di Diego Angelo Bertozzi
Quali sono le caratteristiche della particolare forma di potere definita “Potere computazionale”? Cosa la differenzia da quelle precedenti? Quali spazi lascia alla regolamentazione e, più di tutto, alla creatività e al cambiamento sociale? Si tratta di domande urgenti e impegnative alle quali vuole dare risposta Paolo Benanti nel suo ultimo e impegnativo lavoro “La nuova logica del dominio”.
Per il celebre filosofo italiano Emanuele Severino (1929-2020) il dominio dell'apparato tecnologico (tecno-scienza) è un approdo certo della storia di un'umanita da sempre in cerca di un riparo dal quotidiano spettacolo del divenire e dall'annientamento. Cosa più della tecnica, con il suo prodigioso e incrementale sviluppo, può nutrire speranza di fuga dall'angoscia? E di questi inesorabili sviluppo e destino fa parte anche l'Intelligenza Artificiale (AI). Se non vi è alternativa reale e concreta a questo incipiente dominio, significa che a nulla valgono, se non come momentaneo e impotente argini, norme, morale e valori; la morale stessa è pronta ad essere assorbita nel cono d'ombra della volontà di potenza dell'Apparato: ciò che per la tecnica è possibile, diventa anche giusto. Il processo delineato con estrema coerenza da Severino, non trova del tutto concorde il Paolo Benanti, studioso assai attento alle conseguenze politiche, sociali e morali dello sviluppo tecnologico accelerato degli ultimi lustri, con particolare attenzione riservata alla AI e alla sua logica, e autore del recente La nuova logica del dominio. Potere computazionale, democrazia e condizione umana (Laterza, 2026). Sebbene per entrambi l'uomo abbia creato il mondo e, in quanto creatore, sia fin dall'inizio homo technologicus (il linguaggio stesso è uno strumento tecnologico sociale formidabile che ha fabbricato miti, narrazioni e istituzioni), tuttavia Benanti resta convinto che la politica, la creatività e l'etica possano contrastare l'altrimenti pervasivo dominio del potere computazionale. Non a caso il libro è introdotto da una corposa citazione dell'Epitaffio di Pericle...
Al di là di questo e del rapido confronto tra due linee di pensiero, è interessante e utile soffermarci sulle caratteristiche e sulla logica di tale dominio che l'autore delinea con efficacia e profondità storico-antropologica nel suo lavoro. Partiamo con la constatazione che la definizione di potere computazionale che tiene conto di un insieme variegato di fenomenti che vanno dalla infrastruttura digitale (reti, server, cloud), il silicio, le diverse piattaforme che mediamo scambi e rapporti e gli algoritmi che sfruttano i dati; potere, in questo caso, è quindi la capacità effettiva di raccolta, analisi e azione su di un universo in espansione di dati che permette, oltre a creazione di nuove forme di ricchezza (per pochi), la messa in pratica di nuove forme di controllo che, sembrando sfuggire alla verticalità del rapporto, plasmano in profondità le relazioni sociali, le forme politiche nazionali e i rapporti di potere tra Stati. In sostanza, come sottolinea più volte, Benanti gli “artefatti” tecnologici sono veicolo di potere, di specifiche configurazioni di questo, e non sono mai estranei al contesto politico, sociale ed economico nel quale si sviluppano e presentano. Anzi: ne sono la “incarnazione più autentica”. Il passaggio che stiamo vivendo non è caratterizzato da un semplice “aggioramento” tecnologico, ma da una vera e propria mutazione del sistema capitalista nei suoi sistemi di controllo, produzione e vampirizzazione dei lavoratori/sudditi.
La melliflua e velenosa retorica libertaria delle reti e delle piattaforme rappresentano il velo – possibilmente da squarciare – di un potere che ha preso la via dell'invisibilità, della diffusione e della pervasività per rendersi insieme disincarnato e onnipresente: esiste forse un palazzo fisicamente delimitato e ben visibile nel quale dimora l'autocrate che rappresenta la minaccia alle nostre libertà e alla democrazia? Possiamo leggere, a questo proposito: non si tratta più solo “di un potere coercitivo, che si impone con la forza o con la legge, ma di un potere che modella il comportamento” tanto che “ogni clic, ogni ricerca, ogni interazione sui social media alimenta un'intelligenza collettiva che […] crea un profilo dettagliato di ciascuno di noi, rendendoci prevedibili e manipolabili”. Servizi, comodità e divertimento sono i tributi da pagare all'algoritmo che dispone confini e recinti in cui collocare e dirigere il pubblico dibattito. La vera, reale e non caricaturale (Putin, Xi Jinping, Trump... e il populismo), minaccia alla democrazia e alle sue varianti nazionali è rappresentata da un potere decisionale che si è liberato degli angusti spazi delle istituzioni politiche - in parte ancora influinzabili dai popoli – a favore di colossi e organismi tecnici che agiscono in nome dell'efficenza e dell'ottimizzazione di tempi e risorse. E alla democrazia sottrae sempre più la dimensione “carnale” della prossimità e dello spazio fisico vissuto e vivificato dalla comunità, delle interazioni concrete della quotidianità. Se il futuro è in parte scritto, allora il nodo che sia chiamati ad affrontare e, semmai!, a sciogliere è quello della costruzione di una comunità digitale di solidi legami etici, attraversata da onde e sommovimenti sociali.
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