di Michele Blanco
Il panorama politico europeo sta affrontando una vera e propria faglia tettonica che i vecchi paradigmi interpretativi non riescono più a spiegare. L’esito del voto in Sassonia-Anhalt, dove l’Alternative für Deutschland (AfD) ha sfiorato la maggioranza assoluta trainata da un vero e proprio plebiscito tra i lavoratori manuali, non rappresenta un’anomalia temporanea né il frutto di una generica "manipolazione esterna". È, al contrario, il sintomo di una profonda crisi strutturale che lega l’est della Germania al resto della periferia industriale europea, Italia e Francia comprese. La sociologia politica contemporanea è chiara: quando la sinistra storica ha sposato i dogmi del neoliberismo, ha orfanizzato la classe operaia, lasciando alla destra radicale il monopolio della protezione sociale e della protesta contro lo status quo economico.
I dati demografici del voto in Sassonia-Anhalt demoliscono la retorica liberale secondo cui la destra radicale sarebbe un fenomeno puramente marginale. Il dato più dirompente riguarda i flussi e la composizione sociale dell'elettorato: il 61% degli operai ha votato per AfD, trasformando quello che un tempo era il bacino elettorale naturale della sinistra in una roccaforte della destra nazionalista. Inoltre, il 9% dei consensi di AfD è arrivato direttamente dalle file della SPD (il Partito Socialdemocratico), segno di un travaso causato dalla percepita perdita di rappresentanza dei ceti meno abbienti. Questa dinamica trova un perfetto specchio in Italia dove, secondo le rilevazioni demoscopiche, Fratelli d’Italia (FdI) è il primo partito tra gli operai con il 31% dei consensi. Davanti a questi dati, l'analisi del centro liberale ed europeista si rifugia spesso in due narrazioni consolatorie: la tesi sociologica secondo cui la classe operaia "non esisterebbe più" o la spiegazione geopolitica che attribuisce ogni scossone elettorale alla disinformazione e ai complotti russi. Si tratta di letture ideologiche che evitano di affrontare la realtà materiale.
Per comprendere scientificamente questo fenomeno, la sociologia economica fa riferimento all'analisi dell'economista Thomas Piketty sul concetto di "Sinistra Braminica" (Brahmin Left), teorizzato nel saggio Capitale e ideologia. Negli ultimi trent'anni, i partiti socialdemocratici occidentali hanno progressivamente spostato il proprio baricentro rappresentativo dai lavoratori manuali alle classi urbane, scolarizzate e ad alto capitale culturale. Abbracciando l'agenda neoliberista – fatta di deregolamentazione del mercato del lavoro, privatizzazioni e flessibilità – la sinistra ha smesso di offrire una sponda di classe ai conflitti economici. Quando i partiti principali convergono sulle stesse ricette di mercato, la storica "frattura macroeconomica" si azzera. Il conflitto si sposta così sul piano culturale e identitario. Gli operai precari e i subalterni, non trovando più una sponda politica per chiedere l'uguaglianza salariale, scelgono l'identità che avvertono come più protettiva contro le minacce esterne: il nativismo, la difesa dei confini e l'appartenenza nazionale proposti dalla destra.
Questa teoria trova una validazione empirica schiacciante nei dati elettorali delle ultime scadenze continentali. In Francia, il blocco elettorale del Rassemblement National mostra una polarizzazione netta: nei piccoli centri industriali e tra i lavoratori dipendenti a basso reddito, la destra radicale supera regolarmente il 50% dei consensi. Al contrario, la sinistra e i centristi liberali registrano le percentuali più alte nei centri urbani e tra i cittadini con titoli di studio elevati. Il voto si è spaccato tra il "capitale culturale" delle metropoli e la sofferenza materiale delle periferie. In Italia, la scomposizione del voto per professione mostra che le forze progressiste (come il Partito Democratico) ottengono i risultati migliori nei quartieri storici e benestanti delle grandi città e tra i lavoratori ad alta specializzazione. Fratelli d'Italia e le coalizioni di destra egemonizzano invece le partite IVA della provincia produttiva e le periferie industriali, dove la precarietà legata alla deregolamentazione del mercato del lavoro ha colpito più duro.
La svolta a destra del mondo del lavoro risponde a crisi materiali precise, prodotte dal paradigma economico dominante. In primo luogo, pesano i fallimenti della Riunificazione tedesca: la Sassonia-Anhalt, come gran parte dell'ex DDR, vive ancora oggi le conseguenze della Treuhandanstalt, l'agenzia che privatizzò e smantellò a tappe forzate il tessuto industriale dell'Est all'inizio degli anni '90. Questa transizione capitalistica selvaggia non ha mai garantito la parità salariale e sociale con l'Ovest, lasciando un profondo senso di svalutazione e colonizzazione economica. I lavoratori dell'Est votano AfD non per "mancanza di cultura democratica", ma perché la democrazia liberale si è presentata loro sotto forma di disoccupazione e tagli al welfare.
In secondo luogo, influiscono il costo della guerra e lo shock energetico: la rottura dei rapporti commerciali e dei flussi energetici con la Russia, accelerata dall'asse Euro-NATO, ha colpito al cuore il modello manifatturiero europeo. La sociologia dei consumi evidenzia come le sanzioni e il conseguente aumento del costo delle materie prime si siano tradotti in extracosti per le imprese, inflazione per le famiglie e crescita zero. L'inflazione e il rischio di deindustrializzazione non sono concetti astratti: per un operaio significano perdita immediata del potere d'acquisto e precarietà occupazionale, mentre le élite cosmopolite restano protette dal proprio capitale finanziario.
