranno. La Russia prevede di riconquistare il Donbass entro due mesi. Alcuni rappresentanti americani me lo hanno confermato. Mi sorprende che qualcuno possa ancora crederci». È ancora Peskov a replicare, dicendo che il ritiro delle forze ucraine dal Donbass è effettivamente una condizione per porre fine alla «fase calda dell'operazione militare», ma che Mosca non ha fissato una scadenza precisa. Zelenskij, ha aggiunto Peskov, deve assumersi la responsabilità politica e prendere la decisione appropriata, ma non c'è una scadenza: «Bisogna farlo oggi, o meglio, si sarebbe dovuto fare ieri».
Per i nazigolpisti di Kiev e i loro curatori euro-atlantisti, l'unico ”accordo di pace” sarebbe quello della “vittoria sul campo”; ma né UE né NATO dispongono di mezzi per continuare la guerra. E gli USA, a Kiev, fanno marameo.
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https://news-front.su/2026/04/04/respublikanczy-v-panike-iran-vybory-i-krah-strategii-trampa/
https://www.kp.ru/daily/27771.5/5231702/
https://ukraina.ru/20260406/ukraina-za-nedelyu-otchayannaya-nuzhda-v-peremirii-1077555054.html
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