di Tom Joad
Due articoli pubblicati a distanza di poche settimane - "Los espejismos no salvan" su CTXT il 25 marzo e "Trump no es el problema" su Diario Red l'8 aprile - offrono forse l'analisi più lucida e meno consolatoria di quello che sta accadendo a Cuba. Il loro autore, Iramís Rigoberto Rosique Cárdenas, non è un commentatore esterno che guarda l'isola da lontano. Laureato in Biochimica e Biologia Molecolare all'Università dell'Avana, diplomato in Servizio Estero all'Istituto Superiore di Relazioni Internazionali Raúl Roa García, ricercatore all'Istituto Cubano di Filosofia e professore all'Università dell'Avana, membro del consiglio editoriale della rivista La Tizza: Rosique scrive da dentro, con la rara combinazione di chi conosce la teoria e vive la realtà quotidiana dell'assedio.
I due pezzi si completano. Il primo smonta con precisione il mito che circola anche tra gli amici di Cuba - che il governo dell'Avana avrebbe potuto evitare la crisi attuale muovendosi più in fretta durante il "disgelo" Obama, ancorando abbastanza interessi corporativi statunitensi all'isola da rendere politicamente costoso un ritorno alle ostilità. Il secondo allarga l'inquadratura: il problema non è Trump, è l'imperialismo senza forme che Trump rappresenta in questo momento storico.
Questi articoli arrivano in un momento in cui la crisi cubana rischia di restare schiacciata sotto il peso di altre crisi generate dallo stesso rigurgito violento dell'impero senza ricevere l'attenzione che merita. Rosique ci offre gli strumenti per capire. I fatti degli ultimi mesi ci offrono la materia. E quello che segue è un tentativo di tenere insieme entrambi.
SPIRAGLI COSTRUITI SULL’ABISSO
Per capire la crisi attuale bisogna fare un passo indietro e capire perché il cosiddetto disgelo con Obama era destinato a non durare, indipendentemente da quello che Cuba facesse o non facesse.
Quando nel dicembre 2014 Obama e Raúl Castro annunciarono la ripresa delle relazioni diplomatiche, il mondo guardò con sollievo alla fine apparente dell'ultimo grande conflitto della Guerra Fredda nel continente americano. Nei due anni successivi arrivarono voli e licenze commerciali, crociere, persino l'Air Force One sulla pista dell'Avana. Era il 2016.
Il problema, che Rosique analizza, è che tutta quella apertura era costruita su un meccanismo istituzionale fragilissimo costituito dai soli decreti esecutivi del presidente. Obama non aveva - e nemmeno aveva cercato di avere - l'approvazione del Congresso per smontare le leggi che reggono l'embargo. L’embargo statunitense contro Cuba non è una misura qualsiasi, codificato com’è in leggi che solo il Parlamento può abolire. La principale si chiama Helms-Burton Act, approvata nel 1996. Quella legge ha tolto al presidente degli Stati Uniti la facoltà di revocare l'embargo di propria iniziativa, trasferendo quella decisione al Congresso. In altri termini, ha blindato il blocco contro qualsiasi futura apertura presidenziale.
Cosa significa in pratica? Significa che tutto quello che Obama costruì tra il 2015 e il 2017 era una struttura edificata sull’abisso. Il presidente poteva aprire spiragli, ma le mura portanti dell'embargo restavano intatte. Il suo successore poteva ostruire gli spiragli con una semplice firma. Trump lo fece nel giugno 2017, fiancheggiato da Marco Rubio, rappresentante del lobbismo cubano-americano più intransigente.
Si discute ancora, anche tra chi sostiene Cuba, se l'Avana avrebbe potuto muoversi più rapidamente per creare quelli che Rosique chiama "ostaggi economici": imprese statunitensi con abbastanza interessi radicati nell'isola da formare un ostacolo potente contro qualsiasi retromarcia. È una domanda legittima. La risposta onesta è che la burocrazia cubana fu lenta, che alcune opportunità sfumarono, che la cautela istituzionale ebbe i suoi costi. Ma Rosique ha ragione quando sostiene che questa lettura, da sola, è ingenua. La stessa amministrazione Obama, mentre allentava le restrizioni con una mano, continuava con l'altra a sanzionare le imprese straniere che si avvicinavano a Cuba nel modo sbagliato. E Obama stesso aveva dichiarato senza reticenze che l'obiettivo strategico del disgelo era potenziare il settore privato cubano per costruire una classe media capace di sovvertire il sistema dall'interno. Non era un ramo d'ulivo. Era soft power con un obiettivo di regime change, più sofisticato nelle forme ma identico nella sostanza.
