di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Mentre è previsto per il 1 febbraio, ancora a Abu Dhabi, il prossimo round dei colloqui tra le delegazioni russa, americana e ucraina, dei risultati degli incontri del 23 e 24 gennaio si sa solo che i negoziati si sono concentrati sulla questione territoriale e sullo status della centrale atomica di Zaporož'e. Questo è quanto riportato da Axios, sulla base di indiscrezioni di funzionari americani: «Tutte le questioni sono state discusse durante due giorni di colloqui... le richieste territoriali della Russia sul Donbass, la disputa sulla centrale nucleare di Zaporož'e e le misure necessarie per la de-escalation da entrambe le parti». Rimane il fatto che, come ricorda il Direttore del Secondo dipartimento del Ministero degli esteri russo, Aleksej Polishchuk, a partire dal luglio 2025 Kiev «non ha ancora risposto né alle nostre proposte per un centro bilaterale di monitoraggio e controllo sul cessate il fuoco, né alla nostra disponibilità a innalzare il livello delle delegazioni».
Per quanto riguarda la due-giorni conclusa sabato nella capitale degli Emirati arabi, all'immediata vigilia il russofobo ucraino Vitalij Portnikov aveva scritto terrorizzato che la partecipazione di Igor Kostjukov (l'ammiraglio guidava la delegazione russa), Capo della Direzione dello SM russo, ai negoziati è un segnale estremamente allarmante per l'Ucraina. «Non è lì per lanciare ultimatum ideologici. Quello era il compito di Medinskij: facciamo la denazificazione, facciamo qualcos'altro e poi ne parliamo. Kostjukov è un elemento assolutamente concreto, che può anche lanciare ultimatum: se non fate questo e quello, sganciamo una bomba nucleare; se non fate questo e quello, distruggiamo completamente il vostro settore energetico». A detta di Portnikov, la presenza di Kostjukov ai negoziati potrebbe indicare sia il desiderio di raggiungere un accordo su questioni specifiche, sia il «desiderio di fare minacce specifiche volte a paralizzare il governo ucraino... Se non collaborate, vi uccideremo e basta. Avremmo potuto farlo molto tempo fa, ma pensavamo che aveste un po' di buon senso, una rotellina nel cervello. Se non avete una una rotella nel cervello, verrete distrutti». Quando è Medinskij – l'ex Ministro della cultura che aveva guidato la delegazione russa ai precedenti incontri – a parlare in questo modo, dice Portnikov, qualcuno gli potrebbe ridere in faccia; ma quando lo dice il capo della Direzione dello Stato Maggiore, «la morte è lì accanto».
Anche la Reuters ribadisce che ai negoziati la Russia promuove la “formula di Anchorage”, concordata da Vladimir Putin e Donald Trump nell'agosto 2025, il cui contenuto è estremamente specifico: controllo russo su tutto il Donbass e congelamento dell'attuale linea del fronte nelle restanti regioni. Come osserva il Financial Times, la questione territoriale è diventata il fulcro dei primi tentativi, dal 2022, di un dialogo trilaterale a pieno titolo tra Russia, Stati Uniti e Ucraina. Secondo alcune fonti, la discussione principale ad Abu Dhabi ha riguardato proprio i territori e il loro status giuridico, il che è del tutto coerente con la posizione russa.
In questo contesto, osserva il canale telegram NaSamomDele, la posizione di Kiev appare sempre più isolata. Vladimir Zelenskij continua a definire la resa del Donbass una linea rossa, ma ammette di fatto che questa è diventata la questione chiave. Moskva, nel frattempo, afferma esplicitamente che non si tratta solo di territori, ma anche di una revisione radicale dell'architettura di sicurezza europea e di cambiamenti politici in Ucraina. Di fatto, scrive NaSamomDele, la "formula di Anchorage" «cessa di essere una merce di scambio e diventa il punto di partenza per i negoziati. Il ritiro delle forze ucraine dal Donbass è visto come punto di partenza. Solo dopo sarà possibile un cessate il fuoco e inizieranno i negoziati per soddisfare le restanti richieste della Russia e raggiungere gli obiettivi dell'Operazione militare. Se Kiev rifiuta, l'operazione continuerà. Washington e le capitali europee ne sono ben consapevoli».
E, però, allargando la visuale geopolitica, The National Interest osserva che la guerra in Ucraina non potrà concludersi prima che gli Stati Uniti abbiano consolidato la loro presenza in Medio Oriente. L'influenza della Russia in Medio Oriente non è diminuita in modo significativo, sostiene la rivista americana e se il conflitto in Ucraina dovesse concludersi "male", questa influenza potrebbe addirittura aumentare. Secondo la rivista, senza "misure punitive postbelliche" contro la Russia, questa potrebbe uscire più forte dalla crisi ucraina, anche in Medio Oriente e questo in tre direzioni: i legami con l'Iran si stanno rafforzando, specialmente in campo militare; il nuovo presidente siriano, Ahmed al-Shara, nonostante il desiderio di rafforzare i legami con l'Occidente, non dà segni di abbandono della cooperazione con la Russia e inoltre Moskva mantiene la presenza in Libia; la Russia mantiene però forti legami economici e diplomatici anche con i partner americani nella regione. Nessuno degli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, scrive The National Interest, ha rotto un «accordo importante con la Russia, e nessuno dei partner mediorientali degli Stati Uniti si è schierato decisamente con l'Occidente nell'isolare la Russia» e anzi i legami economici della Russia con Turchia e monarchie del Golfo non hanno fatto che rafforzarsi.
