Di Rania e Majd Hammad, figli di Nemer Hammad
Manca. Manca molto, nostro padre, e non solo come padre (questo è il dolore più lancinante), ma come leader del nostro popolo, che oggi subisce un genocidio. Sì, un genocidio, papà. Come pesa questa parola. Fa paura anche solo pronunciarla.
Come ti saresti sentito a vedere la Nakba, che ti ha costretto all’esilio nel 1948, ripetersi oggi con ancora più ferocia, e a vedere usurpato ogni centimetro della tua Palestina, della nostra Palestina?
Non abbiamo una risposta, ma la immaginiamo, e questo accresce il nostro dolore.
La nostra vita familiare si è formata in Italia, e ogni ricordo della nostra infanzia è con lui qui, nel nostro Paese adottivo. Questi dieci anni sono stati difficili sia a livello personale sia a livello collettivo. Abbiamo perso il nostro adorato padre, di cui andavamo molto fieri, e con lui il faro che ci indicava la strada verso la Palestina. L’Italia ha perso «Mister Palestina», come lo chiamavano affettuosamente gli amici e la stampa.
Perdere la nostra roccia ha significato perdere anche ciò che lui rappresentava: l’unione tra la Palestina e l’Italia. Per questo ricordarlo oggi, in un’Italia così diversa da quella che lui aveva contribuito a migliorare, è doppiamente doloroso. Ogni volta che vediamo questo Paese allontanarsi dai valori che lo distinguevano negli anni in cui nostro padre era qui, è come perderlo di nuovo.
Forse avvertiamo questa distanza con maggiore intensità perché lui non è più qui per parlarne. Non possiamo più chiedergli di Sandro Pertini, Enrico Berlinguer, Giancarlo Pajetta, Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Ciriaco De Mita, il prefetto Carlo De Stefano, Vittorio Stelo del SISDE (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica), Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Massimo D’Alema, Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini, e dei tanti altri esponenti della politica e delle istituzioni italiane che, fino al 2005, furono tra i suoi amici più stretti. Non possiamo più ascoltarlo raccontare una di quelle storie in cui la storia politica italiana e la lotta palestinese sembravano incontrarsi con naturalezza attorno a un tavolo, a Roma: a casa nostra, nell’ufficio dell’OLP o in uno dei tanti luoghi che visitò, scoprendo ogni angolo d’Italia e parlando con tutti. E soprattutto non possiamo più vederlo dialogare e avvicinare la politica alla Palestina come solo lui sapeva fare.
Restano i ricordi, le persone che lo hanno conosciuto, gli archivi, le fotografie, le lettere e gli appunti di quegli anni, che custodiamo con enorme orgoglio. E resta il ricordo di quanto l’Italia significasse per lui, e di quanto l’Italia lo stimasse.
Ripensando oggi a quegli anni, ci rendiamo conto che sarebbe sbagliato dire che nostro padre fu semplicemente testimone di un’Italia diversa. Nemer Hammad contribuì a plasmarla, e a renderla migliore.
Arrivò a Roma in un’epoca molto difficile e tesa, in cui la Palestina non aveva una reale presenza diplomatica riconosciuta in Italia. Il suo predecessore era stato Wael Zuaiter: intellettuale, pacifista e traduttore, oltre che diplomatico e politico palestinese, primo rappresentante ufficiale di al-Fatah e portavoce dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) in Italia. Fu ucciso il 16 ottobre 1972 dai servizi segreti israeliani, in anni in cui molti dei nostri più grandi pensatori e politici venivano assassinati in Europa, in Palestina e nel mondo arabo, come oggi accade in modo apocalittico a Gaza e in Cisgiordania.
Noi arrivammo in Italia nel 1974.
Non esisteva un percorso diplomatico già tracciato per un rappresentante palestinese: non c’era una struttura, un ufficio o un’ambasciata, né alcuna certezza che le porte della vita politica italiana si sarebbero aperte per lui. Per noi. Ma nostro padre aveva un talento straordinario nell’aprire quelle porte.
La prima porta da aprire era quella del pregiudizio. L’OLP era ancora vista, in gran parte dell’Occidente, attraverso la lente della violenza e di una lotta che non si comprendeva, tanto l’Occidente era estraneo alla storia del popolo palestinese, nativo della Palestina, presente lì prima della nascita del sionismo europeo e prima dell’Olocausto. I palestinesi venivano visti come terroristi, senza che si sapesse che alcuni gruppi mercenari sostenuti da diversi Paesi commettevano attentati colpendo e uccidendo palestinesi, per poi diffamarli e infangare la loro reputazione e la loro causa.