Capire questo non significa sostenere che Cuba fosse senza colpe o senza margini di manovra. Significa rifiutare la comodità di un'analisi che carica sulla burocrazia dell'Avana la responsabilità di quello che è, strutturalmente, un problema americano: sessant'anni di ostilità ininterrotta che nessun presidente ha voluto - o con la Helms-Burton, potuto - smontare davvero.
IL PROBLEMA NON È TRUMP IN QUANTO TRUMP
Il secondo articolo di Rosique parte da una suggestione della Scuola di Francoforte. Quando la Germania fu sconfitta nel 1945, l'Occidente elaborò il trauma nazista costruendo una narrativa che ne faceva un incidente - un sequestro collettivo perpetrato da un gruppo di individui disturbati. Il problema erano Hitler, Goebbels, Himmler: personalità aberranti che avevano preso in ostaggio uno Stato. La teoria critica oppose a questa lettura una tesi scomoda: l'Olocausto non fu una parentesi di irrazionalità sulla traiettoria della civiltà moderna, ma uno dei suoi possibili risultati, esito del capitalismo industriale e del suo rapporto puramente strumentale con il mondo.
Rosique vede la stessa trappola ripetersi oggi. L’analisi della guerra di Stati Uniti e Israele contro l'Iran viene condotta spesso in termini psicologici nei media mainstream: il problema è il "pazzo" che abita la Casa Bianca. Come durante l'offensiva genocida su Gaza il problema era Netanyahu che "esagerava", oscurando la natura strutturalmente genocida, coloniale e disumanizzante dell'apparato sionista. Psichiatrizzare la politica è un modo per assolvere ideologie e interessi concreti che quella politica incarna.
C'è una nostalgia che circola, soprattutto dopo che Trump il 7 aprile ha lanciato quello che sembrava un'implicita minaccia di attacco nucleare all'Iran. La nostalgia per la "vecchia politica seria", per un Partito Democratico moderato e prevedibile. Vale la pena ricordare che la moderata amministrazione Biden non ha offerto nessuna garanzia in più contro la guerra mondiale mentre la NATO chiudeva il cerchio attorno alla Russia. Né ha esitato nel suo sostegno all'eliminazione di decine di migliaia di palestinesi a Gaza. È una delle ironie più amare del periodo che sia stato proprio Trump a ottenere qualcosa di lontanamente simile a un cessate il fuoco. L'imperialismo ha le sue necessità e le sue logiche e una divergenza di stile non è una divergenza di obiettivi.
Quello che emerge in questo momento, scrive Rosique, non è il dominio di un narcisista con troppo potere. È un imperialismo che ha deciso di poter fare a meno delle forme. Che l'egemonia unipolare, liberata dalla minaccia sovietica e armata di tecnologie di sorveglianza e controllo senza precedenti, possa esercitare il suo dominio senza la mediazione di nessuna apparenza di legalità multilaterale. Gaza è stato il laboratorio di desensibilizzazione trasmessa in streaming. Cuba è il capitolo successivo.
I FATTI DI GENNAIO
La notte del 3 gennaio scorso, forze speciali statunitensi hanno fatto irruzione nella residenza presidenziale di Caracas. In meno di tre ore, il governo legittimo del Venezuela è stato decapitato militarmente. Nicolás Maduro, trasferito a New York, si è dichiarato prigioniero di guerra davanti a un tribunale federale di Manhattan con l'accusa di narcoterrorismo.
Per Cuba, le conseguenze sono state immediate. Il Venezuela copriva oltre il 60 percento del fabbisogno energetico dell'isola. Con la privatizzazione forzata dell'industria petrolifera venezuelana seguita al rovesciamento, quel flusso si è interrotto di colpo. Quando Cuba ha cercato di rimpiazzarlo - con il Messico, con la Russia - Washington ha risposto con il blocco navale. Il 29 gennaio Trump ha firmato un decreto esecutivo, dichiarando emergenza nazionale e autorizzando dazi contro qualsiasi paese esporti petrolio a Cuba, colpendo persino la messicana Pemex. Da febbraio, le petroliere dirette all'Avana vengono intercettate nel Mar dei Caraibi. Il New York Times lo ha definito il primo blocco navale effettivo contro Cuba dal 1962.