Infine, il modello Von der Leyen incastra i territori nella trappola dell'austerità: la risposta di Bruxelles a questa crisi si sta concentrando su due pilastri neoliberisti, ovvero la spinta verso un riarmo multimiliardario (sottratto alla spesa sociale) e il ritorno alle gabbie contabili del Fiscal Compact. La proposta di superare il voto all'unanimità nell'UE viene percepita dalle periferie economiche come un ulteriore tentativo di centralizzazione tecnocratica, volto a blindare le politiche di austerity e a impedire ai governi locali qualsiasi manovra di spesa pubblica redistributiva.
L'aspetto più devastante del dogma neoliberista si manifesta nello smantellamento programmato dello Stato sociale. Per decenni, sotto la spinta dei parametri di stabilità europei e dei diktat dei mercati finanziari, i governi di centro-sinistra e i tecnocrati hanno operato tagli draconiani alla spesa pubblica, colpendo i pilastri del benessere collettivo. I continui definanziamenti e le privatizzazioni striscianti hanno trasformato la tutela della salute da diritto universale a bene di consumo. La chiusura degli ospedali periferici e l'allungamento delle liste d'attesa colpiscono in modo classista proprio chi non può permettersi le cliniche private, lasciando le fasce operaie in una condizione di totale abbandono. Parallelamente, si assiste al collasso dell'istruzione e della scuola pubblica, dove i tagli ai bilanci hanno precluso alla scuola il ruolo di ascensore sociale. Le strutture delle periferie industriali e geografiche si trovano prive di risorse, con edifici fatiscenti e personale ridotto all'osso. Questo non solo perpetua le diseguaglianze di partenza, ma alimenta il risentimento verso le élite "bramine" che frequentano i circuiti educativi d'eccellenza. La riduzione dei fondi per le tutele sociali, per l'assistenza alle disabilità, per i trasporti pubblici e per le case popolari ha infine sgretolato i legami di solidarietà comunitaria, trasformando i quartieri operai in deserti sociali ed economici.
Mentre si consumava questa macelleria sociale ai danni dei cittadini più vulnerabili, l'orientamento politico della governance europea ha subito una svolta militarista. Risorse immense, sistematicamente negate agli ospedali, alle scuole e alla lotta alla povertà, sono state improvvisamente drenate verso la spesa bellica. Le politiche dell'asse Euro-NATO hanno imposto bilanci record per il riarmo e la difesa, sottraendo capitali vitali all'economia reale. Per i lavoratori, l'economia di guerra si traduce in un doppio inganno: da un lato pagano il prezzo dell'inflazione energetica causata dalle sanzioni, dall'altro vedono le proprie tasse convertite in armamenti anziché in servizi pubblici essenziali.
Per bloccare l'avanzata delle destre radicali non serve la colpevolizzazione morale dell'elettorato popolare, ma un'inversione totale di rotta economica. Thomas Piketty propone un modello strutturato di "socialismo partecipativo" volto a smantellare l'impalcatura neoliberista e a restituire centralità al mondo del lavoro attraverso riforme sistemiche:
Tassazione progressiva e proprietà temporanea: introduzione di aliquote fiscali fino all'80% o 90% sui redditi e sui patrimoni miliardari. L'obiettivo macroeconomico è rendere la proprietà "temporanea", impedendo l'accumulo ininterrotto di capitali sterminati e rimettendo costantemente in circolo la ricchezza.
Eredità universale per tutti: finanziata dalle tasse sui grandi patrimoni, prevede l'erogazione di una dote in capitale (circa 120.000 euro) a ogni cittadino al compimento dei 25 anni. Questo meccanismo spezza la trasmissione dinastica delle diseguaglianze familiari, garantendo ai giovani della classe operaia una base economica di partenza e un reale potere contrattuale sul mercato del lavoro e della casa.
Co-gestione reale e democrazia nelle imprese: modifica dei diritti di proprietà societaria concedendo ai rappresentanti e ai sindacati dei lavoratori il 50% dei seggi e dei diritti di voto nei consigli d'amministrazione delle grandi aziende. Inoltre, il potere di voto del singolo investitore verrebbe limitato per legge al 10%, sottraendo le decisioni su licenziamenti, salari e investimenti alle sole speculazioni finanziarie.
L'emergere di quella che i media definiscono "un'onda nera" nel cuore dell'Europa non è la causa dell'instabilità attuale, ma l'effetto collaterale e inevitabile di scelte politiche ed economiche precise. La sociologia del populismo dimostra che la tecnocrazia neoliberista, avendo cancellato il dibattito sulle alternative economiche, finisce per produrre mostri politici. Fino a quando l'agenda continentale rimarrà focalizzata sul riarmo, sulla prosecuzione a oltranza del conflitto a est, sul Fiscal Compact e sulla compressione salariale, la classe operaia continuerà a vedere nella destra radicale l'unico voto di rottura disponibile contro un sistema che ha smesso di proteggerla. La ricetta per fermare la destra non è la retorica morale sul pericolo democratico, ma una svolta radicale: la fine dell'economia di guerra, lo stop al riarmo e lo smantellamento dei dogmi neoliberisti dell'Unione Europea.
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