Contrastare questa immagine, spiegare e convincere la politica e il pubblico italiano della verità dei fatti fu una delle battaglie più importanti, complesse e necessarie che nostro padre intraprese. Non gli interessava suscitare compassione per i palestinesi: la compassione non bastava. Il suo compito era convincere l’establishment politico italiano che i palestinesi erano un popolo con diritti nazionali, istituzioni politiche e una rappresentanza legittima, e che la Palestina era una questione politica, non soltanto umanitaria.
Nel giugno 1980 la Dichiarazione di Venezia espresse con chiarezza il clima politico che si era sviluppato in Europa, e nel quale l’Italia svolse un ruolo importante. I nove membri della Comunità Europea affermarono che il popolo palestinese doveva essere messo in condizione di esercitare pienamente il proprio diritto all’autodeterminazione, dichiararono che l’OLP avrebbe dovuto essere associata ai negoziati e riaffermarono l’illegalità degli insediamenti israeliani nei territori occupati.
L’anno seguente, anche grazie al lavoro e alla determinazione di nostro padre, il presidente della Repubblica, il grande Sandro Pertini, nel celebre messaggio di fine anno del 31 dicembre 1981, riconobbe il diritto alla resistenza del popolo palestinese, paragonandola a quella dei partigiani contro le forze nazifasciste: i palestinesi, disse, lottavano contro gli invasori della loro patria. Quello era il mondo nel quale lavorava nostro padre, e che lui aveva contribuito a costruire.
Sapeva anche che la Palestina non poteva permettersi di appartenere a un solo campo politico. Se fosse diventata una causa identificata esclusivamente con la sinistra comunista, sarebbe rimasta vulnerabile ai mutamenti degli equilibri politici. Per questo lavorò con tutto l’arco politico, costruendo rapporti al di là delle divisioni senza mai perdere di vista chi rappresentava e perché si trovava lì. Le sue relazioni andavano da Enrico Berlinguer a Bettino Craxi e Giulio Andreotti, fino a Giorgio Almirante, Pino Rauti, Gianfranco Fini e Gianni Alemanno: comunisti, socialisti, democristiani, socialdemocratici e repubblicani, presidenti, ministri, giornalisti, intellettuali e funzionari. E oltre la politica: il mondo dello spettacolo e dello sport, come l’allora presidente del CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano), le università, il mondo sanitario e i primari degli ospedali, che spesso curavano pazienti palestinesi dei campi profughi del Libano.
Conosceva i partiti, le personalità, le rivalità e le istituzioni. Sapeva quali differenze politiche fossero davvero fondamentali e quali invece potessero essere superate, e capiva quando due persone che sembravano avversari inconciliabili avrebbero comunque potuto trovare un terreno comune. Così la Palestina divenne, come riconoscevano politici quali Pier Ferdinando Casini, il punto d’incontro dei partiti. La Palestina univa. La stessa linea della Democrazia Cristiana era vicina al popolo palestinese e ne riconosceva i diritti fondamentali. Nostro padre comprendeva istintivamente che la diplomazia dipendeva dalla fiducia e dalla credibilità personale almeno quanto dalla negoziazione formale e dagli incontri ufficiali.
Sapeva che per spiegare la Palestina doveva conoscere bene i suoi interlocutori, e la nostra casa era sempre piena di ospiti. Nostra madre lo sostenne in tutto, aprendo la casa perché lui potesse concentrarsi sul suo impegno politico e diplomatico. Centinaia e centinaia di politici, giornalisti e diplomatici conobbero la storia e le tradizioni culinarie della Palestina e del mondo arabo in quelle belle serate di socialità e condivisione, accolti dal calore della nostra famiglia e dalla cucina araba che nostra madre preparava sempre con tanta dedizione e precisione. Poi lei sedeva accanto a nostro padre e agli ospiti e discuteva, dialogava, controbatteva di politica: era in verità la sua prima consigliera e la sua fonte di ispirazione.
