Come le leggi sul matrimonio in Israele proteggono l'apartheid

Secondo il giornalista Jonathan Cook, in un'analisi dettagliata pubblicata su Global Research, il recente polverone sollevato contro un post del reporter Mehdi Hasan sulle leggi matrimoniali israeliane rivela una verità molto più profonda e taciuta: l'assenza di matrimonio civile in Israele non è un semplice retaggio storico, ma un pilastro fondamentale del suo sistema di apartheid.

Cook spiega che la reazione rabbiosa dei sostenitori di Israele al post di Hasan — che evidenziava come nel Paese non sia possibile celebrare un matrimonio civile o interreligioso — mette a nudo l'ipocrisia della narrazione occidentale, che dipinge lo Stato ebraico come "l'unica democrazia liberale e laica del Medio Oriente".

La funzione demografica del controllo religioso

Secondo l'analisi di Cook, la tesi difensiva secondo cui Israele avrebbe semplicemente ereditato il sistema ottomano dei millet (che affida lo stato civile alle singole autorità religiose) è solo un paravento. Se altre nazioni hanno modernizzato leggi vecchie di secoli, Israele ha scelto deliberatamente di mantenere questo impianto perché risponde a una precisa esigenza politica: impedire i matrimoni misti e preservare la maggioranza demografica ebraica.

Cook osserva come le preoccupazioni per la "mescolanza" etnica siano esplicite nei discorsi della classe politica israeliana. Cita ad esempio:

  • Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, secondo cui "impedire l'assimilazione è assolutamente legittimo".
  • L'ex ministro dell'Istruzione Rafi Peretz, che ha definito i matrimoni misti un "secondo Olocausto".
  • L'attuale presidente Yitzhak Herzog, che in passato ha descritto i matrimoni interreligiosi nella diaspora come una "piaga".

Secondo il giornalista, l'ossessione per il tasso di natalità dei cittadini palestinesi all'interno d'Israele (che oggi rappresentano un quinto della popolazione) viene sistematicamente definita dai leader israeliani, compreso Benjamin Netanyahu, come una "minaccia demografica".

L'illusione dell'uguaglianza formale

Cook evidenzia come il divieto di matrimonio civile sia studiato per ingannare gli osservatori esterni. Poiché la legge vieta il rito civile a tutti i cittadini — ebrei, musulmani o cristiani che siano — lo Stato può rivendicare una parità di trattamento formale.

Tuttavia, spiega Cook, questa apparente uguaglianza produce una disuguaglianza strutturale:

  1. Per sposarsi tra fedi diverse in Israele, uno dei due coniugi deve convertirsi alla religione dell'altro.
  2. Il rabbinato ortodosso esclude categoricamente la conversione degli arabi su base etnica.
  3. Di conseguenza, è quasi sempre il partner ebreo a doversi convertire alle altre fedi, perdendo così tutti i privilegi legali e sociali legati allo status di ebreo nello Stato.

A vigilare su questa rigida separazione, fa notare l'autore, ci sono organizzazioni suprematiste come Lehava, che intimidiscono e aggrediscono le coppie miste con la sostanziale tolleranza delle autorità, oggi guidate da figure come il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, storico protettore di questi gruppi.

La negazione della nazionalità "israeliana"

Un altro punto chiave sollevato da Cook riguarda un paradosso giuridico unico al mondo: lo Stato d'Israele non riconosce la nazionalità "israeliana" all'interno dei propri confini.

Sui documenti interni, i cittadini sono registrati solo in base all'appartenenza etnico-religiosa (ebreo, arabo, druso, ecc.). Cook spiega che questa frammentazione è indispensabile per il funzionamento dell'apartheid: se esistesse un'identità civica e nazionale comune a tutti i cittadini, lo Stato non potrebbe più giustificare legalmente la concessione di diritti superiori e privilegiati alla sola popolazione ebraica, sanciti definitivamente anche dalla Legge sullo Stato-nazione del 2018.

Questo sistema di discriminazione invisibile si riflette poi in ogni aspetto della vita quotidiana, a partire dall'istruzione. Cook descrive un sistema scolastico rigidamente segregato e strutturalmente sottofinanziato per la minoranza araba, che culmina nella drammatica situazione delle comunità beduine non riconosciute nel Negev, dove ai bambini viene persino negato il diritto ad avere scuole stabili o collegate alle reti idriche ed elettriche nelle proprie terre.

In conclusione, secondo Jonathan Cook, Israele ha saputo perfezionare le tecniche di pubbliche relazioni imparando dagli errori del Sudafrica del passato: anziché emanare leggi esplicitamente razziste, ha costruito un labirinto burocratico e religioso apparentemente neutrale, dietro il quale si nasconde un rigido regime di segregazione etnica.

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