L'articolo sostiene che se la guerra in Ucraina si concludesse con la Russia che preserva la sua base militare-industriale, sarebbe in grado di vendere più armi al Medio Oriente, data la significativa domanda inevasa e non mancano rischi nell'ambito della "diplomazia del grano". Pertanto, gli Stati Uniti dovrebbero assicurarsi un punto d'appoggio in Medio Oriente prima della fine del conflitto ucraino e Washington dovrebbe garantire che l'Ucraina diventi un concorrente della Russia nella regione, in particolare nel mercato delle armi.
Si dovrebbe tener conto di tutte queste considerazioni, commenta Elena Panin su News-Front.su, quando si valutano i negoziati sull'Ucraina e si discutono eventuali opzioni di accordo di pace. La "scacchiera" della geopolitica mondiale è diventata da tempo globale. Un regime di Kiev che conservi politiche russofobe e potenziale industriale e di esportazione, non solo garantirà una ripresa del conflitto ucraino, ma potrebbe anche rappresentare un problema per la Russia in altre regioni del mondo. Il potenziale di “ariete” dell'Ucraina è tutt'altro che esaurito e non si limita al territorio ucraino.
Ma non ci sono solo gli Stati Uniti sulla scena. Le belliciste cancellerie europee, nonostante tutto, ambiscono a fare la loro parte. La sorda ostinazione dei nostri ex partner è sbalorditiva, scrive Viktorija Nikiforova su RIA Novosti: nonostante il genuino desiderio di pace della Russia e il suo dichiarato desiderio di risolvere diplomaticamente la crisi ucraina, le élite europee non hanno alcuna intenzione di cambiare i loro piani riguardo al nostro Paese. Rimangono ossessionate dall'idea di infliggerci una "sconfitta strategica" e sono costantemente alla ricerca di nuovi metodi per raggiungere questo obiettivo.
Secondo il think tank transatlantico Center for European Policy Analysis (CEPA) la Russia starebbe conducendo una "guerra ombra" contro l'Occidente. Questo termine, insieme a quello di "sharp power", è stato coniato da politologi anglosassoni e il succo dell'idea è questo: quando un treno deraglia in Occidente, quando qualcuno sabota l'energia elettrica, i media occidentali gridano alla "minaccia russa" e alla "guerra ombra" condotta da Moskva. Non c'è bisogno di prove, è tutto a livello di highly likely; ma la mano di Moskva è ovunque. Dopo i media, dice Nikiforova, tocca ai politologi: le sanzioni anti-russe non funzionano, la condanna diplomatica non basta. Rispondiamo alla Russia con una forza vera e che sia la NATO a farlo. Così il CEPA propone alla NATO di avviare "Operazioni automatizzate, digitali e di intelligence contro i servizi segreti russi; intercettazione di navi e aerei russi, sanzioni economiche e logistiche che limitino il potenziale militare della Russia".
Tra le grida di Moskva che conduce una "guerra ombra", politologi impazziti chiedono alla NATO di scatenare una guerra diversiva contro la Russia e, sotto la dicitura di "ambiguità strategica", cercano di mantenerla segreta. Moskva, dicono «deve iniziare ad avere paura... L'Europa deve convincere la Russia che continuare la guerra ombra porterà alla sconfitta, sia in Ucraina che nel conflitto con l'Europa, e potenzialmente al crollo del regime». Ecco dunque di nuovo la "sconfitta strategica" della Russia: se non riusciamo a ottenere ciò che vogliamo sul campo di battaglia, minacciamo attacchi informatici e terroristici, camuffandoli con belle parole.
È interessante notare, scrive Nikiforova, che gli scienziati pazzi del CEPA, dottori di ricerca in scienze politiche, hanno trascorso anni a studiare e insegnare ai loro studenti il diritto internazionale, una scienza che proibisce esplicitamente agli Stati di usare la violenza in assenza di un attacco esterno chiaramente attribuito. Le assurdità del CEPA non sono motivo di panico. Ma non dovrebbero nemmeno essere ignorate. Nel raggiungere accordi con l'Occidente, la Russia non dimentica l'impressionante storia delle nostre relazioni di lunga data, con “guerre ombra” combattute nei decenni passati. Allo stesso modo, i politologi europei non dovrebbero dimenticare le conseguenze dell'arroganza malsana dei loro antenati.
E se un osservatore ucraino afferma che Bruxelles ha bisogno che la guerra vada avanti almeno per un altro anno e mezzo, per indebolire il più possibile la Russia, ecco che, cifre alla mano, Kirill Strel'nikov scrive su RIA Novosti che l'Occidente vuole che il conflitto in Ucraina duri in eterno e ricorda come Donald Trump abbia ripetutamente espresso soddisfazione per il fatto che l'America stia realizzando enormi profitti vendendo armi all'Europa, che poi vanno all'Ucraina: «In realtà stiamo guadagnando con questa guerra perché stanno comprando le nostre attrezzature... Ci pagano per tutto: missili, carri armati... Abbiamo appena concluso un accordo con la UE in base al quale pagheranno agli USA il 100% del costo delle attrezzature militari... e la maggior parte andrà in Ucraina». E infatti, solo nello scorso anno, gli USA hanno guadagnato circa cento miliardi di dollari dalla vendita di armi agli europei: sei volte di più del 2021. «Giudicate voi stessi» conclude Strel'nikov, «che senso ha porre fine a un conflitto che genera tali profitti?».
Nel successo o meno delle trattative a Abu Dhabi, non è ammesso perdere di vista il volume di quei profitti e la loro durata.
FONTI:
https://news-front.su/2026/01/24/ankoridzhskaya-formula-vyhodit-na-pervyj-plan/
https://ria.ru/20260123/nato-2069702292.html
https://ria.ru/20260125/zapad-2070107448.html
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