Chi lo conobbe non lo considerava semplicemente un rappresentante incaricato di trasmettere i messaggi dell’OLP. Divenne una figura politica a pieno titolo, una persona di cui si cercava il giudizio e di cui si rispettava la conoscenza del Medio Oriente. Era un diplomatico e un uomo politico, ma soprattutto uno storico. Le conversazioni con lui raramente restavano circoscritte alla crisi del momento: sapeva spiegare come una crisi presente fosse nata da decisioni prese anni o decenni prima, ed era consapevole che nessuna relazione politica potesse durare senza comprendere almeno in parte le storie che l’avevano prodotta. Non solo conosceva la storia: sapeva collegare le storie.
E conosceva la storia dell’Italia e dei suoi partiti tanto quanto quella della sua Palestina. In un libro del giornalista Bruno Vespa si legge che nostro padre conosceva la politica italiana come le proprie tasche. Ed era davvero così. Questo affascinava il pubblico italiano, che si vedeva al centro della propria storia, e non come una società o un Paese nella storia degli altri.
Era carismatico e solare, e con il tempo divenne un volto onnipresente in televisione, nelle trasmissioni più importanti e nei telegiornali. Lo fermavano ovunque. Lo abbracciavano estranei per strada. Gli italiani, calorosi, lo ringraziavano per quello che riusciva a comunicare, e piano piano si sentivano crescere l’affetto, la solidarietà e il sostegno verso il popolo palestinese. Lo conoscevano in tutta Italia, perché non si fermava mai: era sempre in viaggio, per parlare con le autorità locali nei comuni, ai festival, nelle università, nei dibattiti con il pubblico. Amava stare con la gente e tra la gente.
Era calmo, aveva un tono pacato, un sorriso contagioso e occhi grandi e luminosi che dicevano quanto fosse aperto agli altri. Parlava con tutti, soprattutto con chi era ancora confuso o non d’accordo, e non perdeva mai la pazienza, nemmeno quando lo provocavano. Sapeva dissentire senza trasformare il dissenso in ostilità, e difendere la Palestina senza ridurre ogni conversazione a un’accusa o a un’esibizione morale. Ascoltava con attenzione e ricordava tutto: aveva una memoria straordinaria.
L’Italia imparò a rispettarlo per la sua conoscenza e per la sua umanità. Il Presidente Oscar Luigi Scalfaro gli conferì una delle più alte onorificenze dello Stato: quella di Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana.
Nostro padre riuscì anche a fare una cosa straordinaria, che non tutti sanno ma che alcuni sicuramente ricordano. Durante la crisi del Golfo, la leadership palestinese guidata da Yasser Arafat non condannò direttamente Saddam Hussein e l’invasione del Kuwait del 1990, perché l’Iraq era un Paese amico e un grande sostenitore del popolo palestinese. Questa posizione ebbe una conseguenza grave e pericolosa: l’OLP si ritrovò senza fondi e senza il sostegno dei Paesi del Golfo Persico, e Arafat fu costretto a ridurre le rappresentanze dell’OLP nel mondo. Nostro padre andò allora a parlare con il governo (il presidente del Consiglio era Giulio Andreotti, e Bettino Craxi era il segretario del Partito Socialista) per dire che non c’erano più fondi per tenere aperto l’ufficio dell’OLP in Italia. Chiese un sostegno economico al governo italiano, spiegando che la chiusura dell’unica rappresentanza palestinese in Italia sarebbe stata una cosa grave non solo per i palestinesi, ma anche per l’Italia stessa. Gli fu risposto che mai, nella storia italiana, il governo aveva sostenuto o finanziato una delegazione diplomatica di un altro Paese, e che l’unico modo per ottenere quel supporto sarebbe stato avere il consenso di tutti i partiti, senza esclusioni. Votarono tutti a favore.
Con l’arrivo di Silvio Berlusconi in politica, l’Italia cominciò a cambiare, ma Berlusconi propose comunque a nostro padre di diventare il suo consigliere politico per il Medio Oriente. Nostro padre scelse invece di diventare consigliere del presidente palestinese Mahmoud Abbas, pensando di essere più utile in Palestina.
Lasciò l’Italia nel 2005, dopo oltre trent’anni trascorsi nel Paese che chiamava «la mia Italia». Quell’espressione dice molto della profondità del suo legame: l’Italia non fu semplicemente una sede diplomatica, ma divenne parte della sua vita politica e, in qualche modo, della sua identità. Per noi quel momento significò vederlo lasciare il luogo in cui avevamo costruito la nostra vita insieme, il Paese che amava forse tanto quanto la Palestina. Fino ad allora eravamo stati solo i figli di un grande papà, e di un grande leader che lottava per i più alti ideali di un popolo. Il nostro popolo.
