La proditoria guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio, concepita come un attacco rapido e decisivo, si sta rivelando un errore strategico di vasta portata. L’obiettivo era chiaro: colpire al vertice il sistema iraniano, eliminare la leadership politico-militare e così paralizzare la capacità di risposta del Paese. Ma, sulla base dei fatti emersi, il risultato è stato diametralmente opposto. L’Iran non solo ha assorbito il colpo, ma ha reagito immediatamente, trasformando quella che doveva essere una guerra lampo in un conflitto prolungato e sempre più intenso. Le forze armate iraniane, guidate dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, hanno avviato una risposta sistematica fatta di attacchi missilistici e droni contro obiettivi statunitensi e israeliani in tutta la regione. Con le ultime ondate dell’“Operazione True Promise 4”, Teheran ha mostrato un salto di qualità: non più solo difesa, ma offensiva su larga scala.
Sono stati colpiti impianti industriali, basi militari e infrastrutture strategiche in più Paesi del Golfo, oltre a numerosi obiettivi nel territorio israeliano, inclusi siti militari e punti di concentrazione operativa. Particolarmente rilevante è l’attacco ai sistemi radar e agli asset navali statunitensi, elementi fondamentali per il controllo militare della regione. La distruzione di questi sistemi indica una precisa volontà di indebolire la capacità operativa nordamericana, rendendo più vulnerabili le sue basi e le sue forze dispiegate. Sul campo, gli effetti iniziano a essere concreti. Secondo le informazioni disponibili, numerose installazioni statunitensi hanno subito danni significativi, costringendo a una redistribuzione delle truppe. Migliaia di soldati sono stati spostati, alcune basi risultano distrutte e le operazioni si fanno sempre più difficili e meno efficaci. Ancora più significativo è quanto accade nei cieli.
Le difese iraniane dichiarano di aver abbattuto diversi velivoli avanzati statunitensi, inclusi caccia F-35 stealth di ultima generazione. Una dinamica che smentisce apertamente la narrativa di una superiorità tecnologica incontrastata e che evidenzia come il conflitto sia tutt’altro che sotto controllo per Washington. Nel frattempo, la strategia iraniana appare chiara: rispondere “colpo su colpo”, ma con un’intensità crescente. Non si tratta più solo di reagire, ma di logorare l’avversario, colpendone infrastrutture, basi e capacità operative in tutta la regione. Il risultato è un ribaltamento dello scenario iniziale.
La coalizione che puntava a una vittoria rapida si trova ora coinvolta in una guerra lunga e complessa, mentre l’Iran, lungi dall’essere neutralizzato, dimostra capacità di resistenza e di iniziativa militare. In assenza di una de-escalation, ogni nuova ondata dell’operazione iraniana rischia di ampliare ulteriormente il conflitto. E quella che doveva essere una dimostrazione di forza si sta trasformando, sempre più chiaramente, in una guerra che sfugge di mano ai suoi stessi promotori.
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