Nel nuovo mandato di Donald Trump, emerge con forza una rottura netta rispetto alla tradizione diplomatica statunitense: il quasi totale abbandono del cosiddetto soft power. Il concetto, elaborato dal politologo Joseph Nye, indica la capacità di uno Stato di influenzare gli altri attraverso attrattività e modello culturale, piuttosto che con la coercizione. Secondo Stephen Walt, questa leva è stata di fatto accantonata da Washington. L’attuale amministrazione privilegia un uso estensivo della forza militare, con operazioni in diversi Paesi e azioni contro presunti narcotrafficanti anche in assenza di prove certe o risultati concreti.
Una strategia che, oltre a sollevare dubbi etici, appare inefficace nel lungo periodo. Ancora più controversa è la scelta di abbandonare il terreno diplomatico, culminata in un conflitto con l’Iran giudicato da molti analisti “non necessario e non provocato”. L’idea di un rapido collasso della Repubblica Islamica si è rivelata, ancora una volta, un errore di valutazione. Quello che colpisce, osserva Walt, è l’assenza di qualsiasi tentativo di mascherare queste politiche con giustificazioni normative o morali. Pressioni sulle università, politiche migratorie restrittive e l’uscita da organismi internazionali contribuiscono a erodere l’immagine globale degli Stati Uniti, privilegiando risultati immediati ma fragili.
Eppure, la storia dimostra il contrario: i maggiori successi statunitensi - dalla NATO al Piano Marshall fino al movimento per i diritti civili - sono stati costruiti proprio grazie al soft power. Al contrario, fallimenti come il Vietnam o le guerre in Iraq e Afghanistan mostrano i limiti dell’approccio basato esclusivamente sulla forza. In questo scenario, la Cina guadagna terreno. Con un indice di approvazione globale superiore a quello statunitense nel 2025, Pechino rafforza la propria influenza non solo economica ma anche culturale e tecnologica. Come osserva Gideon Rachman, strumenti come TikTok, l’espansione industriale e l’apertura di tecnologie come DeepSeek stanno ridefinendo gli equilibri globali.
La competizione tra Stati Uniti e Cina si gioca sempre più sulla capacità di plasmare il futuro: standard tecnologici, mercati e immaginario collettivo. In questo contesto, l’immagine internazionale di un Paese non è un dettaglio, ma un fattore decisivo. E oggi, Washington sembra aver scelto di rinunciarvi.
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