Quando morì, nel 2016, il Ministero degli Affari Esteri italiano lo ricordò come un diplomatico instancabile, che aveva dedicato la propria vita alle aspirazioni del popolo palestinese e alla ricerca di una convivenza pacifica. La Repubblica, come gli altri quotidiani, ricordò la straordinaria ampiezza dei rapporti che aveva costruito ai massimi livelli della politica italiana.
Guardando indietro, è facile pensare che quei rapporti fossero in qualche modo inevitabili, perché l’Italia finì per mostrarsi relativamente ricettiva verso i diritti nazionali palestinesi.
Non lo erano affatto.
Dovettero essere costruiti.
La storia dei rapporti fra Italia e Palestina non può essere raccontata soltanto attraverso dichiarazioni ufficiali, visite, vertici o votazioni parlamentari. Fu soprattutto una storia di relazioni umane. Grazie a Nemer Hammad, per gran parte dell’establishment politico italiano la Palestina smise di essere un’astrazione.
Forse è per questo che il contrasto con l’Italia di oggi ci appare così personale. A dieci anni dalla sua scomparsa ci ritroviamo con il cuore spezzato davanti a un’Italia, o meglio a una politica italiana, che ci ha traditi e ci ha voltato le spalle: che sostiene il genocidio del nostro popolo e non riconosce lo Stato di Palestina.
Il governo di Giorgia Meloni continua formalmente a sostenere la soluzione dei due Stati e ha mantenuto un impegno umanitario nei confronti dei palestinesi. Ma l’immaginazione politica che caratterizzava una precedente stagione della diplomazia italiana sembra essere sparita. Durante la distruzione di Gaza, con il genocidio ancora in corso, l’Italia ha scelto di non seguire gli Stati europei che si sono mossi verso il riconoscimento della Palestina. L’argomentazione ripetuta è stata che il riconoscimento dovrebbe arrivare dopo la creazione di uno Stato palestinese effettivo.
È difficile non confrontare questo ragionamento con la logica di Venezia. Nel 1980 l’assenza di uno Stato palestinese veniva considerata una ragione per insistere sull’autodeterminazione palestinese. Oggi quella stessa assenza viene presentata come una ragione per rinviare il riconoscimento.
L’Italia che nostro padre aveva vissuto e amato non negava al popolo palestinese la sua esistenza nazionale, e non pensava che appartenere all’alleanza occidentale imponesse di rinunciare a una politica estera autonoma: forte, fiera, dalla parte giusta della storia e del diritto internazionale. Lui credeva che l’Italia contasse. Credeva che potesse mediare perché comprendeva entrambe le sponde del Mediterraneo, e che essere alleata degli Stati Uniti non significasse rinunciare a un giudizio indipendente. Soprattutto, credeva che i palestinesi dovessero essere trattati come attori politici, non semplicemente come rifugiati, problemi di sicurezza o destinatari di assistenza umanitaria.
Ed è di questo che avremmo bisogno oggi: di una Palestina capace di unire di nuovo tutto l’arco politico, come lui era riuscito a fare. Per questo ci manca ancora di più.
Ci chiediamo spesso cosa ne avrebbe pensato. È una delle tante domande che vorremmo potergli fare. Sappiamo che l’avrebbe affrontata storicamente: avrebbe spiegato come erano cambiati l’Italia, i suoi partiti e l’Europa, e come si era spostato il centro di gravità della diplomazia mediterranea. Probabilmente ci avrebbe ricordato che le epoche politiche finiscono e che nulla è permanente.
Ma sappiamo anche quanto profondamente credesse nell’Italia in cui aveva trascorso tanta parte della propria vita. Ed è questo che vorremmo ricordare ai politici italiani: il loro amico Nemer Hammad, che chiamava questo Paese «la mia Italia».
Quando ricordiamo quegli anni, lo vediamo muoversi tra mondi politici molto diversi: spiegare, discutere, ascoltare, ricordare, tornando sempre alla storia e sempre alla Palestina.
Dieci anni dopo, ci ritroviamo a tornare a quell’Italia attraverso di lui
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