L’esito è ampiamente documentato. Tre collassi totali della rete elettrica nazionale nel solo mese di marzo. Blackout di due o tre giorni consecutivi nelle province orientali. Un'analisi satellitare della riflettanza luminosa notturna registra una contrazione del 35 per cento in un solo mese. In pratica, Cuba sparisce letteralmente dalle mappe notturne. Il blocco mette a rischio la catena alimentare, i sistemi idrici, i servizi ospedalieri. La mortalità infantile, ridotta al di sotto di cinque per mille nati vivi dalla sanità pubblica rivoluzionaria, ha raggiunto 8,5 nel primo semestre del 2025. Tra marzo 2024 e febbraio 2025, il blocco ha causato 7,5 miliardi di dollari di danni.
QUELLO CHE WASHINGTON VUOLE DAVVERO
L'obiettivo della politica statunitense verso Cuba è stato formulato con franchezza inusuale: cambio di regime entro la fine del 2026, con la richiesta al governo cubano di "fare un accordo prima che sia troppo tardi". Il metodo scelto non è l'intervento militare diretto - quello avrebbe costi - ma la combinazione tra collasso economico ingegnerizzato e cooptazione delle élite interne.
Il 10 aprile, per la prima volta dal 2016, un aereo governativo statunitense atterra all'Avana. La delegazione del Dipartimento di Stato, supervisionata da Marco Rubio, non si limita a incontrare i diplomatici del Minrex. Cerca - e ottiene - incontri con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, soprannominato "El Cangrejo". Quarantun anni, nipote di Raúl Castro, nessun incarico formale nel governo civile, ma figlio del defunto capo di Gaesa - il Grupo de Administración Empresarial delle Forze Armate Rivoluzionarie - e dunque profondamente radicato nell'architettura di potere del conglomerato militare-commerciale. Le inchieste giornalistiche hanno documentato i suoi viaggi in jet privati a Panama, i suoi rapporti con figure d'affari regionali, uno stile di vita in contraddizione aperta con le condizioni materiali di milioni di cubani.
Gaesa controlla tra il 30 e il 40 per cento del Pil cubano, il 34 per cento delle esportazioni, quasi il 90 per cento del commercio al dettaglio dell'isola. Gestisce catene alberghiere, banche, supermercati, con un'opacità istituzionale che la pone al di fuori dei normali controlli ministeriali e dell'Assemblea Nazionale. Documenti finanziari trapelati indicano che il conglomerato avrebbe accumulato riserve offshore tra i 9 e i 14,5 miliardi di dollari - fondi che non vengono messi a disposizione del Banco Central per affrontare l'emergenza energetica. Nel mezzo della crisi più grave dalla fine dell'Unione Sovietica, Gaesa continua a investire in resort di lusso in partnership con multinazionali europee.
La strategia di Washington è leggibile. Il termine che circola tra i funzionari americani è "la prossima Delcy a Cuba": offrire all'élite militare-commerciale la revoca delle sanzioni in cambio di privatizzazioni forzate e apertura al capitale statunitense. Convertire i gestori attuali del monopolio militare-commerciale in intermediari locali del capitale transnazionale, la versione finanziarizzata del modello Batista, con le ex élite rivoluzionarie nel ruolo dei rentier neocoloniali. A questa logica si affianca il lawfare: la Corte Suprema statunitense sta esaminando il caso Exxon Mobil Corp. v. Corporación Cimex, in cui la compagnia petrolifera, richiamandosi alle nazionalizzazioni del 1960, mira a imporre passività per miliardi sulle imprese statali cubane non necessariamente per riscuoterle, ma per usarle come leva negoziale a porte chiuse.
Nei recenti colloqui, i funzionari statunitensi hanno anche offerto all'Avana terminali satellitari Starlink come "aiuto umanitario" per garantire connettività durante i blackout. Il governo cubano li ha respinti invocando la sovranità tecnologica. Un'infrastruttura internet gestita da un'entità privata con legami organici al Pentagono, fuori da qualsiasi giurisdizione statale cubana, è un vettore di sorveglianza e di guerra cognitiva.
Una critica antimperialista che si prenda sul serio non può evitare di guardare anche verso l'interno. L'accumulazione opaca di Gaesa, il privilegio militare-commerciale costruito all'ombra della retorica rivoluzionaria mentre il popolo cubano sopportava i blackout, non è un dettaglio secondario: è il tallone d'Achille reale che l'imperialismo del ventunesimo secolo cerca di sfruttare. La quinta colonna non arriverà dai dissidenti finanziati da Miami. Verrà, se verrà, da chi ha costruito un capitalismo di Stato militarizzato chiedendo alla classe lavoratrice cubana di resistere in nome del socialismo.
165 PAESI MA NESSUNO FERMA L’ASSEDIO
Nell'ottobre 2025, 165 paesi su 193 hanno votato all'Assemblea Generale dell'Onu per la fine del blocco. Per il trentatreesimo anno consecutivo. I paesi favorevoli rappresentano il 92 per cento della popolazione mondiale. Il blocco non solo continua: si intensifica, si militarizza, diventa strangolamento energetico.
Questa è la contraddizione più nuda dell'ordine internazionale contemporaneo. Le istituzioni multilaterali producono risoluzioni, dibattiti, dichiarazioni ma non hanno nessuna capacità coercitiva nei confronti della potenza che le finanzia e che pone il veto a qualsiasi risoluzione vincolante nel Consiglio di Sicurezza.
L'arrivo in marzo di una petroliera russa con centomila tonnellate di greggio all’Avana ha mostrato che il blocco ha fessure. Colmare il deficit strutturale di 60.000 barili al giorno richiederebbe qualcosa di molto più organizzato.
UNO STATO ASSEDIATO, NON UNO STATO FALLITO
Il 16 aprile, nel sessantacinquesimo anniversario della proclamazione del carattere socialista della Rivoluzione, il presidente Díaz-Canel ha parlato davanti a migliaia di persone all'Avana. Ha respinto la categoria di "Stato fallito" con cui i media anglosassoni inquadrano la crisi. Cuba, ha detto, è uno Stato assediato. La differenza non è semantica.
Uno Stato fallito è uno Stato che non ha saputo gestire i propri problemi interni. Uno Stato assediato è uno Stato che affronta una guerra. Chiamare quello che vive Cuba un fallimento di governance è come chiamare il blocco navale una sanzione commerciale, cioè un linguaggio costruito per oscurare la natura dell'atto. Díaz-Canel ha ricordato che la stessa rivoluzione che oggi non riesce a garantire l'elettricità per ore consecutive aveva ridotto la mortalità infantile a livelli comparabili ai paesi più ricchi del mondo, aveva formato i medici che sono andati a combattere l'ebola in Africa occidentale, che sono arrivati in Italia durante il Covid. Il socialismo, ha detto, non è una frase del passato, è lo scudo del presente.
Vale la pena prendere sul serio questa affermazione al di là della retorica ufficiale. In questo mese, mentre subisce il blocco navale e i blackout e i colloqui con "El Cangrejo", Cuba ha ospitato il V Colloquio Internazionale Patria, con più di 150 intellettuali, giornalisti e attivisti di 25 paesi impegnati a costruire reti di resistenza narrativa e digitale contro l'egemonia algoritmica occidentale. L'isola continua a produrre pensiero critico e solidarietà internazionale su scala globale. Questa è la ragione per cui l'imperialismo vuole eliminarla come progetto - non semplicemente come Stato, ma come dimostrazione che un'altra organizzazione del mondo è possibile e vale la pena difenderla.
Rosique conclude il suo primo articolo invitando a smettere di flagellarsi sui passati ipotetici e concentrarsi invece sul nocciolo della questione: sull'ostilità strutturale e ininterrotta degli Stati Uniti verso Cuba. Ha ragione. E nel secondo pezzo aggiunge qualcosa di essenziale, cioè che questa ostilità non è un'anomalia trumpiana, ma l'espressione più recente di un imperialismo rapace. Gaza, l'Iran, il Venezuela, Cuba: sono capitoli diversi della stessa storia. Cuba porta più di sessant'anni di questa storia. La domanda non è soltanto se reggerà ancora. È se il resto del mondo capirà in tempo cosa si perde quando un'isola smette di dimostrare che resistere è possibile.
Fonti principali
Iramís Rosique Cárdenas, "Los espejismos no salvan" (CTXT, 25 marzo 2026) e "Trump no es el problema" (Diario Red, 8 aprile 2026).
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